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testo

“Un buon insegnante è uno

che si rende progressivamente superfluo”

Thomas Carruthers

domenica 16 dicembre 2018

SAN FRANCESCO: dalla prima celebrazione della nascita di Gesù alla tradizione del presepe


San Francesco d’Assisi, il grande Santo della povertà, esaltato da Dante nell’XI canto del Paradiso, è stato spesso considerato l’inventore del “presepe” ed è per questa ragione che spesso, nelle rappresentazioni presepiali, fa la sua comparsa anche un frate rivestito del saio francescano, con il sacco delle elemosine sulla spalla e, talora, con un bicchiere di vino offertogli dalla generosità di un oste o di un avventore.


In realtà, San Francesco non realizzò una rappresentazione del presepe a Greggio come l’intendiamo noi, cioè mediante figure, che possono essere delle statue, di maggiore o minore grandezza, o anche delle vere e proprie persone, come nei presepi cosiddetti “viventi”. Egli fece qualche cosa di diverso: egli volle che il Sacrificio della Messa, nella Notte di Natale, fosse celebrato, non, come di consueto, in una chiesa, ma nell’ambiente stesso in cui Gesù era nato, cioè in una stalla.

Centro della celebrazione fu la mangiatoia, appositamente preparata, con un bue e un asino come uniche “comparse”: non c’erano, infatti, “figuranti” che impersonassero la Madonna e san Giuseppe. C’erano, sì, i “pastori”, ma questi erano i veri pastori, abitanti delle zone vicine. Neppure fu posto il “Bambino” nella mangiatoia, a mezzanotte, com’è nostra consuetudine: nel “presepe” preparato da San Francesco, il Bambino apparve come segno della particolare predilezione divina per il Santo e per la sua scelta in favore della povertà.

Questo è quanto risulta dal racconto che dell’avvenimento fa Tommaso da Celano, seguace di San Francesco (entrò nell’ordine probabilmente a quindici anni) e suo primo biografo.

Di seguito la traduzione:

84. Si deve anche ricordare, e con reverente memoria ritornarvi, ciò che, due anni prima della sua gloriosa morte, fece nel giorno della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo, presso il paese che si chiama Greccio. In quel circondario vi era un uomo di nome Giovanni, che conduceva una vita anche migliore della buona fama di cui godeva. Il beato Francesco aveva per lui una particolare predilezione perché, pur essendo di stirpe molto nobile ed onorata, aveva calpestato la nobiltà della carne e aveva perseguito la nobiltà dello spirito. Il beato Francesco, dunque, come spesso era solito fare, quasi quindici giorni prima di Natale, lo fece chiamare e gli disse:

– Se vuoi che celebriamo questo Natale a Greccio, va’, precedimi, e prepara con cura ciò che ti dico. Voglio, infatti, celebrare il memoriale di quel Bimbo che nacque a Betlemme e con gli occhi del corpo contemplare i disagi della sua infanzia povera, come fu adagiato nella mangiatoia e come, tra il bue e l’asino, se ne stette poggiato sul fieno.

All’udire queste parole, quell’uomo buono e fedele corse subito via e nel luogo indicatogli preparò ciò che il Santo aveva detto.

85. Si avvicinò dunque il lieto giorno, venne il tempo dell’esultanza. Da più luoghi furono fatti venire i frati, e gli uomini e donne di quel circondario, ognuno secondo la possibilità, nell’esultanza dell’anima, prepararono ceri e fiaccole ad illuminare la notte che, con lo splendore della stella, illuminò tutti i giorni e gli anni. Venne, infine, anche il Santo di Dio e, trovando tutto preparato, vide e ne gioì.

Si prepara la mangiatoia, vi si porta il fieno, vi si conducono il bue e l’asino. In quel luogo si onora la semplicità, si esalta la povertà, si raccomanda l’umiltà, e, da Greccio che era, il paese diventa quasi una nuova Betlemme. S’illumina la notte come fosse giorno, piena di delizia per uomini e bestie. Arriva gente, e, di fronte al nuovo rito, si rallegra di gioia finora sconosciuta.

La selva rimanda le voci, e le rocce rispondono alle grida di giubilo. Cantano i frati innalzando a Dio le dovute lodi, e l’intera notte risuona dei canti di giubilo. Il Santo di Dio è in piedi davanti alla greppia, con intensi sospiri, devotamente raccolto e circonfuso di meravigliosa allegrezza. Si celebra la Messa solenne sulla mangiatoia, e il sacerdote ne riceve una  consolazione mai provata prima.

