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testo

“Noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera,

lasciata all’iniziativa privata e ai comuni.

La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola

è indipendente dal controllo dello Stato”

Antonio Gramsci, Grido del Popolo, 1918

mercoledì 24 giugno 2020

Ripartire dall’educazione. Che cosa ha imparato la scuola in questo lockdown (di Elena Ugolini)

In occasione della fine dell'anno scolastico, Elena Ugolini ha scritto un articolo molto interessante e da leggere che ora riproponiamo sul nostro glog 

Elena Ugolini è preside del Liceo Malpighi di Bologna ma è stata in pasato anche membro della cosiddetta “Commissione dei saggi” che preparò la riforma Berlinguer nel 2000 e sottosegretario dal 2011 al 2013 al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, con il Ministro Francesco Profumo durante il Governo Monti. 

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Il 6 giugno finiranno le scuole con le aule vuote. Gli studenti sono stanchi di vedersi “a distanza” con i loro compagni e desiderano chiudere quanto prima questo capitolo strano della loro vita. Nessuno avrebbe mai pensato di dover finire l’anno scolastico in questo modo ed ora, in mezzo alle polemiche sull’Esame di Stato e alle problematiche del rientro a Settembre, sarebbe importante fare il punto su quel che è accaduto per ripartire con il piede giusto.

In questi mesi siamo cambiati insieme ai nostri studenti. Non solo perché siamo stati costretti a inventarci nuove strade per continuare ad insegnare rimanendo in rapporto con loro, ma anche perché siamo stati obbligati ad andare all’essenziale. Quante volte nella nostra storia professionale abbiamo dato per scontato la possibilità straordinaria di avere un rapporto quotidiano, in presenza, con i nostri alunni o con i nostri colleghi? Questa situazione ci ha fatto desiderare il momento della lezione live con i nostri studenti come un appuntamento preparato con cura, di cui non trascurare o perdere nessun dettaglio, e ci ha aiutato a capire che nessuno può andare avanti da solo.

Non sto pensando solamente all’aiuto che i docenti più giovani hanno dato a tutti gli altri per acquisire velocemente gli strumenti tecnici necessari per fare lezione a distanza, ma anche all’esigenza di condividere materiali prodotti con tanta fatica, alla possibilità di “entrare” dentro le lezioni dei colleghi, alla necessità di lasciare traccia di quello che si fa e condividere idee: attività, materiali, presentazioni documenti, risorse in rete, videolezioni.

In tre mesi sono cambiate tutte le tipologie di prove e le modalità con cui cerchiamo di renderci conto se i ragazzi stanno imparando. Siamo stati costretti a restituire alla valutazione il suo senso più autentico: quello di capire e far capire a che punto si è nel percorso che si sta facendo.

Tuttavia non è accaduto ovunque così. Nel corso del tempo si sono confermate le differenze abissali che esistono fra i diversi ordini di scuola, i territori, i contesti sociali e tra le singole scuole con i loro docenti e i loro dirigenti. L’emergenza sanitaria che abbiamo vissuto è speculare a quella educativa. In questi mesi è emerso con chiarezza che il cuore del sistema sanitario sono persone disposte a dare la vita per aiutare gli altri, ma abbiamo anche capito che, senza saper come affrontare la malattia e senza avere strutture adeguate, si possono letteralmente uccidere le migliori risorse umane e paralizzare un Paese. Tutta l’organizzazione della sanità dovrebbe muoversi attorno a questa domanda: come formare, far crescere, valorizzare ed aiutare a lavorare nel modo migliore possibile professionisti in grado di curare ed accompagnare chi è colpito dalla malattia?

