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testo

“Noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera,

lasciata all’iniziativa privata e ai comuni.

La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola

è indipendente dal controllo dello Stato”

Antonio Gramsci, Grido del Popolo, 1918

sabato 11 febbraio 2017

Tecnologia digitale: consigli per l'uso. Il nuovo libro di Manfred Spitzer


«Siamo malati di cyber, ma Spitzer condanna gli eccessi d'uso della tecnologia, perchè, come in medicina, è la dose che fa il veleno...» 

Frankfurter Allgemeine 


Presentiamo un libro interessante che affronta un tema molto delicato: l'utilizzo della tecnologia in dosi utili. L'autore è Manfred Spitzer ed il libro è "Solitudine digitale. Disadattati, isolati, capaci solo di una vita virtuale?" edito da Corbaccio (Milano 2016, pagine 432, Eur 19,99)


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In questo nuovo libro, Spitzer  continua lo sforzo di renderci coscienti dei rischi a cui andiamo incontro.
A fronte dei messaggi generalizzati sulle straordinarie possibilità e potenzialità degli strumenti su citati non esita a definire tali messaggi come risultati delle più potenti lobby internazionali dei produttori di tali strumenti (hardware e software) e a paragonare tali messaggi a quelli delle lobby dei produttori di sigarette che periodicamente pubblicavano risultati di ricerche per cui il fumo non era poi così dannoso per la salute.
Manfred Spitzer è nato nel 1958, è laureato in Medicina e Psichiatria, è stato
visiting professor a Harvard e attualmente dirige la Clinica psichiatrica e il Centro per le Neuroscienze e l'Apprendimento dell'Università di Ulm.
Egli riconosce che nella clinica dove lavora, la donna delle pulizie usa il computer per ordinare i detersivi, le infermiere per archiviare i documenti, i medici per qualunque cosa, e anche i dirigenti non possono permettersi il lusso di
non lavorare con il computer. In breve: il computer è ormai necessario quasi in qualunque occupazione.
Sarebbe dunque auspicabile che già a scuola si imparasse l'uso dei media digitali e si potesse ottenere una specie di patentino
ad hoc. Ma computer e internet non vengono visti solo come strumenti per compiere determinati lavori, bensì come strumenti di apprendimento grazie ai quali l'educazione dei bambini finalmente avverrebbe in maniera automatica dopo millenni di estenuanti predicozzi. Molti genitori insicuri comprano ai figli un computer solo per questo motivo. Vogliamo che i nostri figli abbiano più possibilità di noi. Per questo non vogliamo negare loro ciò che può farli andare avanti nella vita. Chi non sa usare un computer è escluso dalle innovazioni della società moderna (come chi è analfabeta).
In realtà, dice l'autore proprio all'apertura di questo libro: «Già alcuni anni fa, tra tv, computer, video e
console di gioco, i giovani tedeschi trascorrevano sette ore al giorno davanti agli schermi. La vertiginosa diffusione degli smartphone negli ultimi cinque anni ha modificato questo dato soltanto riguardo a un aspetto: un ulteriore e massiccio incremento dell’utilizzo di tecnologie informatiche digitali. Del resto, lo smartphone è sempre con noi ed è sempre a portata di mano. Se abbiamo bisogno di un’indicazione, non ci rivolgiamo più a un passante, non chiediamo più aiuto a un conoscente per la risoluzione di un problema: come si usa questa lavatrice? per esempio. Poniamo la domanda allo smartphone e, nel giro di una frazione di secondo, riceviamo la risposta dalla «nuvola», per usare il termine con cui oggi amiamo chiamare le gigantesche banche dati collocate da qualche parte nei deserti del mondo. Le tracce che lasciamo nello spazio cibernetico vengono registrate, memorizzate e analizzate. Persino quando usiamo lo smartphone solo come torcia, esso raccoglie e invia dati su di noi, dati che vengono poi interpretati, venduti e usati indebitamente, come sappiamo dalle rivelazioni che il collaboratore della National Security Agency (NSA) Edward Snowden ha rilasciato nell’estate del 2013».
L'autore, attraverso il continuo riferimento a studi scientifici, ci guida a riconoscere gli effetti di ore di permanenza davanti ai televisori, ore di uso degli
smartphone da lui rinominati i «coltellini svizzeri» dell'era dell'informazione, ore spese con i video giochi e con internet, in altre parole a riconoscere quella che lui chiama la «dipendenza senza sostanze».
Passa poi a farci conoscere l'utilizzo che viene fatto dell'analisi degli usi, sopra ricordati, da parte dei possessori di questi cosiddetti
big data. Nel precedente libro aveva detto: «se non paghiamo niente per una certa prestazione, allora non siamo clienti, bensì la merce che viene venduta.» In sintesi big data, big brother e fine della privacy.
Si prendono quindi in esame i tipi di
