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testo

“Noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera,

lasciata all’iniziativa privata e ai comuni.

La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola

è indipendente dal controllo dello Stato”

Antonio Gramsci, Grido del Popolo, 1918

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domenica 12 luglio 2020

Consigli per letture estive: "Non date le dimissioni" di Mario Chiarapini

Consigli per letture estive:

Un testo prezioso, che ogni genitore dovrebbe avere sul proprio comodino e consultare frequentemente, ma che risulta utile anche per gli educatori, un libro che ogni ragazzo dovrebbe regalare ai propri genitori, come è avvenuto in qualche scuola.

Dinanzi alle difficoltà dell’educare, molti genitori sono tentati di “gettare la spugna”, di dare le dimissioni, con un totale conseguente senso di abbandono e di disorientamento da parte dei figli.

L’autore invita a riflettere sul delicato ruolo genitoriale e sugli aspetti belli dell’azione educativa. 

Difficoltà, superlavoro, stress, disorientamento, solitudini, forti e distorti modelli di vita da parte dei media: sono mille i motivi che rendono oggi l’azione educativa particolarmente pesante e molti genitori sono tentati di «gettare la spugna». 

Allo scopo di offrire ad essi uno spazio per riflettere sulla loro identità di primi educatori dei loro figli, nonché l’opportunità di riscoprire anche gli aspetti belli ed entusiasmanti dell’azione educativa, l’Autore propone 40 brevi capitoletti su argomenti che lui stesso ha affrontato in molte scuole, con soddisfacente riscontro da parte di genitori, dirigenti e coordinatori scolastici: la libertà, la responsabilità, il rispetto, il sorriso, la trasmissione della positività, l’uso del tempo, la fiducia, il dialogo, le regole, la correzione, i capricci, i regali, il sacrificio, Dio, lo stupore...
Non mancano alcune considerazioni sul pasto in famiglia, sul bullismo a scuola e sulle nuove tecnologie.

L'autore è professore di Lettere e musicista; esperto di problemi giovanili e familiari. Come conferenziere cura numerosi incontri formativi con i genitori. Attualmente è dirigente scolastico di un istituto paritario a Parma.

mercoledì 24 giugno 2020

Ripartire dall’educazione. Che cosa ha imparato la scuola in questo lockdown (di Elena Ugolini)

In occasione della fine dell'anno scolastico, Elena Ugolini ha scritto un articolo molto interessante e da leggere che ora riproponiamo sul nostro glog 

Elena Ugolini è preside del Liceo Malpighi di Bologna ma è stata in pasato anche membro della cosiddetta “Commissione dei saggi” che preparò la riforma Berlinguer nel 2000 e sottosegretario dal 2011 al 2013 al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, con il Ministro Francesco Profumo durante il Governo Monti. 

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Il 6 giugno finiranno le scuole con le aule vuote. Gli studenti sono stanchi di vedersi “a distanza” con i loro compagni e desiderano chiudere quanto prima questo capitolo strano della loro vita. Nessuno avrebbe mai pensato di dover finire l’anno scolastico in questo modo ed ora, in mezzo alle polemiche sull’Esame di Stato e alle problematiche del rientro a Settembre, sarebbe importante fare il punto su quel che è accaduto per ripartire con il piede giusto.

In questi mesi siamo cambiati insieme ai nostri studenti. Non solo perché siamo stati costretti a inventarci nuove strade per continuare ad insegnare rimanendo in rapporto con loro, ma anche perché siamo stati obbligati ad andare all’essenziale. Quante volte nella nostra storia professionale abbiamo dato per scontato la possibilità straordinaria di avere un rapporto quotidiano, in presenza, con i nostri alunni o con i nostri colleghi? Questa situazione ci ha fatto desiderare il momento della lezione live con i nostri studenti come un appuntamento preparato con cura, di cui non trascurare o perdere nessun dettaglio, e ci ha aiutato a capire che nessuno può andare avanti da solo.

Non sto pensando solamente all’aiuto che i docenti più giovani hanno dato a tutti gli altri per acquisire velocemente gli strumenti tecnici necessari per fare lezione a distanza, ma anche all’esigenza di condividere materiali prodotti con tanta fatica, alla possibilità di “entrare” dentro le lezioni dei colleghi, alla necessità di lasciare traccia di quello che si fa e condividere idee: attività, materiali, presentazioni documenti, risorse in rete, videolezioni.

In tre mesi sono cambiate tutte le tipologie di prove e le modalità con cui cerchiamo di renderci conto se i ragazzi stanno imparando. Siamo stati costretti a restituire alla valutazione il suo senso più autentico: quello di capire e far capire a che punto si è nel percorso che si sta facendo.

Tuttavia non è accaduto ovunque così. Nel corso del tempo si sono confermate le differenze abissali che esistono fra i diversi ordini di scuola, i territori, i contesti sociali e tra le singole scuole con i loro docenti e i loro dirigenti. L’emergenza sanitaria che abbiamo vissuto è speculare a quella educativa. In questi mesi è emerso con chiarezza che il cuore del sistema sanitario sono persone disposte a dare la vita per aiutare gli altri, ma abbiamo anche capito che, senza saper come affrontare la malattia e senza avere strutture adeguate, si possono letteralmente uccidere le migliori risorse umane e paralizzare un Paese. Tutta l’organizzazione della sanità dovrebbe muoversi attorno a questa domanda: come formare, far crescere, valorizzare ed aiutare a lavorare nel modo migliore possibile professionisti in grado di curare ed accompagnare chi è colpito dalla malattia?