I problemi della scuola non sono diversi e i mesi di lockdown li hanno evidenziati come una potentissima lente di ingrandimento. Abbiamo visto all’ opera migliaia di insegnanti che hanno fatto ogni sforzo per continuare il percorso didattico con i propri studenti, ma ne abbiamo anche visti altri scomparire, non solo per mancanza di infrastrutture tecnologiche, ma anche per assenza di passione verso ciò che insegnano e verso quel bene dei propri studenti che costituisce il motore vero della scuola. Otto milioni di alunni, da un giorno all’altro, hanno perso la possibilità di andare in classe con i propri compagni e i propri docenti, costretti a concludere inesorabilmente, ogni giornata, con l’immancabile bollettino dei morti.

Centinaia di migliaia di bambini e ragazzi, purtroppo, non hanno avuto la possibilità di continuare a frequentare la scuola neanche a distanza e, anche laddove siamo riusciti a farlo, è emerso in modo chiaro che non bastava ripetere il modello di scuola a cui eravamo abituati da sempre. Chi ora disprezza le lezioni live fatte a distanza, dimentica che sono state l’unico strumento che abbiamo avuto per non perdere il contatto con i nostri studenti. Hanno avuto il merito di riportare, nel ritmo di una giornata sospesa tra il divano, la playstation e le notizie martellanti sull’andamento della pandemia, la forza della realtà: la bellezza di una poesia o di un’opera d’arte, la durezza di una formula di chimica, il fascino di una legge fisica capace di spiegare con quattro lettere l’universo intero.

Sono stati mesi in cui i bambini e i ragazzi hanno sentito la mancanza di quelle ore di scuola a cui sono abituati da quando hanno 6 anni, hanno capito la passione, l’amore, la dedizione di quei docenti che, proprio per loro, stavano rivoluzionando il modo con cui insegnavano da una vita. Insieme abbiamo ricapito che il cuore della scuola è l’educazione, il rapporto che si può stabilire ogni giorno, concretamente, fisicamente, tra docenti e studenti nelle mille ore all’anno che si vivono insieme. Da soli ci si informa, insieme si conosce, si scopre, si cresce. Ecco, allora, che fissare che cosa abbiamo imparato in questi mesi di lockdown può essere l’occasione per ripartire da subito in modo diverso, avendo il coraggio di rompere i lacci che da tempo bloccano la scuola italiana.

Ecco alcune idee che potrebbero avere il vantaggio di essere realizzate già a partire dall’estate.

Prima proposta
La qualità della scuola dipende dalla qualità dei docenti, dalla capacità di chi la dirige e dalla competenza dello staff amministrativo che li supporta. Tutto il sistema scolastico dovrebbe essere costruito su questa domanda: in che modo posso formare, selezionare, far lavorare bene insieme e valorizzare persone preparate nelle discipline che insegnano, capaci di rapporto con gli studenti e con i colleghi?  La diatriba recente sulla stabilizzazione dei precari è, da questo punto di vista, emblematica. Come può un test con 60 domande chiuse selezionare docenti che hanno queste caratteristiche? Si tratta evidentemente di una “parvenza” di concorso, pensata per dare la possibilità a chi ha fatto supplenze in questi anni di entrare in ruolo, nulla di più.

Ed anche la sostituzione del test con una prova scritta non modifica sostanzialmente la situazione. Non voglio entrare in merito ai motivi per cui siamo arrivati a questo punto. Da più di vent’anni i Ministri hanno proposto modalità diverse con cui formare e selezionare in ingresso i docenti e, con questi cambiamenti continui, abbiamo impedito ai giovani insegnanti di entrare in modo regolare dentro la scuola, aumentando le code di precari che aspettano il loro turno per ottenere una cattedra. Ora sono previsti nuovi concorsi, ma sembra che l’unico problema sia aumentare il personale.

Non discuto della validità della decisione di selezionare i docenti senza prevedere un tirocinio con cui verificare la capacità di gestire una classe, ma dell’abitudine, ormai consolidata, di non utilizzare l’anno di prova previsto dal contratto per fermare chi dimostra chiaramente di non essere in grado di insegnare. In questi anni si contano sulle punta delle dita di una mano le persone non assunte a tempo indeterminato dopo l’anno di prova. In molti l’hanno dovuto ripetere perché erano emersi dei problemi, ma, dopo il secondo tentativo, sono entrati tutti.