stress conseguenti agli usi sfrenati su citati e qui l'autore ci ricorda che lo stress è perdita di controllo. Con le tecnologie digitali abbiamo ottenuto il controllo di quasi tutti gli aspetti della nostra quotidianità in cambio della sensazione vaga e diffusa di non aver più in pugno la nostra vita, e in cambio di una vita prevalentemente isolata e solitaria.
Si parla di cyberstress da smatphone e da facebook e cybermobbing e cyberstalking. A fronte di ansie e fobie generate dagli usi smodati delle tecnologie digitali vi sono anche evidenze di usi umanitari di tecnologie come facebook, per esempio dopo il terremoto di Haiti e il terremoto dell'Aquila in cui molte persone si servirono dei social network per mantenere saldi quei rapporti sociali che prima si sviluppavano nell’immediata prossimità, oppure per crearne di nuovi.
Un altro rischio documentato dell'uso improprio della disponibilità di informazioni attraverso i media digitali viene qui definito «cybercondria» cioè la paura di soffrire di una malattia grave che insorge nei pazienti quando usano i motori di ricerca.
Speciale attenzione deve essere dedicata ai bambini, perché il loro sviluppo è tanto più possibile quanti più sono gli stimoli sensoriali offerti. La scienza ha dimostrato che lo sviluppo linguistico avviene maggiormente nell'udire e vedere i genitori parlare. In altre parole una storia letta è molto più efficace che una storia vista da un DVD o letta da un
e-book magari attraverso funzioni speciali tipo read me.
Un ulteriore approfondimento è dedicato al percorso dal comprendere al pensare. L'autore ci ricorda che se si chiede a un bambino di quattro anni di tenere in mano uno spillo, una penna, una chiave, un uovo o un secchio, oppure di aggrapparsi a una sbarra, automaticamente e con incredibile sicurezza egli eseguirà sei tipi differenti di presa, che in medicina hanno nomi precisi perché coinvolgono muscoli, tendini e nervi differenti. Diversamente, passare una mano su una superficie piatta e dunque senza alcuna caratteristica particolare è la cosa più semplice che un bambino possa fare.
Quale utile generalizzazione dovrebbe imparare il nostro cervello da tutte queste esperienze di
swipe? Che tutti gli oggetti del mondo sono uguali al tatto e che, qualunque sia il loro aspetto, si maneggiano allo stesso modo? Ma qualcuno invece sostiene che: «senza bisogno di tastiere e solo per mezzo del touch-screen, abbiamo subito a disposizione, con un solo click, tutte le opzioni di internet e le app. Non è più indispensabile possedere competenze di lettura e scrittura per fruire dei contenuti, il menù spesso configurato con simboli visivi ne consente potenzialmente l’uso anche ai bambini in età prescolare».
L'ossessionante introduzione di mezzi digitali nelle scuole che risultati sta portando?
Gli studi sull’introduzione dei computer a lezione sono deludenti o addirittura imbarazzanti e non giustificano in alcun modo gli investimenti sulle tecnologie informatiche digitali. Anche le ulteriori argomentazioni a sostegno di tali investimenti – trasmissione di competenze mediatiche e garanzia di pari opportunità per i bambini delle classi sociali svantaggiate – non trovano alcun fondamento empirico nei dati raccolti. Senza esagerare si documenta una gioventù distratta, ignorante e sedentaria.
Prima di arrivare alle conclusioni l'autore ci illustra ancora tre effetti concreti dell'uso dei mezzi digitali sulla nostra vita.
L'insonnia digitale causata da impedimento e interruzione del sonno, disturbi nell’addormentamento per via di eccitazione e contatti sociali, influsso negativo della luce blu.
Il cosiddetto
cybersex ovvero sexting cioè scambio via internet di testi e immagini a sfondo sessuale, pornografia digitale e sex on demand, forma del tutto nuova di contatti sessuali.
La solitudine digitale conseguenza dei contatti umani mantenuti attraverso altoparlanti e schermi – che si tratti di
e-mail o skype, di facebook o di chatroom, di smartphone o di PC – e che non possono sostituire il contatto reale con le persone, perché vi rimangono escluse tutte le esperienze sensoriali dirette.
Il libro è un ottimo strumento per riconoscere usi deviati e devianti degli strumenti digitali e se non è in grado di vietare il peggio è sicuramente utile per informarci correttamente dato che ogni affermazione è supportata da studi ed esperimenti scientifici con risultati documentati.
Potrebbe inoltre aiutarci ad assumere, per noi e per i nostri figli, un comportamento ragionevole mostrando che è possibile una realtà in cui non siamo reperibili 24 ore su 24, non abbiamo migliaia di amici che non conosciamo e i cui messaggi ci arrivano solo se c'è un computer che lo desidera; non siamo sotto il controllo di un dispositivo che ci dà molte possibilità ma, allo stesso tempo, ci dice giorno e notte cosa dobbiamo fare e in più ci spia meglio di quanto possano fare i servizi segreti di tutto il mondo.

venerdì 3 febbraio 2017

La lucida analisi del prof. Galli della Loggia sulla crisi del sistema scolastico



Rilanciamo un estratto dall'interessante articolo del prof. Ernesto Gali della Loggia pubblicato su Corriere della Sera il 15 gennaio 2017