I problemi della scuola non sono diversi e i mesi di lockdown li hanno evidenziati come una potentissima lente di ingrandimento. Abbiamo visto all’ opera migliaia di insegnanti che hanno fatto ogni sforzo per continuare il percorso didattico con i propri studenti, ma ne abbiamo anche visti altri scomparire, non solo per mancanza di infrastrutture tecnologiche, ma anche per assenza di passione verso ciò che insegnano e verso quel bene dei propri studenti che costituisce il motore vero della scuola. Otto milioni di alunni, da un giorno all’altro, hanno perso la possibilità di andare in classe con i propri compagni e i propri docenti, costretti a concludere inesorabilmente, ogni giornata, con l’immancabile bollettino dei morti.

Centinaia di migliaia di bambini e ragazzi, purtroppo, non hanno avuto la possibilità di continuare a frequentare la scuola neanche a distanza e, anche laddove siamo riusciti a farlo, è emerso in modo chiaro che non bastava ripetere il modello di scuola a cui eravamo abituati da sempre. Chi ora disprezza le lezioni live fatte a distanza, dimentica che sono state l’unico strumento che abbiamo avuto per non perdere il contatto con i nostri studenti. Hanno avuto il merito di riportare, nel ritmo di una giornata sospesa tra il divano, la playstation e le notizie martellanti sull’andamento della pandemia, la forza della realtà: la bellezza di una poesia o di un’opera d’arte, la durezza di una formula di chimica, il fascino di una legge fisica capace di spiegare con quattro lettere l’universo intero.

Sono stati mesi in cui i bambini e i ragazzi hanno sentito la mancanza di quelle ore di scuola a cui sono abituati da quando hanno 6 anni, hanno capito la passione, l’amore, la dedizione di quei docenti che, proprio per loro, stavano rivoluzionando il modo con cui insegnavano da una vita. Insieme abbiamo ricapito che il cuore della scuola è l’educazione, il rapporto che si può stabilire ogni giorno, concretamente, fisicamente, tra docenti e studenti nelle mille ore all’anno che si vivono insieme. Da soli ci si informa, insieme si conosce, si scopre, si cresce. Ecco, allora, che fissare che cosa abbiamo imparato in questi mesi di lockdown può essere l’occasione per ripartire da subito in modo diverso, avendo il coraggio di rompere i lacci che da tempo bloccano la scuola italiana.

Ecco alcune idee che potrebbero avere il vantaggio di essere realizzate già a partire dall’estate.

Prima proposta
La qualità della scuola dipende dalla qualità dei docenti, dalla capacità di chi la dirige e dalla competenza dello staff amministrativo che li supporta. Tutto il sistema scolastico dovrebbe essere costruito su questa domanda: in che modo posso formare, selezionare, far lavorare bene insieme e valorizzare persone preparate nelle discipline che insegnano, capaci di rapporto con gli studenti e con i colleghi?  La diatriba recente sulla stabilizzazione dei precari è, da questo punto di vista, emblematica. Come può un test con 60 domande chiuse selezionare docenti che hanno queste caratteristiche? Si tratta evidentemente di una “parvenza” di concorso, pensata per dare la possibilità a chi ha fatto supplenze in questi anni di entrare in ruolo, nulla di più.

Ed anche la sostituzione del test con una prova scritta non modifica sostanzialmente la situazione. Non voglio entrare in merito ai motivi per cui siamo arrivati a questo punto. Da più di vent’anni i Ministri hanno proposto modalità diverse con cui formare e selezionare in ingresso i docenti e, con questi cambiamenti continui, abbiamo impedito ai giovani insegnanti di entrare in modo regolare dentro la scuola, aumentando le code di precari che aspettano il loro turno per ottenere una cattedra. Ora sono previsti nuovi concorsi, ma sembra che l’unico problema sia aumentare il personale.

Non discuto della validità della decisione di selezionare i docenti senza prevedere un tirocinio con cui verificare la capacità di gestire una classe, ma dell’abitudine, ormai consolidata, di non utilizzare l’anno di prova previsto dal contratto per fermare chi dimostra chiaramente di non essere in grado di insegnare. In questi anni si contano sulle punta delle dita di una mano le persone non assunte a tempo indeterminato dopo l’anno di prova. In molti l’hanno dovuto ripetere perché erano emersi dei problemi, ma, dopo il secondo tentativo, sono entrati tutti.

Non è detto che un insegnante sia bravo perché ha svolto tre anni di supplenza e non è detto che un giovane laureato sia in grado di insegnare perché conosce bene la sua materia. Per valutare un docente occorre vederlo in azione in classe, almeno per un anno, ed è quello che prevede una norma esistente che, per una miriade di motivi, non è mai stata applicata.

