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testo

“Io penso che per gli educatori autentici niente è impossibile: se noi offriamo ai bambini una scuola capace di trasformare le diversità in valori positivi, può avvenire il cambiamento della società al suo interno. Soltanto così i bambini d’oggi, che la società ha formato a sua immagine secondo le regole attuali fondate sul consumismo e la competizione, possono diventare cittadini responsabili, motivati, educati”

(Mario Lodi)

lunedì 18 marzo 2019

Ti insegnerò a volare: "La Gabbianella e il Gatto" per la festa dei papà

Il 19 marzo si festeggia San Giuseppe. E si festeggiano i papà. 
E per questa ragione vi proponiamo di prendervi un paio di ore libere per vedere, insieme ai vostri figli, il cartone “La gabbianella e il gatto”, ispirato al libro di Luis Sepulveda e che nel prossimo fine settimana – dal 21 al 24 marzo – tornerà nelle sale cinematografiche italiane. 
E’ un cartone del secolo scorso, dove mancano quasi del tutto gli effetti speciali e non ci sono le animazioni 3D che oggi sembrano fondamentali per un cartone di successo. Ma racconta una storia che tocca il cuore e che racconta ai nostri figli tutti i temi cruciali della vita con una delicatezza e una tenerezza che non hanno uguali. 
Una gabbiana prima di morire affida il proprio uovo – e perciò il proprio figlio che nascerà – alle cure di Zorba, un gatto che incontra casualmente quando il suo volo si deve interrompere a causa del petrolio disperso in mare dagli uomini che le ha coperto il corpo impedendole di sopravvivere. Zorba dovrà diventare una sorta di padre adottivo e occuparsi di questo cucciolo appartenente ad un’altra specie, mettendolo in condizione di gestire la propria vita. 
La sfida più grande? Essere gatti e dover insegnare ad un uccello come si fa a volare, non avendo alcuna esperienza in questo campo. Il cartone è tenero e divertente, commovente e delicato. Ci sono momenti di straordinaria ilarità ed altri di profonda intensità. La metafora di un adulto che si deve occupare della crescita di un figlio non suo e che non gli somiglia è oggi più attuale che mai. 
E la paternità di Zorba, così anomala ma anche così vera - richiama emozioni e suggestioni già viste nel Monello di Chaplin - e capaci di sintonizzarsi con la storia paterna di ciascun uomo che diventa papà.
Inoltre, la storia racconta il tema dell’ambiente, mai così attuale per i giovanissimi, nella settimana in cui il messaggio di Greta ha fatto il giro del mondo.
E ancora c’è il tema della vita e della morte e soprattutto quello dell’integrazione: si può sostenersi a vicenda, aiutarsi ad avere una vita degna di questo nome pur essendo così diversi? 
E sopratutto: che cosa serve per diventare grande? E come un adulto può permettere al proprio figlio di spiccare il volo? Un estratto del cartone è abbinato a qui sotto, dategli un’occhiata e mette, se potete, la visione del film in agenda. 
Non ve ne pentirete.

 Vedi l'estratto de "La gabbianella e il gatto"

(ispirato ad un post di Alberto Pellai, qui in originale)

venerdì 15 marzo 2019

Renzo Vianello: "Le persone con disabilità hanno alzato la qualità della mia vita"

Il Professor Renzo Vianello è stato docente di Psicologia all'Università degli studi di Padova nonchè Preside della stessa Facoltà di Psicologia dal 2001 al 2007. E' autore di molti volumi e grande studioso dei problemi legati alla disabilità intellettiva al punto di poter affermare che si tratti di uno dei più profondi conoscitori della disabilità intelletiva in Italia.

Oggi ci piace proporre la conclusione di una sua ricerca dal titolo "Esperienze e ricerche sull’integrazione. Aspetti educativi, scolastici e sociali" perchè analizza il tema di persone, in particolare di alunni, con disabilità, e perchè quello che sostiene è anche il modo con cui la nostra scuola vede le persone con disabilità.