86. Il Santo di Dio indossa i paramenti da diacono, poiché era diacono, e con voce squillante annunzia il Vangelo. E la sua voce, volta a volta veemente, dolce, chiara, sonora, invita tutti a cercare il premio più alto. Poi tiene la predica al popolo circostante e prorompe in parole dolci come il miele sulla nascita del Re che si è fatto povero e sulla piccola città di Betlemme.

[…]

Si moltiplicano i doni di Dio e da un uomo virtuoso si scorge una mirabile visione. Costui vedeva, infatti, nella mangiatoia giacere un bimbo addormentato e il Santo di Dio gli si accostava, e voleva quasi risvegliare il fanciullino dal sonno profondo. E non era sconveniente, questa visione, poiché il Bambino Gesù era caduto nella dimenticanza nei cuori di molti e in questi stessi cuori, per la Sua Grazia, Egli fu resuscitato per mezzo del suo servo san Francesco e ne fu impresso l’indelebile ricordo. Si termina infine la veglia solenne e ognuno se ne torna con gioia alla propria dimora”.

Dal testo appare chiaramente che quella nella stalla di Greccio non fu una “rappresentazione” (neanche del tipo di quelli che, nel Medioevo, erano chiamati “Misteri”), ma fu celebrazione della liturgia: probabilmente anche l’espressione “Cantano i frati innalzando a Dio le dovute lodi”, si riferisce al canto dell’Ufficio Divino che precede la Messa. Quello che a Greccio è del tutto nuovo è il luogo in cui la liturgia è celebrata: una povera stalla, mentre a Roma, il Papa e i Cardinali celebrano lo stesso rito, commemorando lo stesso evento, nello sfarzo e nella ricchezza. E il “dono di Dio”, la venuta del Bimbo Divino nel luogo della celebrazione,  è concesso alla stalla di Greccio e non al superbo Laterano.

mercoledì 12 dicembre 2018

CANTANATALE 2018: ci saremo anche noi, sabato 15 dicembre

Sabato 15 dicembre, alle ore 15.30 nella Chiesa Parrocchiale Corpus Domini (via F. Enriques, 56 / Viale Lincoln 7 a  Bologna), si terrà 
CANTANATALE 2018
Da Betlemme a Greccio

racconto ai ragazzi del Natale e del Presepio

La manifestazione rientra nel progetto della Fondazione Mariele Ventre di rendere il «CANTANATALE» un evento annuale itinerante nelle chiese di Bologna, con l’intento principale di sensibilizzare i bambini, i ragazzi e le loro famiglie sul vero significato del Natale e sull’importanza della tradizione del Presepio, intuizione poetica e devozionale di San Francesco d’Assisi.
Si tratta di una narrazione con accompagnamento di canti natalizi, organizzata dalla "Fondazione Mariele Ventre" per ricordarne l’ideatore e autore, nonché realizzatore delle prime edizioni, padre Berardo Rossi, cofondatore dell’Antoniano di Bologna, di cui per tanti anni è stato anche direttore e presidente.
Voce narrante sarà Giorgio Comaschi, con la musica dell’armonicista William Tedeschi e del coro dei «Vecchioni di Mariele», formato da ex bambini del Piccolo Coro dell’Antoniano diretto da Mariele (il nome «Vecchioni» è stato scelto da loro stessi perché così Mariele chiamava i bimbi che per raggiunti limiti di età dovevano lasciare il Piccolo Coro).
È prevista, inoltre, la partecipazione dei bambini della Scuola materna «Corpus Domini» di Bologna e dei bambini della Scuola primaria Paterna «Mariele Ventre» di San Pietro in Casale (Bologna).
Presenteranno Valter Brugiolo (Popoff) e Gisella Gaudenzi, responsabile del settore didattico-educativo della Fondazione Mariele Ventre.
L’ingresso è libero e gratuito.
Seguirà alle ore 18,00 la Santa Messa presieduta dall'arcivescovo di Bologna Mons. Matteo Maria Zuppi in occasione del 23° anniversario della scomparsa di Mariele Ventre (16 dicembre 1995) maestra dello Zecchino d’Oro, nonché fondatrice e direttrice del Piccolo Coro dell’Antoniano.
È un appuntamento particolarmente importante e significativo che si rinnova ogni anno. La prima partecipazione dell’Arcivescovo all’anniversario di Mariele avvenne, per suo desiderio, il 19 dicembre 2015, dopo appena una settimana dal suo insediamento ufficiale nell’Arcidiocesi di Bologna.
I canti della S. Messa saranno eseguiti dal coro «Le Verdi Note dell’Antoniano» diretto da Stefano Nanni.