(qui puoi leggere l'articolo originale  e completo: QUI)


L’abbandono della scuola al tempo dell’abdicazione della politica
Dagli anni Ottanta i poteri dei ministri sono passati agli esperti, cancellando nei programmi ogni valenza formativa. E, per gli alunni, l’insegnamento ora è insignificante (di Ernesto Galli della Loggia)
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Quali sono le ragioni profonde della crisi radicale che in Italia ha colpito l’istruzione, la sua organizzazione e si direbbe la stessa dimensione educativa? Le opinioni differiscono parecchio ma per capire davvero credo sia necessario fare ciò che solitamente non si fa: riprendere il discorso dall’inizio, riandare alla storia. La scuola che noi conosciamo, la scuola pubblica (una qualifica, va sottolineato, che significa non solo aperta a tutti, ma anche volta a un fine collettivo, a un interesse pubblico, appunto) non nasce da una decisione di tipo culturale o educativo. Nasce da una decisione politica. Quando cioè nel corso del XIX secolo, per sottrarre la formazione dei giovani all’egemonia fin lì esercitata dalla religione e in particolare dalla Chiesa cattolica, le élite politiche protagoniste delle rivoluzioni liberali decisero che doveva essere il loro nuovo Stato in prima persona, e attraverso un proprio personale, ad occuparsi dell’istruzione. Allo scopo precipuo non già di assicurare la trasmissione e la diffusione del sapere (c’era anche questo ovviamente, ma non era l’essenziale), bensì di formare i cittadini dei tempi nuovi. Di formare le loro coscienze e con esse quindi lo spirito pubblico del Paese: promuovendo un minimo di autonomia individuale per tutti con l’insegnare a leggere, scrivere e far di conto; e per i giovani della futura classe dirigente avvalendosi dello strumento reputato il più adatto a inculcare i valori della «civiltà moderna» che quelle élite intendevano rappresentare.
Radici classiche
Vale a dire un’educazione di tipo laico-umanistico con fortissime radici nella classicità, sia pure allargata a un consistente nucleo di sapere scientifico. Da questa decisione tutta politica è nata la nostra scuola: non a caso, sono i Paesi di tradizione cattolica quelli dove ancora oggi si registra la statalizzazione più piena e ideologicamente convinta di tutti i gradi dell’istruzione. È superfluo chiedersi se tutto ciò sia stato un bene o un male. Le cose non potevano che andare così. È assai più importante, credo, essere consapevoli che nella specifica realtà storica dell’Italia otto-novecentesca quella scelta si è mostrata quanto mai pagante. Sul medio-lungo periodo, infatti, essa è servita a formare una coscienza dell’identità nazionale sufficientemente ampia, a dare vita a una classe dirigente più o meno culturalmente omogenea, nonché a costituire un ethos dell’appartenenza statale e dei suoi obblighi capace di mettere qualche radice. Ma non solo, se si pensa che un Paese inizialmente sommerso dall’analfabetismo e dalla povertà delle attrezzature, quale era il nostro, riuscì in un secolo a raggiungere traguardi non proprio spregevoli anche da un punto di vista strettamente culturale e nell’ambito della ricerca scientifica.
Chi decideva gli ordini di studio
Tutto ciò, ripeto — dalla nascita dello Stato italiano fino a un dipresso al 1960 — è accaduto per l’impulso e sotto la direzione della politica. Rappresentata istituzionalmente da un ministro con il pieno potere di decidere l’articolazione dei vari ordini di studio e, salvo che per l’università, di stabilirne i programmi; di fissare i requisiti necessari per potervi insegnare nonché di organizzare le modalità per accertare i medesimi requisiti; dotato infine del potere disciplinare e di controllo su tutto l’insieme attraverso la rete dei provveditorati a lui facenti capo. Se qualcuno pensa che tale ministro fosse una specie di khan tartaro, sbaglia. Nell’età liberale e poi nella democrazia repubblicana è stato semplicemente un ministro che come tutti i ministri traeva il proprio potere da una maggioranza elettorale e rispondeva politicamente al Parlamento di ciò che faceva.
Investimento collettivo