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Conclusioni della ricerca

Ho letto e riletto queste poche ultime righe, perché volevo essere sicuro di dirvi ciò che penso, senza cadere nella retorica.
Non so se ci sono riuscito.
Ho imparato ad essere più saggio, perché per capire le persone con disabilità, soprattutto quelle più gravi, ho dovuto fare, anno dopo anno, continue riflessioni sui valori della vita, pervenendo ad una gerarchia di valori che non coincide del tutto con quella della nostra società. Ho rimesso in periferia certi valori tesi all’apparenza e alla performance a tutti i costi (pur essendo io persona che si spende molto nell’organizzazione e nel cercare efficienza nelle realtà in cui opero), per valorizzare quelli più legati ad una vera buona qualità della vita. In questo modo ho scoperto e riscoperto che l’essenza della qualità della vita può prescindere dal livello di abilità sensoriale o motoria o addirittura intellettiva. Ricordiamo Angelman.
Non l’ho fatto per me, ma perché altrimenti non sarei riuscito a capire come aiutare le persone con disabilità ... e man mano che ho proceduto in questo sentiero dell’integrazione mi sono trovato più ricco, più coerente, più a mio agio con me stesso ... nell’interagire con le persone con disabilità ho ricevuto e continuo a ricevere questo prezioso regalo. Esse hanno alzato la qualità della mia vita.

Leggi l'intera ricerca del Prof. Renzo Vianello: qui

venerdì 8 marzo 2019

Mario Lodi, un maestro con la M maiuscola


Pubblichiamo oggi un articolo di oltre dieci anni fa, ma sempre attuale. Si tratta di un'intervista al maestro Mario Lodi e pubblicata su "Famiglia Cristiana" il 23 novembre 2008 e rilanciata dal sito Movimento di Cooperazione Educativa (qui l'articolo completo)

Mario Lodi (1922 – 2014) è stato un pedagogista, scrittore e insegnante italiano. La vita di Mario Lodi ha interpretato culturalmente la ricostruzione dell'Italia sulla pedagogia e sul mondo della scuola e dei bambini attraverso un impegno concreto e quotidiano. In questo contatto quotidiano con i bambini, con la loro osservazione partecipe, Lodi ha ridisegnato il valore educativo della scuola, cambiandone aspetti e metodologie.

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Mario Lodi: ecco la sua lezione di vita.

di Elisa Chiari

Mario Lodi è ancora il Maestro, con le maiuscole. A Drizzona, quattro case e un fazzoletto di campo da Piadena, in piena bruma basso padana, sanno tutti dove abita. Perché così si usava quando varcò per la prima volta col diploma in tasca la soglia di un’aula, ai tempi in cui il maestro insieme con il parroco, il medico e il sindaco era l’autorità del paese.
Eppure Mario Lodi non ha nostalgia della scuola autoritaria di quei tempi. Anzi, è sceso dalla cattedra il primo giorno accontentandosi di una sedia (per mettersi all’altezza dei bambini) e da allora si batte per una riforma da dentro, senza troppi riguardi per le teorie dei ministri d’ogni colore che si susseguono e fanno e disfanno senza sosta. Sperimentò la sua idea di scuola quando ci entrò nel secondo dopoguerra e la risperimenta oggi, a 86 anni, facendo da “chioccia” a un gruppo di maestri giovani sparsi per l’Italia.
A guidarli l’esperienza e le leggi che ci sono già, prima di tutto la Costituzione: “Non per leggerla, ma per viverla, in aula, a sei anni, perché la scuola non può accontentarsi di leggere e scrivere, deve crescere cittadini responsabili”.
Da settant’anni osserva bambini nel tempo e vede più continuità che differenze: “Il mondo è diverso da allora, ma non sono convinto, da quel che vedo frequentandoli, che i bambini di sei anni abbiano esigenze troppo diverse da quelle di sempre. Semmai abbiamo un problema in più da fronteggiare, fatto di Tv e computer che scollano sempre più i bambini dalla vita reale per proiettarli in un eterno virtuale, insinuando in loro la convinzione che l’avere conti più dell’essere e del sapere”.
Rende l’idea con un aneddoto: “Sono stato in una classe poco tempo fa, ho chiesto ai bambini cosa sognassero di fare, uno mi ha risposto ‘il miliardario’, ovviamente in euro, ‘così mi compro due belle ragazze e due macchine’. Gli altri ne hanno fatto subito un leader. Nel ‘mi compro’ c’è un’idea di mondo. Se vogliamo una speranza come scuola dobbiamo inventarci un sistema per fermare questo mercato. Non so se l’idea che ho saprà farlo. Sperimentiamo, poi magari alla fine scopriremo che non vale, ma almeno proviamo”.

