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testo

Non conosco nulla al mondo

che abbia tanto potere quanto la parola.

A volte ne scrivo una e la guardo,

fino a quando non comincia a splendere.

(Emily Dickinson)

martedì 10 settembre 2019

Daniele Novara: “A scuola ci vanno i figli, non i genitori. Gli alunni non vanno chiusi in una bolla ansiogena”

Ripubblichiamo qui un articolo  apparso su www.oggiscuola.com (dove puoi leggerlo in originale) sullo stato dell'arte della scuola italiana, in vista della partenza di un nuovo anno scolastico.

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"A scuola ci vanno i figli, non i genitori: se lo ricordino bene sia i genitori che gli insegnanti". 

Per Daniele Novara, pedagogista e presidente del Cpp di Piacenza (Centro PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti), in Italia si vive un paradosso: “A fronte di un disinvestimento istituzionale e della politica nei confronti della scuola, si e’ creata un’attenzione spasmodica delle famiglie su come i figli vanno a scuola. Sono ossessionate che tutto sia perfetto, che il proprio figlio sia sempre il migliore”.

A pochi giorni dal suono della prima campanella del nuovo anno scolastico, Daniele Novara ha una richiesta per il neo ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti: “Mandi in ogni scuola un grande manifesto in cui ci sia scritto: ‘Solo sbagliando si impara'”. Perche’ il problema, secondo Novara, e’ che la scuola non e’ vissuta come un luogo in cui si impara e si cresce. “Genitori e insegnanti spesso pretendono la perfezione, ma l’errore e’ invece un elemento fondamentale per crescere”. Da alcuni anni e’ stato introdotto nelle scuole medie superiori il registro elettronico. Il quale permette ai genitori di controllare on line voti, compiti assegnati e assenze dei propri figli.

“Io lo abolirei subito – sottolinea Daniele Novara -. È pazzesco che capiti che i genitori sappiamo i voti prima addirittura dei figli. Gli studenti sono circondati da una bolla ansiogena, per cui vengono controllati da tutti e su tutto. Questi ragazzi hanno tutta la mia solidarieta’. E l’errore di questa ansia di controllo degli adulti e’ che spegne nei ragazzi ogni necessita’ di gestirsi. Se un bambino non cade, non impara a camminare”. 

La scuola dunque come luogo di crescita, in cui l’alunno impara, dove dovrebbe essere stimolata la curiosita’ e alla stesso tempo in cui impara anche ad affrontare i problemi e le frustrazioni, a gestire i conflitti. Daniele Novara e il Centro psicopedagogico di Piacenza da trent’anni insistono proprio sul fatto che i conflitti non sono di per se’ un aspetto negativo della vita personale e sociale. Cio’ che conta e’ saperli gestire. E per festeggiare il trentennale, il Centro psicopedagogico organizza per il 12 ottobre al Teatro dal Verme di Milano un convegno che ha un titolo particolarmente significativo, anche in questi giorni di vigilia dell’inizio dell’anno scolastico: “Ne’ buoni ne’ cattivi. L’alfabetizzazione al conflitto per una nuova cittadinanza”.

“Se una volta la conoscenza dei diritti e dei doveri rappresentava la base per una buona cittadinanza, oggi non basta piu’ – spiega Daniele Novara -: occorre la capacita’ di affrontare imprevisti che la vita relazionale e sociale sempre piu’ complessa presenta. Oggi le contrarieta’ si presentano nei luoghi di lavoro, nelle situazioni educative, nella vita affettiva e sentimentale. Una volta bastava sottrarsi ai conflitti e ai litigi per vivere in maniera tranquilla. Oggi servono nuove competenze. E il convegno e’ l’occasione per genitori, insegnanti, educatori, formatori e professionisti per scoprirle”.

venerdì 16 agosto 2019

Dieci semplici consigli per una buona estate in famiglia

Gloria Gratacós è direttrice dell'Area Istruzione e Psicologia del Centro Universitario di Villanueva (Spagna). Le sue linee di ricerca si concentrano su argomenti come la motivazione degli insegnanti, la leadership educativa e il coinvolgimento dei genitori nell'educazione. Ci indica oggi alcuni semplici consigli per utilizzare al meglio questo periodo di vacanza in famiglia.