È questo edificio che ha iniziato a sbriciolarsi negli anni Sessanta-Settanta per poi scomparire del tutto nel nuovo millennio. In ragione di una causa semplice e insieme complessissima: l’irruzione nel nostro Paese della democrazia di massa. Destinata in questo caso a prendere due forme. Da un lato l’esplosione di un fortissimo investimento collettivo, tanto ideologico che simbolico, sull’ambito dell’istruzione: con l’erompere di un esteso e profondo desiderio di ascesa sociale (vedi l’impennata delle iscrizioni scolastiche o «le 150 ore»), con il sogno egualitario che sempre è alimentato dalla democrazia (vedi parole d’ordine come il «6 politico», il no alla «selezione» o alla «scuola di classe» ecc.), infine con le aule divenute culla di una fraternità giovanile potenzialmente ostile a ogni autorità, vogliosa di essere «libera» e di «contare». Dall’altro lato, l’irrompente democrazia di massa prese la forma di un’inedita mobilitazione politica di larghi settori di ceto medio, nel nostro caso i docenti della scuola pubblica. Dei quali la parte migliore (e minore) si mosse alla ricerca di un riconoscimento di ruolo e di gratificazioni professionali nuove in armonia con i dettami culturali dei tempi; la parte maggiore, invece, conscia dei possibili vantaggi offerti dalla situazione creatasi, si limitò a essere supinamente consenziente. Tutti furono in realtà lo strumento del solo potere che da lì in poi avrebbe dominato la scuola italiana: il sindacato.
(…….)
Vacuo cosmopolitismo
A logico completamento del tutto, la sostanziale abdicazione della politica pure in merito alla stesura dei programmi, lasciati da tempo alla pressoché unica responsabilità «tecnica» di un manipolo di «esperti», assertori ovviamente del carattere esclusivamente «scientifico» delle proprie scelte. Le quali, inutile dirlo, neutrali però non lo sono per niente. In realtà, infatti, il nucleo delle materie non scientifiche che oggi si insegnano nelle nostre scuole è stato radicalmente depurato di qualsivoglia narrazione connessa non dico a una «tradizione», ma assai spesso neppure a un canone o a un percorso di tipo «nazionale» e caso mai «occidentale». Così come è stata cancellata da quei programmi ogni potenziale valenza eticamente o spiritualmente formativa che non sia ispirata al politicamente corretto dominante e al più vacuo cosmopolitismo. Dovunque, poi, una ingenua tendenza a formalizzare secondo stereotipi dal sapore strutturalista, e l’allusione velleitariamente colta. Questo è l’orientamento prevalente della scuola italiana attuale, ormai interamente nelle mani degli «esperti». I tentativi in direzione timidamente contraria osati da qualche ministro della Destra ha costituito una minuscola eccezione: che ha confermato la regola ma non ha cambiato realmente nulla. Alla fine, la cancellazione dell’aggettivo «pubblica» apposto al sostantivo «istruzione» — che fino a qualche tempo fa, ma ora non più, caratterizzava la denominazione ufficiale del dicastero preposto per l’appunto a quell’ambito — si rivela l’adeguata esplicitazione lessicale del congedo della politica dall’istruzione stessa.
Dimensione a a dimensione tecnico-operativa
È in tale congedo che sta il cuore autentico della crisi della scuola italiana (simile ma non eguale a quella di molti altri sistemi scolastici dell’area euro-occidentale). Esso ha voluto dire la perdita di qualsiasi orizzonte generale, la rinuncia a rendere l’istruzione il momento centrale della riproduzione sociale in senso alto, al tentativo — si può immaginare quanto temerario: ma forse proprio per questo degno di essere perseguito — di fare di essa la matrice del carattere e della personalità. La scuola attuale, invece, è sempre più giudicata insignificante a cominciare dai suoi stessi alunni e dai loro genitori, perché essa per prima, illudendosi di guadagnarne chissà quale libertà, ha rinunciato al suo massimo significato, ha accettato il proprio declassamento a una dimensione puramente tecnico-operativa, quando va bene a dispensatrice di saperi anziché di cultura. Ha acconsentito, sta acconsentendo, alla tendenziale sostituzione di un docente con un computer. Mentre ormai, quasi come in un fatale gioco di specchi, la politica partecipa pur essa a questo inabissamento nel negativo: con il vicepresidente del Senato e presidente del Consiglio in pectore in caso di vittoria grillina, l’onorevole Di Maio, il quale, riferiscono le cronache, tra uno «spiano» e uno «spiassero» si affanna a indovinare come diavolo faccia la terza persona plurale del congiuntivo presente del verbo «spiare», ma non ci riesce nemmeno al terzo tentativo.