L’aula come uno Stato
Quel che Mario Lodi sta provando è un’evoluzione adattata all’oggi del suo metodo di insegnamento. La documentazione del progetto è un diario di fogli scritti al computer, registra quel che i maestri con cui è in contatto fanno in classe giorno per giorno, seguendo la sua idea di scuola democratica.
Che vuol dire esattamente?
“I bambini arrivano in classe con un sapere: esplorando il mondo hanno imparato a osservare, a parlare e sviluppato spontaneamente un’enorme mole di conoscenze. Da lì bisogna partire, cominciando a non ignorare le cose che sanno e replicando il metodo con cui le hanno apprese. Un bambino che nasce ha nel pianto il primo strumento per esercitare la libertà di espressione, sa usarlo anche se non sa che esiste l’articolo 21”.
Il problema è che, per usare le parole di Lodi, a scuola l’io deve diventare noi: “All’inizio, parlando in classe, i bambini fanno confusione, si scavalcano, parlano tutti insieme. Far sperimentare un momento di caos è un modo per far intendere loro l’esigenza di rispettare i tempi e le parole altrui. I primi minuti di discussione ordinata sono il primo successo. Poi viene la cooperazione: immagino una scuola dove si discutono le esigenze e di conseguenza le regole. Tra le prime cose che chiedevo ai miei bambini e che i maestri oggi chiedono ai loro è di darsi da fare assieme per rendere la loro aula più accogliente: la si fa bella con i contributi di tutti, perché così diventa casa e la si rispetta. E’ il nostro antidoto contro il vandalismo”.
Il principio funziona anche con le regole:“Quando l’io diventa noi, i cittadini dell’aula hanno bisogno di darsi delle norme condivise, perché senza regnano caos e prevaricazione: discutere insieme le regole, darsele democraticamente, significa accettarle. Lo stesso vale per la valutazione: ci si autovaluta, con un linguaggio che i bambini sappiano capire, nel rispetto dei tempi di tutti. Non credo ai voti alle elementari: un bambino di quell’età non può essere sintetizzato a numeri. So per esperienza che far leva sui progressi, sulla soddisfazione, nell’apprendimento paga più della sottolineatura degli errori”.