È ora di farlo con decisione. Tutte le ricerche internazionali dimostrano che il problema della qualità della didattica non è legato al numero di studenti per classe, ma alla qualità dei docenti. Meglio classi numerose con docenti bravi che classi piccole con insegnanti poco preparati e motivati.

Seconda proposta
Il problema della scuola non sono solo le effettive ore di lezione, ma la qualità dell’esperienza che gli studenti vivono in quelle ore. In questi mesi alcuni docenti si sono rifiutati di utilizzare la didattica a distanza per continuare a fare lezione ai propri studenti perché “non era prevista nel contratto”. Queste posizioni estreme e, per fortuna, limitate, indicano l’urgenza di definire uno stato giuridico dei docenti, un codice deontologico, e di promuovere una revisione del contratto. È anacronistico far coincidere il lavoro dell’insegnante unicamente con le ore di cattedra, non prevedere una formazione continua ed una valorizzazione del suo lavoro attraverso una progressione di carriera. Questi mesi lo hanno dimostrato in modo evidente.

La didattica a distanza ha costretto ad un cambiamento di paradigma che può suggerire come valorizzare al massimo la possibilità di vedersi, di incontrarsi, di lavorare insieme ogni giorno insieme o a piccoli gruppi e può continuare ad essere una risorsa importante anche quando torneremo a scuola in presenza. Nel decreto rilancio sono state destinate molte risorse per il potenziamento della rete così da garantire a tutti gli studenti la possibilità di avere un supporto tecnologico adeguato e per un piano di formazione dei docenti. Sarà importante usarle al meglio.

Il documento del comitato tecnico per la riapertura delle scuole a settembre, parla di una diversa distribuzioni degli spazi orari, ma, se non cambieranno le regole solite, come sarà possibile farlo mettendo a frutto quello che abbiamo imparato?

Terza proposta
Stiamo tutti ripensando al rientro a scuola settembre. Se avessero chiesto il rispetto del protocollo che dovremo seguire per gli esami di maturità, avremmo dovuto mettere una pietra tombale sulla riapertura in presenza, anche con i doppi turni. Il documento tecnico chiede l’uso delle mascherine ed il rispetto della distanza di un metro, ma c’è una precisazione sul rispetto di tale distanza anche nei movimenti. Inutile negare che questo potrebbe mettere tutte le scuole in grande difficoltà. Penso sia importante valutare quanto è veramente necessario, infatti occorre considerare che, anche se ci sarà una ripresa del virus in autunno, la situazione sarà molto diversa perché sappiamo come affrontare la malattia prima che si aggravi.

Guardiamo a quello che stanno facendo gli altri Paesi: è giusto rimodulare gli orari, distribuire le ricreazioni in tempi diversi, evitare assembramenti, utilizzare le mascherine, igienizzare le mani, garantire una buona areazione e chiedere, infine, ai genitori di certificare lo stato di salute dei figli, ma non chiediamo una distanza che impedirà, di fatto, il rientro a scuola, in presenza, a settembre.

Quarta proposta
Il tema della riapertura delle scuole ha riproposto in modo fortissimo anche la questione della edilizia scolastica. Nelle scuole italiane, già prima di questa epidemia, esisteva un problema enorme di spazi, di bellezza e di funzionalità degli edifici scolastici. Ci sono milioni di euro, stanziati per costruire nuove edifici scolastici bloccati da anni e c’è, da parte di tutta la società civile, una responsabilità, nei confronti di questo tema, che andrebbe recuperata. Esiste l’Art bonus, perché non ripristinare uno School Bonus per favorire un piano di ricostruzione sistematico di tutte le scuole da qui a 5 anni? Perché non semplificare le procedure e imparare da quello che abbiamo fatto dopo il terremoto dell’Emilia, quando in 6 mesi sono state ricostruite 100 scuole molto più sicure, belle e funzionali di quelle che c’erano prima?

Quinta proposta
Il 15 giugno è la nuova data fissata dal Ministero per la sospensione delle attività didattiche in presenza. Perché non dare alle istituzioni scolastiche la possibilità di proporre da subito delle attività libere per i propri studenti? Non ha senso poter andare al ristorante mantenendo la distanza di un metro, poter organizzare attività ludiche con i centri estivi per i bambini dai 3 ai 13 anni, poter promuovere attività artistiche, culturali e sportive con associazioni ed impedire alle scuole di fare qualunque tipo di proposta. Dare questa possibilità sarebbe il modo migliore per non dimenticarsi di una fascia di età che nessuno considera, quella dai 14 anni in su.

Sesta proposta
Solo ora, davanti alla difficoltà di tante persone che hanno perso il lavoro si è scoperto che in Italia esistono 900.000 famiglie che devono pagare una retta perché hanno i figli iscritti in una scuola non statale. Le scuole paritarie, in questi mesi, hanno fatto ogni sforzo possibile per continuare a pagare il personale, anche se le famiglie non riuscivano più a versare le quote, ma ora si trovano in grande difficoltà. Il decreto rilancio, dopo tre mesi di silenzio su questo tema, prevede un contributo aggiuntivo di 120 milioni alle scuole paritarie, per far fronte a queste necessità.