Flessibilità, ma rispettando un ordine stabilito.
Anche se siamo in vacanza, è importante non perdere del tutto le abitudini acquisite durante l’inverno. Perciò bisogna stabilire un orario, pur con una certa flessibilità e adeguati margini: siamo in una nuova situazione, in un contesto diverso.

Fare delle attività in famiglia. 
Ciascuno avrà propri gusti e programmi personali, è però importante trovare il tempo per fare tutti insieme alcune cose: cucinare, passeggiare, andare in bicicletta, fare gite, visitare la nostra città, ecc.

Gratitudine. 
Il clima disteso dell’estate è adattissimo a favorire la gratitudine, che a volte per la fretta rimane un po’ dimenticata. Saper ringraziare gli altri per un gesto gentile, per i progetti o per aver fatto piacevolmente qualche cosa insieme.

Godere delle piccole cose. 
Il programma perfetto non ha ragione di essere costoso o stravagante. Dobbiamo insegnare fin da bambini a godere di piccole cose come, per esempio, vedere un tramonto, prendere un gelato, ecc.

Aprirsi agli altri. 
Stare tutto il giorno noi con noi stessi a lungo andare può non arricchire più di tanto. L’estate è il periodo perfetto per aprirci agli altri: prendi l’iniziativa invitando i tuoi amici a casa e insegna ai tuoi figli a fare lo stesso.

Piccole attività culturali. 
Educare il gusto dei più piccoli non ha motivo di essere una cosa noiosa se si fanno buone scelte e si preparano bene: studia le occasioni culturali della tua zona e visitate alcuni musei, monumenti o mostre.

Tempo per leggere.
La lettura cartacea è un viaggio gratuito che nutre i neuroni di grandi e piccini: romanzi di avventure, biografie, racconti... Cerca una biblioteca vicino casa un buon libro e... a leggere!

Far visita agli altri. 
Durante l’anno, sia per il poco tempo che per le distanze, a volte è difficile far visita ai familiari: nonni, cugini, zii... Inoltre, si può far visita a qualche persona malata o più bisognosa.

Un pò di lingua straniera. 
Metti da parte i formati più accademici e abitua l’intera famiglia a vedere alcuni film in versione originale, specialmente de in inglese; vediamo chi capisce prima!

Rendere grazie a Dio perché stiamo bene e siamo tutti insieme.
Non dimenticare mai, a fine giornata, di ringraziare Nostro Signore per i doni che stiamo ricevendo dallo stare tutti insieme in famiglia

venerdì 2 agosto 2019

"Monsieur Lazhar", un film da non perdere

“Si limiti a insegnare piuttosto che educare”. Questa è la frase che colpisce in modo particolare nella vicenda di questo maestro “improvvisato” ma di grande umanità.
In una scuola elementare di Montreal, dopo il suicidio di una maestra, avvenuto proprio in classe, la preside non riesce a trovare nessuno come supplente. 
Alla fine accetta di affidare la classe a Bashir Lazar, un immigrato algerino in fuga dal suo Paese e con un tragico passato. Il maestro riuscirà a costruire un legame con i bambini scossi dalla tragedia. 
Nel suo essere insegnante saprà conciliare la morte e la vita, senza accettare l’imperativo delle famiglie che vorrebbero “far sparire” il problema del suicidio. 
Accompagnerà la classe a comprendere che la vita è fatta di gioia e dolore, di fragilità e forza. Ad aiutarli la letteratura, anche se, a detta dei colleghi, sembra essere troppo alta per i i bambini.