martedì 31 gennaio 2017

La motivazione come strumento nell'educazione




(......) la motivazione è la leva sulla quale insistere per ottenere un risultato nel campo dell’educazione. Chi ha responsabilità educative adopererà la motivazione su se stesso in quanto spinto dal bisogno di educare ma soprattutto l’userà sul beneficiario dell’educazione all’interno di un progetto finalizzato al suo inserimento sociale ed alla conoscenza.
Per chi educa essere motivato è vitale: rappresenta il punto di partenza da cui agire per generare un circolo virtuoso che influisca sulle motivazioni del figlio. E’ da supporre che per un genitore sia naturale essere mosso da questa forza. A ben guardare, però, anche per un padre od una madre la spinta può essere incostante a causa di fattori che cercherò brevemente di riassumere di seguito.

ANSIA: Può essere considerato il primo dei fattori ostacolanti. L’insicurezza, fonte dell’ansia, dovrebbe essere distinta dal dubbio. La prima genera, infatti, paralisi nel perfezionamento di un’azione (nei casi estremi), si manifesta contemporaneamente all’azione stessa ed interferisce negativamente, comportando, eventualmente, una distorsione nella percezione dei risultati.
Il “dubbio”, se non patologico, può invece intervenire in modo positivo poiché sorge DOPO valutazione delle conseguenze di un’azione ed è motivo di revisione delle azioni successive e di correzione di eventuali errori precedenti.
In definitiva mentre un ”insicuro” non inizia o non progredisce, un “dubbioso” modifica e migliora.
Il genitore ansioso è pervaso, in genere, da una sgradevole sensazione di inadeguatezza. L’effetto limitante sui rinforzi positivi è dovuto alla sua scarsa obiettività nella valutazione dei risultati ottenuti nel percorso. Si genera un circolo vizioso nel quale la motivazione viene soffocata dalla paura di commettere errori. In queste condizioni possono verificarsi tre evenienze:
1) la motivazione rimane ma l’azione è scoordinata ed incostante nel tempo. Il soggetto è quindi poco gratificato dal compito che si è assunto, interpretandolo come infruttuoso, pesante. Il rischio è dato da un cedimento che può evolvere verso una “paralisi educativa”, nella quale la tentazione più forte è quella di iperproteggere il figlio nel timore che ogni sua nuova esperienza  costringa il genitore ad un adeguamento.
2) La motivazione rimane forte ma il senso di inadeguatezza costringe l’educatore a scaricare su altri la responsabilità dell’educazione (scuola, amici, nonni, ecc.) . In questo caso, venendo meno l’ansia (poiché non c’è azione diretta) il soggetto può divenire ipercritico rispetto ai risultati ottenuti dal figlio e nei confronti di chi è stato caricato della responsabilità. In tale situazione sarà la motivazione di chi impara ad essere minata alla base da critiche dei metodi e dei risultati.
3) La motivazione ad educare si spegne, soffocata da una percezione gravemente distorta dei risultati che, per retroazione, genera nel soggetto una sensazione di inutilità degli sforzi. In questo caso il figlio non fruirà dei rinforzi che l’educatore ha il compito di somministrare: in pratica dovrà ricercare, con intuibili difficoltà, gratificazioni e correzioni al di fuori dell’ambito familiare, rivolgendosi dove è più semplice ottenere conferme (ad esempio facendo capo a compagni di età maggiore, con immaginabili conseguenze).

INTERFERENZE AMBIENTALI SVALUTATIVE: insorgono quando, nell’applicazione pratica di una strategia educativa, si riscontrano, da parte dell’ambiente e della società, critiche sul metodo e svalutazioni dei risultati. La motivazione del genitore può subire contraccolpi tanto più forti quanto più la recettività alle opinioni altrui è sviluppata. Il terreno più fertile è rappresentato dal genitore ansioso (vedi prec.). Senza considerare le buone intenzioni di chi si erge a giudice, l’educatore, per non esserne influenzato negativamente, dovrebbe usare le critiche come strumento a suo vantaggio. Se il progetto educativo che persegue è ben strutturato nei suoi fondamenti, tutto ciò che interviene dall’esterno a turbare gli equilibri ha la funzione di termine di paragone, sul quale rafforzare le proprie convinzioni o, se del caso, rivederle (vedi differenza tra insicurezza e dubbio). Risulta di facile comprensione che, nel caso di un progetto educativo confuso, le interferenze possano modificare o minare non i particolari ed i collaterali del metodo, ma il metodo stesso, rallentando o bloccando il progresso dell’azione. 

L'articolo completo è sul blog del Dott. Stefano Tasca : QUI

martedì 24 gennaio 2017

Incontri di orientamento familiare a Ferrara. Dal 26 gennaio



Quattro interessanti incontri di orientamento familiare organizzato da As.e.o.f., un’associazione a carattere volontario e senza scopo di lucro, con il fine di promuovere la famiglia attraverso attività di formazione e orientamento rivolte a figli,  genitori, insegnanti ed educatori.
 
Gli incontri si terranno a Ferrara
Casa di Cultura "Giorgio Cini"
Via Santo Stefano 24, Ferrara

Il mondo dei giovani: il rapporto con i genitori e il fidanzamento
giovedì 26 gennaio ore 18,30
incontro con don Ugo Borghello
Grande esperto dell'amore umano, Don Ugo è un sacerdote che conosce il cuore dell’uomo come pochi, vale la pena ascoltarlo. ma vale poi la pena anche leggere i suoi tanti libri un dedicati ai fidanzati e agli sposi.


Emergenza educativa: perchè oggi è necessario un progetto educativo
giovedì 16 febbraio ore 18,30
incontro con dott. Paolo Fontana

Paolo Fontana ha dedicato buona parte della sua vita a studiare i temi della famiglia e dell'orientamento familiare: da molti anni, con successo porta avanti corsi di orientamento molto seguiti da genitori e sposi.


La questione demografica e la famiglia come risorsa per la società
giovedì 9 marzo ore 18,30
incontro con Prof. Leonardo Allodi

Docente all'Università di Bologna, il prof. Leonardo Allodi, è un profondo conoscitore e studiosi dei temi della famiglia e della società che si sta trasformando di fronte alle sfide che derivano dalla globalizzazione.