Molti sostengono sia una cifra irrisoria rispetto al costo che lo stato dovrebbe sopportare nel caso in cui le scuole paritarie chiudessero e tutti gli studenti si dovessero riversare nelle scuole statali (basta moltiplicare il costo annuo medio di uno studente nella scuola statale che ammonta a 7.000 euro all’anno per i 900.000 studenti che frequentano le scuole paritarie per avere un’idea della cifra), ma personalmente ritengo sia un segnale importante che potrebbe preconizzare un cambiamento di rotta.

Sarebbe un passo di civiltà importante perché, nel nostro Paese, già dal 2000 esiste una legge di parità che istituisce il sistema nazionale pubblico di istruzione, costituito da scuole statali e da scuole non statali paritarie, ma questa norma non è mai stata applicata fino in fondo.

Potrebbe essere arrivato il momento di farlo, per non trattare più gli studenti che frequentano le scuole paritarie come cittadini di serie B. Basterebbe ispirarci alla Germania, alla Spagna, all’Inghilterra, alla Francia, all’Olanda e a tanti altri Paesi che da tempo hanno trovato le strade perché questa opportunità sia garantita.

lunedì 15 giugno 2020

Mario Salisci "Famiglia e scuola sono state i due fronti cruciali della crisi Covid"

Associazione Articolo 26 ha recentemente organizzato una interessante intervista a Mario Salsci, tutta da ascoltare, su famiglia e scuola in una società che dovrebbe avere che priorità la crescita ed il bene dei bambini e ragazzi.Foggia, incontro con il sociologo Mario Salisci
Mario Salisci è Sociologo e formatore, docente di Sociologia dei Processi Culturali e Sociologia della Famiglia all'Università Lumsa di Roma e Direttore dell'Istituto di Cultura e Lingue delle Marcelline di Genova. Collabora con il Miur e con il Coni per la ricerca sui Licei Scientifici a Indirizzo Sportivo e come esperto sociologo per il Monitoraggio dei LiSS Italiani. Dal 2008 collabora con diverse istituzioni, enti pubblici e organizzazioni private come ricercatore e formatore e offre percorsi di coaching individuali.
Nel 2016 è stato nominato Membro Onorario dell’Associazione Medici Cattolici Italiani - AMCI, per il contributo dato agli obiettivi etici e culturali dell’Associazione. Nel 2012 è stato premiato a Denver negli Stati Uniti dall’American Association for the Study of Religion per la ricerca The Power of the Prayer, nell’ambito del convegno dell’American Sociological Association. I suoi libri sono stati tradotti in diverse lingue.



mercoledì 29 febbraio 2012

Family e Media: educare attraverso la conoscenza ai nuovi media


Che immagine della famiglia viene offerta dalla televisione? Un videogioco può essere educativo? Conviene leggere insieme ai figli?

http://www.familyandmedia.eu/it.html
Anche per rispondere a queste domande, proponiamo nelle nostre pagine un nuovo un link: Family e Media,  sito in tre lingue (tra cui italiano) nato grazie ad un gruppo di ricerca universitario internazionale che studia la famiglia nell’ambito della comunicazione sociale con un doppio taglio: come viene presentata la famiglia nei media (fiction e news) e come le istituzioni che promuovono la famiglia comunicano il loro messaggio e aiutano a costruire una proposta di famiglia nello spazio pubblico. Il gruppo e progetto di ricerca è nato a Roma nel febbraio 2005 in occasione del primo workshop interdisciplinare su famiglia e media tenutosi presso l’Università della Santa Croce fra docenti delle Facoltà di Comunicazione, Teologia e Filosofia della Santa Croce, e docenti di comunicazione delle Università di Navarra (Spagna), Cattolica di Milano, Austral (Argentina) e CEU San Pablo di Madrid. 
Successivamente, si sono tenuti nuovi workshop (2006, 2009) e si è allargato la squadra di ricerca con membri delle Universidad CEU San Pablo di Valencia (Spagna) e Universidad Católica de Argentina. 
All'interno di questo sito si possono trovare interessanti articoli e ricerche per approfondire un tema educativo che sta assumendo sempre maggior importanza: il rapporto tra famiglia e mezzi di comunicazione (televisione ma soprattutto pc,  smartphome e videogame)

martedì 28 febbraio 2012

Comincia la rivoluzione dell'apprendimento, di Sir Ken Robinson

Suggeriamo la visione di questo video ""le risorse umane sono come le risorse naturali, stanno in profondità" 
Per i sottotitoli clicca su tasto "subtitles in" e configura i sottotitoli in italiano. 
Il video è tratto dalla nota trasmissione americana di divulgazione scientifica "Ted Talk" e tratta del fondamentale ruolo della scuola e dell'educazione.
In particolare, in questo appassionante e divertente intervento, Sir Ken Robinson sostiene la necessità di un cambiamento nella scuola, passando da un approccio standardizzato ad un approccio personalizzato perchè solo così i talenti naturali dei nostri ragazzi possano sbocciare e fiorire.
Vuole essere solo ed unicamente uno spunto di riflessione per tutti noi, insegnanti, genitori ed educatori, che ogni giorno mettiamo il nostro impegno ed entusiasmo nella sempre meravigliosa avventura educativa.

mercoledì 30 novembre 2011

SCUOLA STATALE O SCUOLA NON STATALE? Alcuni contributi

Il tema della scuola statale o non statale è da molti anni al centro di un forte dibattito  che, a volte, ha assunto anche i toni dello scontro ideologico.