Non è detto che un insegnante sia bravo perché ha svolto tre anni di supplenza e non è detto che un giovane laureato sia in grado di insegnare perché conosce bene la sua materia. Per valutare un docente occorre vederlo in azione in classe, almeno per un anno, ed è quello che prevede una norma esistente che, per una miriade di motivi, non è mai stata applicata.

È ora di farlo con decisione. Tutte le ricerche internazionali dimostrano che il problema della qualità della didattica non è legato al numero di studenti per classe, ma alla qualità dei docenti. Meglio classi numerose con docenti bravi che classi piccole con insegnanti poco preparati e motivati.

Seconda proposta
Il problema della scuola non sono solo le effettive ore di lezione, ma la qualità dell’esperienza che gli studenti vivono in quelle ore. In questi mesi alcuni docenti si sono rifiutati di utilizzare la didattica a distanza per continuare a fare lezione ai propri studenti perché “non era prevista nel contratto”. Queste posizioni estreme e, per fortuna, limitate, indicano l’urgenza di definire uno stato giuridico dei docenti, un codice deontologico, e di promuovere una revisione del contratto. È anacronistico far coincidere il lavoro dell’insegnante unicamente con le ore di cattedra, non prevedere una formazione continua ed una valorizzazione del suo lavoro attraverso una progressione di carriera. Questi mesi lo hanno dimostrato in modo evidente.

La didattica a distanza ha costretto ad un cambiamento di paradigma che può suggerire come valorizzare al massimo la possibilità di vedersi, di incontrarsi, di lavorare insieme ogni giorno insieme o a piccoli gruppi e può continuare ad essere una risorsa importante anche quando torneremo a scuola in presenza. Nel decreto rilancio sono state destinate molte risorse per il potenziamento della rete così da garantire a tutti gli studenti la possibilità di avere un supporto tecnologico adeguato e per un piano di formazione dei docenti. Sarà importante usarle al meglio.

Il documento del comitato tecnico per la riapertura delle scuole a settembre, parla di una diversa distribuzioni degli spazi orari, ma, se non cambieranno le regole solite, come sarà possibile farlo mettendo a frutto quello che abbiamo imparato?

Terza proposta
Stiamo tutti ripensando al rientro a scuola settembre. Se avessero chiesto il rispetto del protocollo che dovremo seguire per gli esami di maturità, avremmo dovuto mettere una pietra tombale sulla riapertura in presenza, anche con i doppi turni. Il documento tecnico chiede l’uso delle mascherine ed il rispetto della distanza di un metro, ma c’è una precisazione sul rispetto di tale distanza anche nei movimenti. Inutile negare che questo potrebbe mettere tutte le scuole in grande difficoltà. Penso sia importante valutare quanto è veramente necessario, infatti occorre considerare che, anche se ci sarà una ripresa del virus in autunno, la situazione sarà molto diversa perché sappiamo come affrontare la malattia prima che si aggravi.

Guardiamo a quello che stanno facendo gli altri Paesi: è giusto rimodulare gli orari, distribuire le ricreazioni in tempi diversi, evitare assembramenti, utilizzare le mascherine, igienizzare le mani, garantire una buona areazione e chiedere, infine, ai genitori di certificare lo stato di salute dei figli, ma non chiediamo una distanza che impedirà, di fatto, il rientro a scuola, in presenza, a settembre.