“Semplicemente una mamma”
giovedì 23 marzo ore 18,30
incontro con Annalisa Sereni

Medico, mamma e anche moglie: le tre M di Annalisa Sereni erano il suo ideale di bambina. Ora sono la sua realtà, che come sempre succede, magari non è come lo immagina da bambina. Ma forse è ancora più bello così. Tutto questo Annalisa lo racconta in un libro uscito nel ottobre 2015 e ancora oggi molto letto: "Semplicemente una mamma" (ed. San Paolo)

sabato 21 gennaio 2017

Sabato 28 gennaio 2017, il XXI Trofeo Mariele Ventre a Modena, Palazecchino

Pattinaggio, Modena, Il trofeo "Mariele Ventre" compie 20 anni Eventi a Modena
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Sabato 28 gennaio 2017 alle ore 15 a Modena (Palazecchino, Via dello Sport 25) prenderà il via il XXI trofeo di pattinaggio a rotelle “Mariele Ventre”, una grande festa in memoria dell’indimenticabile fondatrice del Piccolo Coro dell’Antoniano di Bologna.

Dopo il successo dell'edizione 2016, il “Trofeo Mariele Ventre” festeggerà ancora all’ombra della Ghirlandina anche il suo ventunesimo compleanno.

L’iniziativa, realizzata soprattutto grazie al lavoro di tanti volontari modenesi e bolognesi, è promossa dal Movimento rotellistico Uisp in collaborazione con la Fondazione “Mariele Ventre” e con l’Antoniano di Bologna, con il patrocinio del Comune di Modena.

La manifestazione è a ingresso libero per tutti bambini under 10 e per gli studenti under 18 della provincia di Modena (la richiesta di accreditamento va fatta tramite Uisp Modena). Per gli adulti è previsto invece un biglietto di ingresso a 10 euro che contribuirà a sostenere i progetti di solidarietà avviati dalla Fondazione Mariele Ventre e dall’Antoniano.

Visita la pagina ufficiale dell'evento : TrofeoMarieleVentre.org

giovedì 12 gennaio 2017

Siamo genitori esemplari, allora perché i figli non ci danno retta?


Nel rapporto genitore-figlio non importa se si è una donna delle pulizie, se si ha un dottorato o il numero di zeri presenti nel conto.

Prima non c’era bisogno di manuali su come essere genitori, lo si era semplicemente…

Adan, sei anni, soffre di attacchi di isteria ed è aggressivo con i suoi genitori. Quando torna a casa, si siede davanti alla TV e “scompare”. I giochi proposti da sua madre vengono ignorati con un “Che noia, non mi interessa”.
Maria, undici anni, come regalo di compleanno ha ricevuto un tablet e uno smartphone. Adesso è questa la sua attività principale: Snapchat, Messenger, YouTube… in poche parole il centro operativo del mondo adolescenziale. Di conseguenza, è in contatto permanente con gli amici ed è in grado di informarsi su qualsiasi argomento.
“Hai messo in ordine la tua camera? Hai fatto i compiti e preparato le cose per domani?”, chiede di nuovo il padre, irritato. “Come no?”
“Non vedi che sto facendo qualcos’altro?”
“Non ho intenzione di discutere con te! In camera, ora!”, urla il padre.
“Ah! Tu non capisci niente!”, dice l’adolescente con rabbia sbattendo la porta.
Sbaglia il padre o il figlio? Conosciamo molto bene questo tipo di scenario, non serve andare troppo lontano. Probabilmente avete anche voi degli amici con bambini che esplodono di rabbia come vulcani attivi, che si ritirano dalla vita sociale, si chiudono in se stessi, consumano sostanze psicoattive, sono violenti o sotto trattamento per depressione, nevrosi e ansia.
Bambini che sembrano non avere uno scopo nella vita, le cui guide sono le star di YouTube e gli amici di scuola, invece dei loro genitori. Genitori realmente coinvolti, responsabili e premurosi.
Quanto più vogliamo abbattere il muro che si frappone tra noi e i nostri figli, tanto più iniziamo a supplicare, chiedere favori, trattare, ricattare, premiare o punire.
Imponiamo la nostra disciplina in modo autoritario, cercando colpe nella scuola, nei giochi o nella televisione, finendo col sentirci semplicemente inutili.
Il ruolo di genitore inizia ad essere un peso, perché non siamo più sicuri che i nostri figli abbiano fatto proprio il sistema di valori e principi che vogliamo trasmettere loro.
È un paradosso del nostro tempo, perché abbiamo accesso a una quantità enorme di informazioni sullo sviluppo e sui metodi educativi. Abbiamo un milione di guide e corsi, in teoria dovremmo essere genitori esemplari.
Troppo spesso, tuttavia, ci sentiamo inutili. I bambini non obbediscono, o sono semplicemente indifferenti. Perché – nonostante siamo tutto l’amore che offriamo – essere genitori non ci riesce bene?