Ci permettiamo di evidenziare alcuni tra i più importanti contributi alla riflessione, nella direzione della libertà di scelta, e non tutti provenienti da ambienti ecclesiastici:


Papa Benedetto XVI
(....) L’emergenza educativa è uno dei nodi fondanti del pontificato di Benedetto XVI: già due anni fa, in una Pastorale per la diocesi di Roma, parlò di una vera e propria pastorale dell’intelligenza, da sviluppare nella diocesi. E, a più riprese, ha inteso portare avanti il concetto dell’educazione anche attraverso la scelta scolastica.  (....) Il Papa ha ribadito il concetto , in occasione del X anniversario di fondazione del Centro istituito dalla Conferenza Episcopale Italiana, ha per tema: "Oltre l’emergenza educativa, la scuola cattolica al servizio dei giovani".

Antonio Gramsci
Nel 1918 in un articolo per Il grido del Popolo, Antonio Gramsci scriveva: «Noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera, della scuola lasciata all’iniziativa privata e ai Comuni. La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola è indipendente dal controllo dello Stato. (…) Noi dobbiamo farci propugnatori della scuola libera, e conquistarci la libertà di creare la nostra scuola. I cattolici faranno altrettanto dove sono in maggioranza; chi avrà più filo tesserà più tela».

Cardinal Carlo Caffarra 
Leggi l'intero intervento : Seminario FISM Imola, maggio 2010
(...) Anche lo Stato ha una responsabilità. Ma è di natura completamente diversa. Esso non ha, non deve e non può avere un compito ed una responsabilità educativa: sarebbe la dittatura. È accaduto storicamente. Lo Stato ha solo un ruolo sussidiario: favorire l’esercizio della libertà educativa dei genitori, e la libera proposta educativa. Esso deve intervenire in "prima persona" solo quando e solo dove diventa necessario per tutelare il diritto delle giovani generazioni ad essere educate. (...)

Cardinal Giacomo Biffi  
(.....) L'Italia non sarà mai un paese compiutamente democratico fino a che non sarà consentito ai lavoratori cattolici di assicurare ai loro figli una educazione secondo le proprie convinzioni, nelle scuole da loro liberamente scelte.(...)

domenica 13 novembre 2011

Appuntamenti per approfondire il tema dell'educazione


Con piacere desideriamo segnalare un bel appuntamento organizzato dalla Scuola Materna parrocchiale "San Luigi" di San Pietro in Casale:

VENERDI’ 18 NOVEMBRE 2011
ORE  20,30
SALA POLIVALENTE “GIOVANNI PAOLO II”
(ASILO PARROCCHIALE)

EDUCARE COME
EDUCARE PERCHE’

RELATORE: DOTT.SSA TERESA MAZZONI


Come potete ben comprendere si tratta di un tema su cui anche la nostra Associazione si sta impegnando e per questa ragione suggeriamo vivamente la partecipazione a questo incontro. Ben consapevoli delle difficoltà che ci sono per organizzare i tempi familiari, ci sentiamo anche di consigliare (se è possibile) la partecipazione di entrambi i coniugi proprio perché la responsabilità educativa è di entrambi.


Stiamo anche continuando gli incontri con i genitori che hanno figli che inizieranno la scuola nel settembre 2012 per proporre la nostra idea di scuola. 
Lunedì scorso abbiamo incontrato molte famiglie a San Pietro in Casale. 
Chi non avesse potuto parteciparvi, o volesse far partecipare ad un altro incontro il proprio coniuge, o ancora avesse amici interessati, potrà utilizzare uno dei due prossimi incontri che sono previsti a:

lunedì 14 novembre ore 21,00
San Venanzio di Galliera,  Sala Scuola materna parrocchiale

lunedì 21 novembre ore 21,00
San Giorgio di Piano, Sala Scuola materna parrocchiale

venerdì 11 novembre 2011

Educare ad un io "veramente libero" e "liberamente vero"

Riportiamo una sintesi della prolusione particolarmente interessante di S.E. Cardinale Carlo Caffarra all'inaugurazione dell’Anno Accademico alla Lateranense avvenuta mercoledì 9 novembre a Roma (da: http://www.zenit.org/article-28609?l=italian )