"Monsieur Lazhar" di Philippe Falardeau, Francia 2001

 

sabato 13 luglio 2019

Daniela Lucangeli: il senso di colpa e il diritto all'errore

"Non c’è soltanto l’alto funzionamento cognitivo
ma c’è l’alta sensibilità umana
e in questa alta sensibilità 
possiamo trovare una grandissima saggezza
che ci è stata tramandata"

(Daniela Lucangeli)




mercoledì 3 luglio 2019

“Superpotere”, parla di Beatrice e di tutti quelli che si sono sentiti diversi ed incompresi a scuola

Beatrice è una ragazza che ha talento, cuore e testa in un corpo di 18 anni: canta, suona, compone e recita con intensità. Condividiamo la sua canzone unita alla lettera di presentazione:


Ciao a tutti, mi chiamo Beatrice Lambertini, ho 18 anni e abito a Bologna. Fin dalle scuole elementari facevo molta fatica in matematica e ricordo che quando la maestra entrava in classe mi veniva ansia, non riuscivo quasi a respirare, per paura che mi chiamasse alla lavagna e mi sgridasse davanti a tutti. Facevo nuoto agonistico, quando andavo ad allenamento non riuscivo a leggere il cronometro e non riuscivo a partire quando mi veniva richiesto. Gli allenatori mi dovevano sempre dare il via.

Alle medie ho fatto dei test orali e scritti, ed è risultato che sono discalculica. All’inizio mi sentivo un errore e mi si è abbassata l’autostima. Avevo paura di andare alle superiori e avevo paura di come mi avrebbero giudicato i miei nuovi compagni. Infatti sono stati anni difficili perchè io ed altri ragazzi venivamo emarginati e presi in giro, io non volevo più andare a scuola. I disturbi specifici dell’apprendimento possono influenzarti non solo a scuola, ma anche nella vita di tutti i giorni. Per ognuno è diverso, ma per me è difficile avere cognizione del tempo, infatti perdo sempre l’autobus. Ma questo non vuol dire essere stupidi, anzi. Le persone con DSA sono intelligenti come gli altri ed ognuno di noi ha il proprio talento.

Nella musica ho trovato un mondo bellissimo in cui posso essere me stessa. Una delle canzoni che ho scritto si intitola “Superpotere”, parla di me e di tutti coloro che si sono sentiti diversi ed incompresi. Spero che questa canzone possa aiutare bambini, ragazzi, genitori e chiunque stia attraversando un periodo difficile. A volte ciò che crediamo siano i nostri punti deboli, possono essere invece le nostre più grandi forze e doti. Possono essere i nostri superpoteri.”


mercoledì 26 giugno 2019

Compiti per le mancanze (Letti da rifare 65, Alessandro D'Avenia)

Molto interessante l'articolo pubblicato da Alessandro D'Avenia lunedì 24 giugno all'interno della sua rubrica "Letti da Rifare"  (ogni lunedì su "Corriere della Sera".