Quarta proposta
Il tema della riapertura delle scuole ha riproposto in modo fortissimo anche la questione della edilizia scolastica. Nelle scuole italiane, già prima di questa epidemia, esisteva un problema enorme di spazi, di bellezza e di funzionalità degli edifici scolastici. Ci sono milioni di euro, stanziati per costruire nuove edifici scolastici bloccati da anni e c’è, da parte di tutta la società civile, una responsabilità, nei confronti di questo tema, che andrebbe recuperata. Esiste l’Art bonus, perché non ripristinare uno School Bonus per favorire un piano di ricostruzione sistematico di tutte le scuole da qui a 5 anni? Perché non semplificare le procedure e imparare da quello che abbiamo fatto dopo il terremoto dell’Emilia, quando in 6 mesi sono state ricostruite 100 scuole molto più sicure, belle e funzionali di quelle che c’erano prima?

Quinta proposta
Il 15 giugno è la nuova data fissata dal Ministero per la sospensione delle attività didattiche in presenza. Perché non dare alle istituzioni scolastiche la possibilità di proporre da subito delle attività libere per i propri studenti? Non ha senso poter andare al ristorante mantenendo la distanza di un metro, poter organizzare attività ludiche con i centri estivi per i bambini dai 3 ai 13 anni, poter promuovere attività artistiche, culturali e sportive con associazioni ed impedire alle scuole di fare qualunque tipo di proposta. Dare questa possibilità sarebbe il modo migliore per non dimenticarsi di una fascia di età che nessuno considera, quella dai 14 anni in su.

Sesta proposta
Solo ora, davanti alla difficoltà di tante persone che hanno perso il lavoro si è scoperto che in Italia esistono 900.000 famiglie che devono pagare una retta perché hanno i figli iscritti in una scuola non statale. Le scuole paritarie, in questi mesi, hanno fatto ogni sforzo possibile per continuare a pagare il personale, anche se le famiglie non riuscivano più a versare le quote, ma ora si trovano in grande difficoltà. Il decreto rilancio, dopo tre mesi di silenzio su questo tema, prevede un contributo aggiuntivo di 120 milioni alle scuole paritarie, per far fronte a queste necessità.

Molti sostengono sia una cifra irrisoria rispetto al costo che lo stato dovrebbe sopportare nel caso in cui le scuole paritarie chiudessero e tutti gli studenti si dovessero riversare nelle scuole statali (basta moltiplicare il costo annuo medio di uno studente nella scuola statale che ammonta a 7.000 euro all’anno per i 900.000 studenti che frequentano le scuole paritarie per avere un’idea della cifra), ma personalmente ritengo sia un segnale importante che potrebbe preconizzare un cambiamento di rotta.

Sarebbe un passo di civiltà importante perché, nel nostro Paese, già dal 2000 esiste una legge di parità che istituisce il sistema nazionale pubblico di istruzione, costituito da scuole statali e da scuole non statali paritarie, ma questa norma non è mai stata applicata fino in fondo.

Potrebbe essere arrivato il momento di farlo, per non trattare più gli studenti che frequentano le scuole paritarie come cittadini di serie B. Basterebbe ispirarci alla Germania, alla Spagna, all’Inghilterra, alla Francia, all’Olanda e a tanti altri Paesi che da tempo hanno trovato le strade perché questa opportunità sia garantita.

lunedì 15 giugno 2020

Mario Salisci "Famiglia e scuola sono state i due fronti cruciali della crisi Covid"

Associazione Articolo 26 ha recentemente organizzato una interessante intervista a Mario Salsci, tutta da ascoltare, su famiglia e scuola in una società che dovrebbe avere che priorità la crescita ed il bene dei bambini e ragazzi.Foggia, incontro con il sociologo Mario Salisci
Mario Salisci è Sociologo e formatore, docente di Sociologia dei Processi Culturali e Sociologia della Famiglia all'Università Lumsa di Roma e Direttore dell'Istituto di Cultura e Lingue delle Marcelline di Genova. Collabora con il Miur e con il Coni per la ricerca sui Licei Scientifici a Indirizzo Sportivo e come esperto sociologo per il Monitoraggio dei LiSS Italiani. Dal 2008 collabora con diverse istituzioni, enti pubblici e organizzazioni private come ricercatore e formatore e offre percorsi di coaching individuali.
Nel 2016 è stato nominato Membro Onorario dell’Associazione Medici Cattolici Italiani - AMCI, per il contributo dato agli obiettivi etici e culturali dell’Associazione. Nel 2012 è stato premiato a Denver negli Stati Uniti dall’American Association for the Study of Religion per la ricerca The Power of the Prayer, nell’ambito del convegno dell’American Sociological Association. I suoi libri sono stati tradotti in diverse lingue.