(....) L’educatore, quindi, è “responsabile della nascita di un io, non semplicemente libero, ma veramente libero perché liberamente vero”. L’educazione non può ridursi alla mera “istruzione”, in quanto al vero educatore non interessa tanto che l’educando “apprenda qualcosa” ma che “diventi qualcuno”. 
Perché l’educazione ritrovi un profilo umano alto è necessaria la testimonianza da parte dell’educatore: essa non è un semplice insegnamento che tocca solo l’intelletto ma deve toccare intimamente la persona. 
La coerenza dell’esempio di vita è una via obbligata per l’educatore. Se questi “contraddice con il suo comportamento ciò che propone, normalmente la sua proposta non ha alcuna forza”. Non si può pretendere che l’educatore non sbagli mai, tuttavia, “riconoscere lo sbaglio è profondamente educativo”, ha osservato il cardinale. Un’altra dimensione della responsabilità dell’educatore consiste nella “responsabilità di testimoniare la verità circa il bene della persona”, come fece Socrate, definito da Caffarra “il primo grande educatore in Occidente perché contro il potere ha testimoniato la verità circa il bene della persona, fino a subire la morte”. 
Tre sono, in definitiva, le responsabilità dell’educatore: 
1) “la responsabilità della nascita di un io veramente libero e liberamente vero”; 
2) “la responsabilità della custodia della verità circa il bene della persona”; 
3) “la responsabilità della testimonianza alla verità circa il bene dell’uomo”. 
Secondo Caffarra, la sorgente di questa triplice responsabilità dell’educatore, è rappresentata – sulla scia di quanto scriveva Romano Guardini – dalla responsabilizzazione dell’educando, considerato nella sua straordinaria unicità. Ed è soltanto l’amore cristiano che permette di cogliere questo aspetto, poiché “l’educazione è un affare del cuore”, ha poi concluso Caffarra, citando San Giovanni Bosco.

mercoledì 5 ottobre 2011

Il saluto di S.E. Card. Carlo Caffarra, in occasione dell'avvio della nostra attività educativa


Carissimi,
il programma di apertura mi piace molto: complimenti.

Vi porto con me nella preghiera davanti alla Madonna.

Avanti dunque con coraggio: “ciò che farete al più piccolo dei miei fratelli, lo fate a Me”.

Spero che il Signore mi conceda quanto prima di venirvi a trovare.



+ Carlo Card. Caffarra




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Approfittiamo per rivolgere al ns. amato Cardinale i più sentiti auguri di pronta guarigione dal piccolo malanno che lo ha colpito in questi giorni.

Con affetto e profonda stima,

Ass. Amici di Mariele

giovedì 11 agosto 2011

Mattone su mattone....


“Mattone su mattone
viene su la grande casa,
è il Signore che ci vuole abitar con te.

Ma fermati un momento, e provati a pensare,
che cosa c'è che importa di tutto questo fare?
E ti dirò un segreto che è quel che fa per te...



Appuntamento al 12 settembre

lunedì 16 maggio 2011

Cento (FE) : Conferenza di S.E. Card. Carlo Caffarra sui temi educativi


Giovedì 19 Maggio 2011, ore 21.00 presso il Centro Pandurera
Teatro Fondazione Teatro G. Borgatti, via XXV Aprile 11, Cento (FE) (tel. 0516858911)

si terrà la Conferenza di
S.E. Cardinale Arcivescovo Carlo Caffarra
sul tema "L'emergenza educativa"

Organizzazione "Collegiata San Biagio di Cento"
Ingresso libero

domenica 7 novembre 2010

Il nostro progetto educativo - anno scolastico 2011/12

Il nostro progetto educativo si fonda sul concetto di "educare": l’educazione non è solamente istruzione, e per questo non si deve rinunciare a trasmettere il significato della realtà che si affronta e che si studia. Solo così si può generare cultura. Tutti gli aspetti della realtà hanno un significato (una poesia, un’operazione matematica, un fatto storico o un frammento di musica) e vale la pena implicarsi a fondo per scoprirlo. Il ciclo di istruzione scolastica primaria voluto dall’associazione “Amici di Mariele” ha come obiettivo principale l’educazione del bambino considerato come un essere unico e irripetibile, prezioso più di qualsiasi altra cosa perché dono di Dio. Educazione che mira alla sua formazione completa (perché possa arrivare a dare senso alla sua vita, rispondendo alle domande fondamentali) coinvolgendo in questo processo la sua famiglia (prima e principale responsabile del bambino).
Ti presentiamo qui una veloce sintesi del nostro Progetto Educativo, consapevoli che non è possibile restringere in sole quattro pagine un argomento così importante. Però è altrettanto importante avere sin dall'inizio una chiara visione del nostro progetto.



lunedì 18 ottobre 2010

Giuseppe De Rita: "Questa è l’Italia delle pulsioni: smarrito il senso etico" Corriere della Sera 13/1010 pag. 27


di Paolo Conti (fonte: Corriere della Sera)