domenica 9 dicembre 2018

Educare i millennials nell’era degli smartphone e di Papa Francesco

Nei giorni scorsi è stato pubblicato su Rai News un interessante articolo sull'educazione dei "millenials" nell'epoca degli smartphone e di Papa Francesco. L'aritcolo contiene una bella intervista a Pierluigi Bartoleomei che riportiamo.

Per leggere l'articolo originale: rainews.it - Educare i Millennials....
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Papa Francesco ci ricorda nel documento sulla Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali che “La famiglia è, più di ogni altro, il luogo in cui si sperimentano i limiti propri e altrui, i piccoli e grandi problemi della coesistenza, dell’andare d’accordo. È il primo luogo dove impariamo a comunicare…abbracciatevi, sostenetevi, accompagnate chi vi sta accanto, decifrate i suoi sguardi e i suoi silenzi, condividete il pianto e la gioia, tra persone che non si sono scelte, ma tuttavia così importanti l’una per l’altra. Ridurre le distanze, venendosi incontro a vicenda e accogliendosi, è motivo di gratitudine e gioia”.


Ricorda il Vescovo di Roma che non esiste la famiglia perfetta. Ma non bisogna avere paura dell’imperfezione, nemmeno dei conflitti; bisogna imparare ad affrontarli in maniera costruttiva”. Quindi la comunicazione deve essere al servizio di un’autentica cultura dell’incontro. La sfida che oggi ci si presenta è reimparare a raccontare, non semplicemente a produrre e consumare informazione.
Abbiamo incontrato il Direttore Generale della scuola di formazione Elis di Roma Pierluigi Bartolomei, conosciuto dai suoi circa 1500 ragazzi come il preside di “frontiera”. Felicemente sposato, con 5 figli è anche docente di Comunicazione e Public Speaking, con un passato da aspirante attore cinematografico e una forte passione per il teatro specialmente per il cabaret.



Professor Bartolomei, come ci dobbiamo comportare con i nostri figli davanti a questa rivoluzione tecnologica?

Lo sviluppo tecnologico è un processo irreversibile. La metafora uomo- cavallo-spada, che in qualche modo difende i confini, è superata dalla metafora uomo- tastiera-schermo. Ormai la scacchiera sulla quale ciascuno di noi gioca le proprie mosse è una scacchiera di cui non si conoscono i confini. Una volta quando si educava, avevamo la certezza di conoscere la scacchiera e la vedevamo, e avevamo ogni giorno chiare quali erano le mosse che avremmo fatto quella mattina. Oggi non è più cosi, siamo davanti a una rivoluzione che cambierà la nostra vita. E pensare che fra poco avremo il gemello digitale, dove potremo clonarci…2, 3, 4, 5 volte, e fare cose per noi mentre dormiamo.



Ma questo cambiamento sembra preoccupare molto i genitori…

Il nostro cervello si adatta poco al cambiamento, il cervello ne ha paura, è un agire molto umano, ma è l’unica vera garanzia che metterà sempre sul piatto della bilancia ciò che realmente siamo… umani. Ora se questo è lo scenario, oggi più che mai le parole di Papa Francesco, di mettere al centro di ogni impresa umana l’uomo, sono fondamentali. Quello che dovremo fare con i nostri figli è dare in eredità la nostra testimonianza, dare il nostro esempio di vita che sia coerente con i nostri valori: se questo è valido non bisogna parlare con i figli. Per esperienza pratica, si riesce poco, tanto più in età adolescenziale, i figli non ascoltano più e non hanno desiderio di ascoltare una persona che è del ‘900. Quindi non possono riconoscersi in quello che diciamo. Una testimonianza vera, però, generatrice, fa sì che il figlio segua le orme del padre.



E quindi?

A questo punto scattano i valori che hai seminato durante gli anni di apprendimento, l’approccio con la tecnologia va fatta, l’unica cosa è aiutarli a essere se stessi, ad approcciarsi alla rete con i valori che nascono da quella testimonianza di cui parlavamo prima. E utilizzeranno la rete cosi come loro desiderano, con il loro essere persone. Diversamente si farebbero appiattire, fagocitare dalla rete, e i risultati diventerebbero imprevedibili. Invece devono arrivare a discernere.