Ne pubblichiamo una sintesi, mentre l'intero articolo è leggibile qui


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Le «mancanze» di creatività, generosità, iniziativa, sono strettamente collegate alla mancanza di «sentimento della vita» e non uso «sentimento» per indicare un’emozione, ma la relazione profonda di cuore e testa, uniti, con l’essenziale. Siamo l’unico essere al mondo che «si sente vivere», cioè capace di dire: quello a cui accade questa cosa sono io. Quindi più entro in contatto profondo con «i materiali della vita» più si approfondisce il mio sentirmi vivere, cioè il senso della mia vita, l’unica cosa capace di renderci felici perché ci strappa dall’indifferenza, il cancro della vita spirituale. Non dimenticherò mai le fughe dalla finestra nell’ora del coprifuoco pomeridiano durante la villeggiatura al mare. Avevo sei o sette anni e mi obbligavano a riposare per recuperare le forze prosciugate dal sole e dal sale ma, quando calava il silenzio, aprivo cautamente la serranda e sgattaiolavo fuori. Camminavo senza meta, esplorando la natura circostante e mi spingevo fino alle dune che nascondevano il mare, mi sembrava tutto pericoloso e straordinario. Studiavo ogni cosa: rumori, animali, reperti; inseguivo lucertole, scarabei e farfalle; inventavo giochi, avventure e tesori. Mentre scrivo questi ricordi sento gli odori e vedo i colori, tanto sono impressi nella mia memoria. Qualche estate dopo, tredicenne, in quella stessa stanza ci rimanevo volentieri perché mio fratello mi aveva prestato un libro che rapiva le ore del coprifuoco pomeridiano. Mi immergevo nelle 1.200 pagine del Signore degli Anelli con lo stesso stupore con cui anni prima scappavo per esplorare il mondo frastornato dalla calura e dalle cicale. Nell’uno e nell’altro caso si trattava di due ore, come quelle di Calvin, dedicate alla scuola dello stupore: la parola scuola viene dal greco scholè, che significava «tempo libero». La densità di ciò che mi veniva incontro era tale che si trattava di veri e propri «eventi», cioè quei fatti che si impongono all’attenzione perché talmente «traboccanti di significato» da diventare chiamate alla vita. In quelle ore ho maturato un profondo «sentimento della vita»: avventura, esplorazione, silenzio, osservazione, lettura, stupore, paura, solitudine buona… Ho imparato a incontrare le cose semplici ed essenziali, e a cercarle in tutto ciò che faccio. Questo mi ripara da quella artificiosa complicazione oggi spacciata per intelligenza e profondità e che, spesso, è il contrario: pigrizia di fronte alla verità che si offre ai nostri occhi. Per esempio, a scuola, abbiamo sotto gli occhi l’essenziale, il traboccante di significato: i ragazzi, e invece di occuparci di loro, siamo più preoccupati da programmi, burocrazia e chissà cos’altro, per poi nasconderci dietro analisi raffinatissime sul perché i giovani d’oggi siano ridotti così… Una vera rivoluzione non comincia mai dalla distruzione ma da un rinnovato atto di comprensione dell’evidente: com-prendere vuol dire «prendere insieme» qualcosa, testa e cuore uniti. Dovremmo ricordarlo noi italiani, che possiamo indicare, con un unico verbo, sia l’azione di capire qualcosa («ho compreso il punto») sia quella del sentirne la vita («ti comprendo»).

giovedì 13 giugno 2019

La famiglia, l'educazione familiare, é scuola di realismo

Tratto dal libro "Educazione e insegnamento - statalismo o libertà" di Estanislao Cantero Nuñez (Ed. Speiro, Madrid 1972) riportiamo qui la prima parte del capitolo II ("A chi spetta insegnare")

(intera traduzione del libro qui - tradizione di David Botti)