«Guardi, forse un anziano signore come me, ormai approdato ai 78 anni, può fidarsi dell' autoregolamentazione etica, di un timone morale soggettivo... perché c' è l' esperienza di vita, la conoscenza che si accumula, l' età che ti aiuta a non farti trascinare chissà dove. Ma se sei un ragazzino privo di norme interiori consolidate, allora veramente può succedere che tenti di ammazzare qualcuno con un pugno per una banale discussione mentre sei in fila alla biglietteria della metropolitana...». Giuseppe De Rita è un termometro ambulante della salute sociale italiana. Da più di quarant' anni non fa che misurarla a colpi di rapporti Censis, seguendo giorno dopo giorno piccoli cambiamenti puntualmente destinati a lievitare in fenomeni di massa. Da tempo il sociologo avverte: guardate, stiamo vivendo la stagione più acuta del soggettivismo etico, tutti giudicano le proprie azioni e adottano decisioni morali in base a un criterio assolutamente personale. La ragione? De Rita risponde con la pacatezza di sempre, ma nel sottofondo si avverte molta amara preoccupazione: «La storia del tassista milanese pestato a sangue per aver investito un cane, questa donna che a Roma finisce in coma per il pugno di un ragazzo... So che l' esercizio logico può essere complicato, ma non siamo così lontani dal balconing». Ci aiuti a capire come e perché, professor De Rita: «Da sempre la nostra società è stata regolata da norme ben precise. Attenzione: qui non parlo semplicemente di leggi scritte e di codici, di vigili urbani o di carabinieri. Mi riferisco a regole interiori che strutturano la personalità, la rendono solida...». Il professore ha ben chiaro l' iter che conduce una generazione di ragazzi a tentare la scommessa del salto del balcone così come a considerare un' aggressione quasi un gesto normale (infatti il ragazzo della metropolitana romana chiede agli inquirenti, dopo aver ricostruito l' episodio, «e adesso posso andare?»). Ecco qui la strada, secondo De Rita: «C' era la scuola che insegnava non solo le materie ma anche a vivere. C' era il padre che premiava e puniva. La madre che riprendeva la figlia troppo "disinvolta". Ovviamente c' era la Chiesa che imponeva un vincolo morale di natura religiosa. Infine le autorità, che provvedevano al resto. Ma dalla fine degli anni Sessanta in poi tutto è lentamente e irrimediabilmente cambiato. Ormai tutti quei referenti che dovrebbero, in qualche modo, "rappresentare la legge" e farla rispettare sono diventati evanescenti». La conseguenza concreta, secondo l' analisi di De Rita, è visibile in quelle aggressioni tanto violente quanto inumane nella loro insensatezza: «Siamo nell' impero delle pulsioni interiori non più regolabili proprio da quelle norme che da sempre le contenevano. Quindi io posso rischiare la mia vita saltando da un balcone per il gusto di una scommessa e posso anche aggredire chi mi irrita e mi offende. L' unico metro morale sono io stesso. La parola "sregolato" rende bene, "s-regolato", privo di regole. Potrei dire che, in questo senso, siamo diventati tutti un po' matti proprio nell' accezione che si attribuiva un tempo a quella parola. Il matto, in fondo, era colui che rifiutava confini e argini». La radice di questa sorta di anarchia collettiva, di cancellazione dei capisaldi interiori va cercata, secondo De Rita, nell' irripetibile e mitizzata stagione a cavallo tra gli anni 60 e 70 che modificò per sempre la società italiana: «Uno degli slogan del Sessantotto era "la norma ci uccide". Ecco qui, dove vogliamo cercare? Ricordo anche una suggestiva risposta, credo, di Toni Negri: "Io non voglio rispettare la norma dei giudici naturali, voglio un giudice che mi capisca". L' esplosione del soggettivismo etico comincia con la rivendicazione dell' Io come arbitro unico della propria vita. Io sono il Principe di me stesso e se ho qualche pulsione la soddisfo. Sono io il padrone del mio corpo. Decido io se avere un figlio o abortire... Sono anche il padrone di mia moglie o la padrona di mio marito». Restando in questo solco, sostiene il sociologo, si approda anche all' indifferenza di chi assiste a queste scene. Alla assoluta imperturbabilità dei passanti che, alla stazione della fermata Anagnina sfiorano quella donna ormai in coma e non si fermano. Cosa è, professore, abitudine alla marginalità, a certi ultimi che vivono sdraiati un po' ovunque? «No. Qui dobbiamo tornare al soggettivismo etico. Il ragionamento: io non mi fermo perché quel tempo a disposizione è mio, solo mio, dunque non vale la pena che io mi chini a capire cosa sia capitato a quella donna perché non mi riguarda. E nessuno può giudicarmi». Il quadro complessivo, senza moraleggiare, è allarmante. Pensa che possa esserci una via d' uscita? «Il semplice aumento della dimensione punitiva della legge non risolve il problema proprio per l' assenza di una norma etica interiore di riferimento. Si può lavorare per far ritrovare quei riferimenti che ho definito evanescenti. Ma occorre tempo, volontà. Soprattutto nel capire che la "meravigliosa" stagione della "liberazione" dalle regole è finita. Semplicemente perché quelle norme non ci sono più».

martedì 11 maggio 2010

Sintesi intervento di S.E. Card. Carlo Caffarra, 3 maggio 2010 sui temi dell'Educazione

"Educare: una responsabilità, un compito, una gioia"
Convegno FISM, Teatro dell’Osservanza - Imola (BO)


Sintesi tratta dall'intervento completo scaricabile all’indirizzo : http://www.caffarra.it/convegno030510.php

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Essenzialmente il rapporto educativo è un rapporto fra un’autorità ed una libertà.
Il contenuto di questo rapporto è costituito dall’offerta di una proposta di vita fatta dalla persona autorevole alla persona in formazione.
Che cosa si intende per "proposta di vita"? Se paragoniamo la vita alla costruzione di un edificio, ciò che è il progetto per l’edificio è la "proposta di vita" [che costituisce il contenuto del rapporto educativo] per la persona educanda.
In queste semplici osservazioni è racchiuso tutto: il compito, la responsabilità, la gioia di educare. Ma anche i gravi problemi.