Come possiamo rendere attraente il concetto di famiglia per i nostri figli?

Nell’ educazione dei figli ci sono tre parole che sono fondamentali… “Fateli crepare d’invidia!”



Mi scusi, in che senso?

Significa che loro nascano e crescano in una famiglia da cui sono fortemente attratti, andare d’accordo con la moglie, con il marito, che a volte bisticciano, ma che nel profondo vanno d’accordo e poi fanno pace…questo è un esempio. I genitori devono condurre una vita che sia attrattiva per i propri figli, bombardarli il meno possibile, vivere le sconfitte insieme, ma rialzandosi. Anche la fede può essere odorata all’interno della famiglia, l’unico posto dove si può rigenerare, in piena libertà, senza imporre nulla. Far diventare la nostra casa un focolare luminoso, allegro. Ma poi lasciarli liberi nelle loro scelte. Quindi evitate di essere autoritari, punitori, proibizionisti, di dare comandi, input…Cerchiamo di evitare le frasi fatte come ‘Fai come ti dico io!’…oppure ‘Tu devi essere come me! Guarda tuo padre’. Tutto questo rende per niente attrattivo il concetto di famiglia.



Secondo Lei quali sono le grandi sfide educative?

È quello di attrarli all’istruzione. L'Italia è, dalle ultimi indagini OCSE-PISA, il penultimo paese in Europa come capacità di comprensione del testo, capacità di logica e matematica, questo significa che le persone non sono più attratte dalla cultura, dall’arte, dai filosofi, dai grandi pensatori. Don Milani, 60 anni fa andava nelle campagne strappando i figli ai contadini e supplicandoli di farli studiare, nonostante li avessero messi al mondo per lavorare la terra. Lui si arrabbiava molto, perché i genitori non potevano sottrarre i figli da un loro diritto, il diritto di essere istruiti, perché il non studiare rende infelici, delle nullità assolute, per cui li portava in canonica e insegnava loro a leggere e scrivere. Quello che voglio dire è che dovremmo avere dei grandi testimoni del desiderio, con degli educatori che abbiano la vocazione vera a servire e con dei genitori che si sentano la responsabilità di questa funzione educativa e che studino, migliorino da un punto di vista educativo, la loro performance da padre, da genitore.



Cioè?

I ragazzi non possono venire a scuola in maniera ‘stitica’, perché forzati, solo per volontà, ma devono trovare delle persone che in qualche modo trasformino quel libro, quel sapere, in un corpo…perché quella materia possa essere desiderata, ad esempio quando gli alunni, nonostante il suono della campanella che segna la fine dell’ora, chiedono al professore di continuare la sua lezione, perché è bella! Se c’è questa dimensione forte con il sapere, con l’istruzione, con la conoscenza, allora effettivamente la scuola non ha bisogno di un palazzo, ma può essere fatta in qualsiasi parte. L’altra sfida sta nella famiglia, perché se io do un luogo alla cultura, e poi manca il luogo della dimensione affettiva forte, che sostiene, che dà coraggio, che aiuti a crescere, i nostri ragazzi vivranno in maniera provvisoria, di rapporti provvisori, all’avventura, alla giornata. Quindi queste due cellule devono funzionare, prendendosi le loro responsabilità, nella libertà. Scuola e famiglia non esistono l’una senza l’altra.



Quale proposito noi genitori possiamo mettere sotto l’albero?

Gli adulti in questa fase storica stanno facendo molto poco, sono presi da questa ‘professionite’. Se un genitore passa dodici ore nel suo ufficio, perché è innamorato dell’ultima ‘pratica’, evitando di tornare a casa perché deve lì affrontare altre pratiche, forse più impegnative; se un padre non è presente alla recita di suo figlio, anche se ricopre un ruolo marginale, quello che spicca nel giovane è l’assenza del padre, o della madre. Se un padre o una madre non riconoscono in ciascuno dei loro figli un talento, com’è nella natura di ciascuno di noi, se non lo amano così com’è, se ne mortificano la performance scolastiche, tutto questo non dà senso alla vita di un figlio ed equivale a dire ‘non ne vale la pena’.

sabato 8 dicembre 2018

8 Dicembre: come raccontare ai bambini il dogma dell’Immacolata Concezione

Madonna di Piazza, San Pietro in Casale

Che cosa significa Immacolata Concezione? Significa che Maria, per grazia di Dio e in anticipazione dei meriti di Cristo è stata preservata dal peccato fin dal momento del suo concepimento.

