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lasciata all’iniziativa privata e ai comuni.

La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola

è indipendente dal controllo dello Stato”

Antonio Gramsci, Grido del Popolo, 1918

domenica 8 aprile 2018

Vittorino Andreoli: "Ai giovani mancano gli esempi. I social sono per le persone frustrate, ne ha bisogno chi è morto"

Vittorino Andreoli (psichiatra e scrittore, è stato anche direttore del Dipartimento di Psichiatria di Verona – Soave e membro della New York Academy of Sciences) racconta di sé ma anche del mondo che lo circonda in una lunga intervista rilasciata a "Il Giornale" (che è possibile leggere qui).Reduce dall'uscita del suo ultimo romanzo "Il silenzio delle pietre" (edito per Rizzoli), Andreoli fa il quadro della realtà che oggi circonda l'uomo.
Ne pubblichiamo una piccola ma molto interessante sintesi 

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Andreoli, nel suo ultimo lavoro, «Il silenzio delle pietre», elogia la solitudine come unica via per cercare se stessi. Oggi non siamo mai soli, vero?
«Mai. Siamo intossicati da rumori, parole, messaggi e tutto ciò che occupa la nostra mente nella fase percettiva. Il bisogno di solitudine è una condizione in cui poter pensare ancora. Oggi sono morte le ideologie, è morta la fantasia. Siamo solamente dei recettori. Ho proiettato il libro nel 2028, un giochetto per poter esagerare certe condizioni, un po' come fece Orwell nel '49 quando scrisse 1984. Io immagino che ci sia un acuirsi della condizione di oggi per cui noi siamo solo in balia di un empirismo pauroso, dove facciamo le cose subito, senza pensarci».
Colpa dei social network?
«Dopo le violazioni sulla privacy, Facebook andrebbe chiuso. Lì abbiamo perso l'individualità, crediamo di avere un potere che è inesistente, lì viene violato il nostro secretum. L'individuo non sta nelle cose che mostra ma in ciò che non dice. Invece i social ci spingono a dire tutto, ci banalizzano. Ora, io non so nemmeno come si usa quella roba, ma sappiamo tutto delle persone prima di stringere loro la mano. Le relazioni invece devono avere un fascino, sono scoperta. I social sono un bisogno di esistere perché siamo morti. Creano una condizione di compenso per le persone frustrate».
Però per i cosiddetti millennials è normale vivere esposti. Come educarli alla ricerca di se stessi?
«Io sono molto preoccupato. Non siamo più capaci di aiutarli. Gli strumenti abituali funzionano poco. È così cambiata la società che non abbiamo gli strumenti adatti. Mancano gli esempi dei padri che, a loro volta, hanno bisogno di non essere frustrati. Il male non è mai singolo. C'è qualcosa che non funziona a livello sociale».
Quindi non ha senso la psicologia dell'io?
«L'Interpretazione dei sogni di Freud è del 1900. Da allora abbiamo delirato. Dominava il principio per cui, se una persona mostra sintomi di malessere fisico e mentale, bisogna guardare dentro di lei e basta. Ecco l'io, oggetto in cui trovare la causa. Così abbiamo messo a punto una quantità enorme di strumenti sull'io».
Ma lei crede alla psicanalisi come terapia o no?
«In America non ci va più nessuno. La psicanalisi delle tante sedute e del setting particolare registra un crollo. Ci sono le terapie brevi. Non ha senso la terapia che dura dieci anni. Avevamo grandi strumenti sull'io, farmaci compresi, ma adesso non basta più. Il comportamento dell'uomo, normale o patologico che sia, dipende da più fattori: biologia, personalità (che è in continua modificazione e si costruisce con le esperienze) e l'ambiente dove uno vive».

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