Esistono alcuni presupposti che implicitamente o esplicitamente devono essere ammessi dall’educatore, altrimenti la relazione educativa non può neppure essere istituita, o rischia comunque di isterilirsi.
→ La libertà ed il suo esercizio non è un assoluto al di sopra del quale e prima del quale non esiste nulla. Mi spiego con un esempio molto semplice. Hitler e Madre Teresa hanno vissuto secondo un progetto esistenziale liberamente scelto e realizzato. Sono sicuro che nessuno di voi però pensa che sia la vita di Hitler che la vita di Madre Teresa meritano lo stesso giudizio, dal momento che ambedue erano liberamente vissute.
L’esempio ci fa capire una cosa di fondamentale importanza. Esistono progetti di vita buoni e progetti di vita cattivi. O – il che equivale – esiste una verità circa ciò che è bene e ciò che è male, che precede l’esercizio della nostra libertà e in base alla quale esso è giudicato.
Perché una persona si assume il compito e la responsabilità di fare ad un’altra una precisa proposta di vita? Perché ritiene che questa proposta sia vera: dica cioè la verità circa ciò che è il bene e il male della persona. Ed anche perché ritiene che l’altro possa sbagliarsi nel progettare la sua vita: siamo al secondo presupposto.
→ La persona umana nasce avendo nel cuore un desiderio illimitato di beatitudine, e in questo desiderio di beatitudine la mano creatrice di Dio ha seminato una inestinguibile sete di verità e di bontà. La persona umana, quando giunge nel mondo, è come una grande promessa che può essere realizzata e può essere delusa. Non può essere lasciata a se stessa: ha bisogno di essere, e chiede di essere aiutata a realizzarsi nella verità e nel bene. L’atto educativo nasce dalla condivisione del destino dell’altro. Non una condivisione qualsiasi, ma che si concretizza precisamente nell’indicazione della via che porta alla beatitudine.
→ Tutto questo comporta da parte dell’educatore una visione della persona umana; l’educatore deve saper rispondere alla domanda: chi è l’uomo? Il rapporto educativo si radica sempre in un’antropologia.

A questo punto abbiamo tutti gli elementi per definire il rapporto educativo dal punto di vista della fede cristiana.
Esso si istituisce quando l’educatore fa alla persona educanda la proposta cristiana della vita. È fondamentale capire che cosa significa "proposta cristiana della vita".
Gli storici dell’arte cristiana ci dicono che sui più antichi sarcofagi Cristo era spesso raffigurato sotto la figura del filosofo e del pastore. Tralasciamo la considerazione della seconda raffigurazione, e riflettiamo sulla prima.

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Due precisazioni importanti. La proposta cristiana non si aggiunge estrinsecamente alla realizzazione della nostra umanità, ma è la modalità della perfetta realizzazione della medesima. Quando poi si parla di "vita umana" si intende tutto ciò che concretamente costituisce la trama della nostra vita quotidiana. L’educazione dunque cristiana si definisce in riferimento alla proposta di vita propria della visione cristiana [cfr. art. 2 della Carta formativa].

Possono sorgere dentro di noi a questo punto due difficoltà nei confronti della definizione cristiana di educazione.

La prima: in un contesto sempre più pluralistico, anche dal punto di vista religioso, non è contrario ad una pacifica convivenza sociale educare la persona ad una forte identità? Questa difficoltà fa parte oggi del comune sentire, e sembra essere come una specie di dogma indiscutibile. In realtà è profondamente disumana e disumanizzante. Per varie ragioni. Ne accenno alcune.
Essa parte da una visione astratta della persona umana, cioè falsa. Ogni persona umana nasce all’interno di una cultura e di una tradizione. Realizza cioè la comune umanità nella molteplice diversità delle culture. La convivenza fra varie persone non si ottiene azzerando le diversità, credendo in questo modo di raggiungere la natura umana "pulita" da ogni incrostazione storica. Sarebbe come se, partendo dal fatto che di ogni uomo è proprio il linguaggio, si ritenesse che esista una sola lingua uguale per tutti.
Poiché è questa una visione astratta, non reale, ideologica, c’è un solo modo per proporla: imporla per legge. [cfr. il tentativo di una Costituzione Europea]. Pensare di creare comunione interpersonale, vera convivenza mediante le regole, è un’illusione. Se non altro perché non esiste regola capace di far rispettare le regole.

La seconda difficoltà: educare nel modo suddetto non è contro la libertà della persona? Anche questa idea che vede l’educazione e la libertà come due grandezze confliggenti è oggi comune, ma va rifiutata.

La libertà umana non è della stessa natura della spontaneità animale. La libertà umana è un auto-determinarsi, e quindi un scegliere in base alla conoscenza di ciò che scelgo. È la verità circa il bene e il male la radice della libertà. Il pensare che la libertà della persona possa nascere come per generazione spontanea da un terreno incolto, e che pertanto vada evitata ogni coltivazione della persona, è ignorare completamente i grandi dinamismi dello spirito.

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