martedì 19 maggio 2020

Restano aperte le iscrizioni per il prossimo anno scolastico 2020/21

In ragione dell'emergenza sanitaria, abbiamo pensato di lasciare aperte le iscrizioni per il prossimo anno scolastico fino al 31 agosto prossimo
Per informazioni contattaci al numero 347 288 4249 o whatsapp sempre 347 288 4249 oppure mail segreteria@amicidimariele.it

lunedì 20 aprile 2020

Annamaria Bax: "Educare al tempo del coronavirus"

Il Coronavirus ci ha stravolto le abitudini. Stiamo cambiando radicalmente tutto quello che facciamo: come lavoriamo, svolgiamo l’esercizio fisico, socializziamo, facciamo shopping, gestiamo la nostra salute, educhiamo i nostri figli, ci prendiamo cura dei nostri familiari. Ma questa non è solo l’attualità perché lo scenario di oggi pare destinato a cambiarci anche il futuro.

“Il mondo è cambiato molte volte e sta cambiando di nuovo. Tutti noi dovremo adattarci a un nuovo modo di vivere, di lavorare e di creare relazioni. La maggior parte di noi probabilmente non ha ancora capito, e lo farà presto, che le cose non torneranno alla normalità dopo qualche settimana o addirittura dopo qualche mese. Alcune cose non torneranno mai più. E come per tutti i cambiamenti, ci saranno alcuni che ci perderanno più degli altri, e saranno quelli che hanno già perso troppo”, spiega Gordon Lichfield, direttore del Mit Technology Review.

In uno scenario come questo, così improvviso e così drammatico, ognuno è chiamato a fare la sua parte: dall'agire responsabilmente osservando regole e divieti invocati dall'autorità sanitaria al dare il proprio contributo nel settore di vita che gli è più prossimo. E’ una chiamata innanzitutto morale. E, fra i tanti, penso alla scuola che sta dando prova di grande coraggio e abnegazione. E’ il suo ennesimo banco di prova che, ancora una volta, affronta con dignità e competenza. Eh sì perché la scuola, nonostante la vita così complessa che la caratterizza, i problemi e gli affanni molteplici che l’attraversano, gli investimenti e le risorse che negli anni hanno subito fasi alterne non sempre rassicuranti, si conferma una indispensabile comunità educante e formativa, secondo la migliore tradizione pedagogica che ne ha fatto, per tanti anni, un modello internazionale.

L’ho premesso: i problemi ci sono e sono tanti, anche in questa fase che stiamo vivendo e che ha indotto la scuola a ripensarsi mediante la didattica a distanza; problemi di infrastrutture insufficienti in molte aree del paese, di scarsa dotazione di strumenti multimediali per alcuni studenti e famiglie, di scelte formative che non sempre hanno privilegiato o ampliato la cultura digitale dei docenti. Sotto questi aspetti, mi auguro che ne usciremo tutti – dal mondo della scuola ai cittadini al decisore politico – rinnovati e convinti a progettare e investire per il nostro futuro, compreso quello della scuola, con maggiore consapevolezza e lungimiranza.