Il contatto e vicinanza
Questa domanda è stata posta dallo psicologo Gordon Neufeld nel libro “La unión”, un bestseller che considero un manuale imperdibile per qualsiasi genitore.
Secondo Neufeld, la chiave per capire le origini della crisi della paternità è il contesto. Questo è quanto richiede l’educazione produttiva. Perché l’educazione automatica – risultante dal semplice fatto di essere adulti e decidere motivati dall’amore – per quanto possiamo ritenere che sia il meglio per i nostri figli, non funziona.
Solo quando il bambino si fida di noi – noi che vogliamo essere un faro per lui, un posto sicuro nel mondo – ci saranno i risultati attesi.
Ma “affinché il bambino sia disponibile ad essere educato da un adulto, è necessario che ci sia un legame con quell’adulto, che ci sia il desiderio di stargli vicino (…). Il segreto non sta tanto in ciò che si fa, ma piuttosto nel modo in cui si è come genitori”.
Nel rapporto genitore-figlio, per un bambino, non importa se si è una donna delle pulizie, se si ha un dottorato, se si è famosi, disabili, o il numero di zeri presenti nel conto. Nessuna di queste cose può annullare o garantire il successo dell’essere genitori.
Nel nostro mondo ci sono milioni di persone più o meno adatte a dare consigli su scienza, lavoro o sport. Ma sarà a te che il bambino chiederà supporto e suggerimenti. Perché sarai tu – e nessun altro – il miglior maestro, l’ispirazione, la guida, il rifugio, il modello da seguire e l’amico… se prima ti sei preoccupato di consolidare il vostro rapporto, cioè, di creare un legame forte. È questa l’unica condizione che è necessario soddisfare.

Articolo originale su Aleteia.org 
(Traduzione dallo spagnolo a cura di Valerio Evangelista)

domenica 8 gennaio 2017

L’effetto Pigmalione a scuola

Estratto da articolo originale su www.youreduaction.it

Il fenomeno dell’effetto Pigmalione è conosciuto anche con il nome di “profezia che si autoavvera” o “effetto Rosenthal“, (dal nome dello psicologo tedesco che per primo studiò e teorizzò questo fenomeno, insieme a Leonora Jacobson).

Il personaggio di Pigmalione possiamo ritrovarlo in un brano della mitologia greca di Ovidio: la storia narra che Pigmalione, scultore e re di Cipro, realizzò una statua di avorio così bella da innamorarsene.

Chiese quindi alla dea Afrodite di trasformare la statua in una creatura umana in modo da poterla sposare (Rosenthal per la definizione di questo fenomeno si riferì non al mito greco ma alla celebre e omonima opera teatrale di George Bernard Shaw del 1912).

Vediamo quindi concretamente come si configura questo fenomeno psicologico: si tratta di una forma di suggestione per cui le persone tendono ad adeguarsi e a conformare i loro comportamenti all’immagine che altri individui hanno di loro. Questo succede sia che essa sia un’immagine positiva sia che sia negativa.

A titolo esemplificativo cito l’esperimento condotto dallo stesso Rosenthal e dalla sua equipe. Somministrarono ad alcuni bambini, facenti parte di una scuola elementare californiana, un test d’intelligenza. Successivamente al test vennero selezionati, casualmente, alcuni bambini e ai loro insegnanti fu fatto credere che fossero dotati di un’intelligenza sopra la media.

L’anno seguente Rosenthal si recò nuovamente presso la scuola elementare e constatò che il rendimento dei bambini selezionati era molto migliorato rispetto a quello dei coetanei. Questo grazie all’influenza benefica che i docenti avevano avuto verso quei particolari allievi, stimolandone la passione verso lo studio, in modo inconscio.

L’ effetto Pigmalione ovviamente può attivarsi non solo nell’ambito scolastico ma in tutti quei rapporti di tipo sociale: come tra datore di lavoro e dipendente, in ambito familiare tra genitori e figli o in ambito medico (il cosiddetto “effetto placebo”).

Se gli insegnanti credono che un bambino sia meno dotato rispetto agli altri, lo tratteranno, anche inconsciamente, in modo diverso rispetto al gruppo classe; il bambino interiorizzerà il giudizio ricevuto e si comporterà di conseguenza. Viene a instaurarsi così un circolo vizioso per cui il bambino si conformerà all’idea di sè che gli viene rimandata e tenderà a divenire esattamente come l’insegnante lo aveva immaginato ed “etichettato”.

Quando succede questo?

Ad esempio quando un alunno viene sorpreso a copiare durante una verifica, magari più di una volta.

In occasione di una futura verifica, anche se avrà studiato seriamente, il suo voto positivo non sarà valutato in modo giusto ma il pensiero sarà “ha copiato anche questa volta, solo che non me ne sono accorto. Non ha studiato, copia sempre” e il ragazzo si vedrà penalizzato nella votazione.

Un altro caso tipico è un ragazzo che non è particolarmente portato per una determinata materia e prende sempre voti bassi. Accade però che un argomento specifico, in una occasione, riesca a comprenderlo senza difficoltà e quindi ad ottenere una votazione almeno sufficiente.

In questo caso il pensiero ricorrente sarà simile a questo “impossibile ci sia riuscito da solo, non è portato, non capisce la materia, deve aver copiato per forza“, senza immaginare che ci possono essere mille motivi per cui una persona possa capire più o meno facilmente alcuni concetti rispetto ad altri.