Maria è la tutta Santa, immune da ogni macchia di peccato, dallo Spirito Santo quasi plasmata e resa nuova creatura. Il dogma dell’Immacolata Concezione fu proclamato da Pio IX nel 1854 con la bolla Ineffabilis Deus

Nella devozione cattolica l’Immacolata è collegata con le apparizioni di Lourdes (1858) e con le precedenti apparizioni di Rue du Bac a Parigi (1830), da cui è iniziata la devozione alla Medaglia Miracolosa.

Come spiegare questo dogma ai bambini? La nostra idea è quella di iniziare con il racconto dell’Annunciazione. Ed è proprio questo che abbiamo fatto nella nostra merenda, mostrando i disegni dalla Bibbia per bambini, e spiegando che nell’Annunciazione l’Angelo saluta Maria con l’appellativo “Piena di Grazia”. Queste parole fanno chiaramente capire che Maria vive in uno stato di Grazia, totalmente piena della Vita di Dio, pura e senza macchia.

Per aiutarli a comprendere questa realtà, abbiamo fatto l’esempio di una mamma e un papà che, in attesa di un bambino, preparano tutto ciò di cui avrà bisogno: vestiti, culla, cameretta…. vogliono che tutto sia perfetto per l’arrivo della loro creatura e preparano tutto con cura e amore. Allo stesso modo ha fatto Dio!  

Per l’arrivo del suo Figlio sulla terra ha preparato colei che lo avrebbe accolto nel suo grembo: la sua mamma! E l’ha preparata facendo in modo che fosse pura e senza macchia da sempre!

E quindi Maria, bella, bianca e pura da sempre, ha portato nel suo grembo il Signore Gesù.

testo estratto da aleteia.org

mercoledì 5 dicembre 2018

Paolo Crepet agli Insegnanti: “Tirate Fuori il Loro Talento Anche dall’Ultimo della Classe

Gia' in passato abbiamo rilanciato articoli e/o sintesi di Paolo Crepet, noto psichiatra, sociologo, educatore, saggista, opinionista e ospite frequente di varie trasmissioni televisive.

Nei giorni scorsi ha trattato il complesso tema dei talenti e delle certificazioni. Rilanciamo le sue dichiarazioni che posson essere lette in originale su www.youreduaction.it

Buona lettura
 
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Molto interessante la teoria dello psichiatra e sociologo Paolo Crepet riguardo ai nostri ragazzi. Sostiene infatti che essi sono soggetti ad un fenomeno noto col nome di psicologizzazione; quindi eccessivamente sottoposti ad una ricerca di disturbi, ad una diagnosi che li cataloghi. E in questo modo vengono quindi etichettati e segnati a vita. Poi tornare indietro non è affatto facile; una parola sbagliata e la relazione educativa con i ragazzi è rovinata.

Questa tendenza all’eccesso di diagnosi potrebbe però trovare rimedio nella scuola. Un’istituzione così importante non può ridursi ad essere solamente un luogo di istruzione. La scuola ha tutte le carte in regola per poter essere in grado di ascoltare i ragazzi, di dar loro modo di parlare. 

Quindi andare oltre l’insegnamento e toccare quindi anche i problemi della sfera emotiva, sociale, affettiva; non lasciando agli psicologi queste aree, perchè la scuola stessa deve sentirsi responsabile di ogni sfera della vita del ragazzo, della persona. Anche perchè se un ragazzo ottiene ottimi voti, non è detto che non possa soffrire di un grande disagio di altro genere. Ogni ragazzo è un mondo. E la scuola non può sottovalutare ciò.

E questo vuol dire che gli insegnanti dovrebbero essere una sorta di talent scout che sappiano tirar fuori i talenti da ognuno, anche dall’ultimo della classe.

Poichè ogni essere umano è portatore di un potenziale incredibile. E non è assolutamente giusto che questo rimanga sopito nel profondo dell’anima, sommerso dal disagio e dalla sofferenza, solamente perché nessuno non è riuscito a metterlo in luce. Gli insegnanti devono impegnarsi allora a far questo. La scuola deve crescere in questo suo compito fondamentale.