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Michel Creuzet ha esposto con perfetta chiarezza le ragioni per cui é alla famiglia che compete l’educazione dei figli, ponendo in risalto quattro ordini di motivi:
- il perfezionamento della vita umana,
- l’attitudine naturale dei genitori ad educare,
- il naturale equilibrio dell’ambiente familiare,
- la prova dei fatti.
L’uomo, dal momento della nascita, si muove nell’ambiente familiare; appartiene alla famiglia. E’ vero che fa anche parte di una società, di una nazione e che é suddito di uno Stato; ma é la famiglia - di fatto e di diritto - dove prima vive e si sviluppa. L’istinto di conservazione e, in genere, le qualità che gli animali hanno sin dall’infanzia, sono completamente assenti dal bambino. Egli necessita delle cure della famiglia, in particolare della madre, per i suoi primi anni. La famiglia é incaricata dalla natura stessa di badare e guidare il bambino nel corso della sua crescita e formazione: é in essa che prima e primordialmente acquisisce quegli abiti che l’educazione gli deve impartire.
Il bambino acquisisce le prime conoscenze in famiglia. Come scrive Michel Creuzet "il primo risveglio del suo spirito ha come centro la famiglia. I genitori non sempre possiedono la capacità di elevare il livello delle sue conoscenze di molto. In ciò potranno venire aiutati da altre comunità. Ma il fatto é che, normalmente, é nella famiglia in cui si assorbono le prime conoscenze, soprattutto stando vicino alla madre. Ivi si acquisisce il senso della realtà, il buon senso, di cui il giovane avrà tanto bisogno nel momento della sua formazione intellettuale, se vuole rimanere equilibrato".
E’ nella famiglia in cui "si acquisisce, normalmente, il senso della verità. I genitori degni di questo nome combattono le bugie sin dall’infanzia. Siccome amano i propri figli e figlie, non tollerano che la visione soggettiva delle cose, i sogni, prendano il sopravvento sulla realtà" (3).
La famiglia, l'educazione familiare, é scuola di realismo. Non può acconsentire, e non acconsente, a che l'utopia s'imponga sulla realtà. E' in essa che la natura - cioè le abitudini e la ragione, che sono elementi dell'educazione - ottiene il miglior sviluppo per il bambino, in quanto mezzo più naturale.
Nella famiglia si raggiunge il perfezionamento della vita umana in modo molto migliore che al di fuori di essa, per quanto "perfezionati" siano i centri nei quali si "rinchiudano" i bambini, perché una delle caratteristiche della famiglia é l'amore che unisce i suoi membri.
Quest'amore rende possibile la salvaguardia da possibili carenze ed é la base dell'educazione dell'infanzia e dell'adolescenza: non c'è nulla di meglio per una buona educazione. I genitori, volendo educare i figli nella verità, insegnano loro sin da piccoli che non si deve mentire e li riprendono con soavità quando ciò accade; volendoli educare al bene, li avvertono di non cercare altro che questo e li allontanano da tutto ciò che é nocivo. I figli accettano la volontà dei genitori per l'affetto che loro portano, per quell'amore che fa sì che quanto dicono i genitori sia sempre vero e fa sì che per essi i genitori rappresentino la sapienza e la bontà.
Quest'amore, per il quale si sopportano gli oneri più pesanti con pazienza, non dura solo i primi anni, ma - con forza maggiore o minore - si estingue solo con la morte.
Le possibili eccezioni non valgono a smentire quanto é universalmente provato nei fatti di generazione in generazione.
Se proprio ai nostri giorni l'amore familiare tra genitori e figli non sembra così forte, è perché, in un modo o nell'altro, si é smesso l'esercizio dei doveri che esso esige, sia per la negligenza dei genitori (che abbastanza frequentemente si sono abituati a portare i figli nei collegi, senza preoccuparsi dell'educazione che vi viene impartita), che a causa di dottrine pedagogiche - politiche o pretestuosamente religiose - che, per difendere la cosiddetta formazione autonoma della personalità infantile, lo abbandonano a se stesso, specialmente nell'ambito morale, rompendo i legami che precedentemente univano genitori e figli, facendo allontanare i genitori e raffreddandone l'amore.
Non é l'amore, ma piuttosto sua la mancanza a provocare certe situazioni. L'amore presuppone il rispetto e la sopportazione, il riprendere e il castigare quando é necessario. Se queste cose mancano oppure senza vero amore, come sarà possibile una buona educazione?
E' proprio la mancanza di vita familiare che fa crescere il bambino maleducato. Dove manca la famiglia, la delinquenza, ad esempio, é proporzionalmente maggiore.
Alcune teorie sostengono che debba essere lo Stato ad occuparsi dell'educazione dei bambini, il che costituisce un autentico attentato contro la natura: lo Stato non é né padre né madre. Lo Stato non ama: in qualche caso ci potrà essere amore verso determinati bambini da parte di alcuni suoi funzionari, ma mancherà l'amore basilare di cui ogni bimbo ha bisogno e che riceve nella sua famiglia.
Il bambino fa parte della famiglia, partecipando di quanto essa é e di quanto in essa esiste. Come segnala Creuzet, il bambino é un erede: erede di un retaggio morale, spirituale e materiale, "eredi, i bambini non si trovano nella famiglia, ma sono della famiglia. Non sono corpi estranei, ma rami dello stesso albero destinati a crescere ricevendo la stessa linfa di saggezza" (4).
Nella famiglia, il bambino cresce in modo equilibrato, perché si sviluppa nell'ambiente più naturale; in essa apprende a conoscere e ad amare quanto lo circonda, dando vita ai legami sociali più durevoli, stabili e più necessari alla vit.
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Note :  Cfr. Michel Creuzet, L’Enseignement, Club du livre civique, Parigi 1965, pp. 10-23.