Non vi è mai capitato direttamente o indirettamente di sentire frasi come “non ci riuscirà mai anche se si impegna, impossibile che sia opera sua, questo è troppo per lui?”. Questi concetti equivalgono a delle gabbie mentali che non ci lasciano liberi di valutare le circostanze in modo imparziale e giusto.

Facendo parte di un contesto sociale che valuta solo il suo rendimento, per di più se in maniera negativa, il bambino, in maniera inconscia, omologa i suoi comportamenti all’etichetta che gli è stata data. Pertanto quando il suo lavoro si rivelerà positivo troverà egli stesso delle motivazioni per svalutarlo, in modo da potersi conformare all’idea che ha acquisito di sé.

Non si fatica a comprendere quanto questo fenomeno possa rivelarsi pericoloso quando si connota in maniera negativa, andando a incidere profondamente sia sui rendimenti scolastici sia sull’autostima.

Effetti che dal bambino si ripercuotono su tutto il nucleo familiare nel complesso.

lunedì 2 gennaio 2017

Perché non dovete aiutare i vostri figli a fare i compiti a casa: lo dice la scienza

Aiutare i figli a fare i compiti o correggerli è controproducente, lo sostengono i pedagogisti da tempo e adesso lo conferma uno studio americano.


Trascorrere le serate a finire, completare, correggere i compiti dei figli è controproducente sotto vari punti di vista. Lo sostengono i pedagogisti da tempo e adesso lo conferma anche uno studio americano, da poco pubblicato, secondo cui l’intervento dei genitori nelle attività scolastiche è nella maggior parte dei casi semplicemente inutile, in altri addirittura dannoso.
Gli studiosi hanno analizzato diversi casi in cui i genitori si inseriscono nel percorso scolastico dei figli (non solo i compiti per casa, ma la scelta del liceo, le attività extra scolastiche, i rapporti con i professori e con gli amici) e i risultati delle loro ricerche confermano che i genitori più interventisti non hanno accresciuto il successo accademico dei figli, anzi in diversi casi lo hanno involontariamente ostacolato.
Sulla rivista pediatrica UPPA , il pedagogista Daniele Novara scrive: “I nostri figli hanno i compiti da fare, e, punto molto importante, li devono fare loro… Se un senso i compiti ce l’hanno è quello di aiutare a consolidare degli apprendimenti, stimolare autodisciplina e responsabilizzazione, e l’intervento continuo dei genitori da questo punto di vista ha molteplici svantaggi”.
L’esperto sottolinea che intervenendo non solo si impedisce ai bimbi innanzitutto di trarre beneficio dagli esercizi, quindi di imparare quello che il programma scolastico propone, ma si limita anche la loro possibilità di mettersi alla prova, di imparare dagli errori, di sviluppare la capacità di impegnarsi, di accettare la fatica.
Se il dubbio di un genitore è che la mole di lavoro sia troppa (anche se non è  facile capire quale sia il ‘giusto’) ne deve parlare con l’insegnante, non assolvere i doveri del figlio o esplicitare riserve sui compiti per casa davanti a lui. “È importante accettare la realtà dei compiti e la necessità dell’impegno personale che richiedono. Certo, si fa fatica!”, continua il pedagogista affermando che nella nostra società, tutta immagini e velocità, approcciarsi ai libri, alle richieste di impegno, allo studio, appare difficile ad un ragazzo che è immerso nella cultura del web , del tablet, dello smartphone che dà sempre la risposta giusta alla velocità della luce.
E’ proprio il compito dei genitori “legittimare l’importanza dell’impegno”. Monitorare va bene, aiutare un po’ meno se significa ‘risolvere’ i quesiti: se ci si accorge che il bimbo non capisce qualcosa, lo si deve invitare a rivedere la regola o la lezione, non suggerirgli la risposta esatta. Nemmeno la correzione a fine compiti è particolarmente utile: è la maestra, nel contesto scolastico, che troverà gli errori, li correggerà, e provvederà, se necessario, a rispiegare quello che non è stato compreso. La funzione dei compiti non è solo consolidare l’apprendimento ma anche favorire la capacità di impegnarsi del bambino.
L’aiuto che può dare la mamma è utile se ‘organizzativo’, nel decidere un orario da rispettare, assicurarsi che il bimbo abbia dormito abbastanza, che goda di un ambiente tranquillo, ben illuminato e privo di distrazioni (cellulare, tv e dispositivi vari), nel fargli fare pause rilassanti, nell’invitare qualche volta gli amici a studiare insieme perché anche fare i compiti abbia un risvolto divertente (“Le ultime scoperte neuroscientifiche, in particolare lo studio sui neuroni specchio, hanno messo in evidenza il ruolo fondamentale dell’attivazione reciproca e dell’imitazione nel favorire e stimolare i processi di apprendimento” scrive Novara). E soprattutto senza criticare, correggere ma premiando i successi e gratificando l’impegno.



Articolo originale leggibile su :  dilei.it