I bambini prima di tutto
“Quando si ragiona di cambiare la scuola”, continua Lodi “lo si fa sempre partendo da un’idea astratta e quando si insegna si tende a farlo dall’alto. Invece io credo che si impari meglio se un maestro parte dal basso, dal punto di vista del bambino, creando continuità con il suo apprendere prima della scuola. Perchè funzioni serve una costante comunicazione con le famiglie, ma è meno difficile di come sembra: se quel che si fa a scuola si traduce ogni 15 giorni in un giornalino le informazioni passano”.
Nella scuola di Mario Lodi il bambino sta al centro: “E invece spesso le esigenze degli alunni sono l’ultimo pensiero”.
E’ un’idea di scuola, ma di più una realtà, perchè Mario Lodi l’ha messa in pratica per una vita. Dentro c’è un concetto di classe come “fare insieme” che don Lorenzo Milani applicò a Barbiana.
E infatti le classi di Lodi e Milani si scambiarono lettere per un po’:“Avevo scoperto un po’ per caso che, a distanza, stavamo sperimentando cose simili e sono andato a Barbiana a conoscerlo. Lì è nata la corrispondenza”.
Quando gli chiediamo che ne pensa del maestro unico di cui tanto si discute Lodi risponde che: “Non è fondamentale che siano uno o tanti, dipende tutto da come sono. Anche il tempo pieno l’abbiamo inventato noi, a Barbiana e a Vho di Piadena, ma non è un valore in sé, conta quel che ci metti dentro: se è un parcheggio non serve a niente”.
Vengono in mente le parole di don Milani: “Gli amici mi chiedono come faccio a far scuola e come faccio ad averla piena. Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi per loro i programmi, le materie, la tecnica didattica. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per far scuola, ma solo di come bisogna essere per fare scuola”.
Nessuno, né don Milani che non c’è più da tanto tempo, né Mario Lodi che a 86 anni ancora insegna delle cose, si è mai illuso che fosse facile tradurre in realtà gli ideali. Ma non sembra una buona ragione per non provare.



sabato 23 febbraio 2019

Daniela Lucangeli, l’importanza di insegnare con gioia


Daniela Lucangeli è psicologa, professoressa universitaria ed esperta di disturbi dell'apprendimento,  nonchè star dei social: è seguitissima per la sua idea rivoluzionaria di insegnamento basata sulle emozioni positive. Già in passato abbiamo pubblicato articoli che la riguradavano; oggi pubblichiamo una parte di un'intervista molto interessante che è possibile leggere integralmente sul sito www.donnamoderna.com "intervista a Daniela Lucangeli"

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«Ho incontrato insegnanti immensi, ma la scuola oggi è in una bolla. Non c’è corrispondenza tra ciò che dice e ciò che fa. Chiede l’accomodamento dei bambini a se stessa, ai programmi, alle burocrazie. Invece vorrei che si accomodasse ai bisogni degli alunni. Vorrei che laddove ce n’è uno che fa fatica, ci fosse un insegnante che lo aiuta, non che lo giudica». 

Insomma, Prof, vuole la rivoluzione? «Letteralmente: voce del verbo rivolgere. Prendi un calzino e giralo dall’altra parte».

Daniela Lucangeli ha sperimento la rivoluzione su di sé. «A 18 anni ho vinto il concorso per insegnare alle elementari. Il primo giorno in cattedra mi sono trovata davanti 4 alunni con handicap mentale, residuo di una scuola speciale. Sono scappata, loro dietro di me e la bidella dietro di noi». Da allora, ha cambiato molti punti di vista per non fuggire di fronte ai bambini in difficoltà. «Mi sono laureata in Filosofia pensando che la logica aiutasse la mente a organizzarsi. Ma non è così. Poi in Psicologia, ma non è bastato. Allora ho preso un dottorato di Neuroscienze dello sviluppo che ha cambiato completamente il mio approccio. Ho capito che il grande decisore non è la ragione ma la parte emotiva. È l’area più antica del cervello che determina l’apertura o la chiusura agli stimoli».

Convinta che non puoi insegnare ciò di cui non fai esperienza, la Prof. Lucangeli usa le “carezze educative” per aiutare i bambini ma anche per formare i grandi. «La stima che ho di me oggi dipende da quanta autenticità riesco a trasmettere. Ho imparato a non controllarmi troppo quando parlo».

Sarà per questo che la voce ancora le trema in pubblico. Le chiedo se, in realtà, non sia una persona timida. Risponde per la prima volta senza sorridermi: «Io sono quel tipo di persona che se la lasci in biblioteca a studiare è felice».

Invece la lascio ai suoi docenti-ammiratori. Vogliono portarsi a casa un selfie con la Prof. E, si spera, una scintilla della sua rivoluzione.