Ciò detto, torno a sottolineare l’importanza grandiosa del compito che la scuola sta assolvendo in un momento come questo: quello di coltivare la relazione educativa ininterrottamente dando un senso nuovo all’apprendere, durante un tempo vuoto, quasi sospeso, che però ci aiuterà molto a crescere. E’ difficile sostituire il dialogo educativo che si nutre di presenze, di sguardi, di gesti, di toni di voce con la tecnologia, per quanto raffinata e indispensabile. È evidente che nessuna didattica a distanza potrà veicolare il calore di un gesto, di un abbraccio, la presenza rassicurante dell’insegnante come pure il suo messaggio di rimprovero se necessario: mille sfumature di un rapporto fatto di gesti, sguardi, parole resi plastici dalla vicinanza, che acquistano senso nella prossimità poichè incrociano occhi e pensieri.

E allora lo sforzo è quello di costruire un dialogo diverso che, seppur costretto a rinunciare alla presenza, non abbandona però la ricerca dell’altro ricorrendo, per questo, a tutte le forme alternative disponibili comprese le nuove tecnologie. E dal Ministero fino alle case editrici più accreditate, tutti hanno suggerito e messo a disposizione strumenti, piattaforme, piste di ricerca, materiali di lavoro.

Tuttavia l’obiettivo di fondo non è quello di replicare, in digitale, la vita di classe che resta per sua natura insostituibile, quanto piuttosto la possibilità di mantenere in vita il dialogo diretto tra gli insegnanti e i loro allievi, da vivere all’inizio tra l’inedito e il sorprendente ma poi come un impegno sereno e speciale attraverso cui scoprire nuovi contenuti e nuovi significati, scrutare le diverse possibilità di esprimersi, sempre con il desiderio di ascoltare e farsi ascoltare. E soprattutto di ritrovarsi, ogni mattina. Come sempre. Non può mancare in questi giorni la presenza dei docenti, per alimentare il filo conduttore di un rapporto educativo diretto, che fa star bene bambini e ragazzi in un tempo quasi indecifrabile. E’ questo, adesso, il compito più importante. Lo sostiene e lo testimonia anche una mamma speciale con la sua lettera aperta rivolta agli insegnanti e postata sul suo profilo Facebook. Parlo della dottoressa Elena Borsotti, medico rianimatore presso un ospedale lombardo. Di seguito le sue parole, struggenti e lucidissime. “Sono un anestesista rianimatore e lavoro in terapia intensiva con pazienti Coronavirus gravissimi. Tutto il personale sanitario è impegnato a tempo pieno in questa terribile emergenza. E’ una battaglia quotidiana e durissima che richiede uno spiegamento immenso di mezzi e risorse sia umane che materiali e che mette a dura prova sia il fisico che la mente. Alcuni di noi sono già o saranno contagiati. Alcuni di noi non vedranno la fine dell’epidemia. Ma questo è il nostro lavoro e lo facciamo con anima e corpo.

Ma sono anche una madre. La mia unica figlia è una vostra studentessa. Questa lettera aperta vuole essere un invito a continuare a esserci, nonché una richiesta di aiuto se non un lascito morale. Il personale docente ha un ruolo educativo fondamentale, non solo in termini di pura didattica, ma anche e soprattutto nel senso più ampio di riferimento, guida e formazione di individui adulti. Ora più che mai la vostra presenza è fondamentale.

Come noi ci prendiamo cura dei nostri pazienti, voi oggi ancor più di prima siete indispensabili nel prendervi cura dei nostri ragazzi, della nostra generazione futura, perché siete chiamati all’arduo compito di contenere i danni psicologici che questa epidemia ha ed avrà sugli adolescenti. Siete i loro compagni di viaggio in questo tempo sospeso. Nella difficile fase evolutiva di transizione, che è l’adolescenza, caratterizzata di base da profonde incertezze ed insicurezze e dal bisogno di prendere le distanze dalle figure genitoriali, è necessaria la presenza di punti di riferimento adulti solidi e sicuri di cui potersi fidare e con cui confrontarsi. Alcuni ragazzi avranno la fortuna di passare più o meno indenni attraverso questa tragedia perché sapranno reinventarsi; alcuni avranno l’occasione per scoprire parti di sé nascoste. Ma altri invece dovranno confrontarsi con dolorosi lutti, con la perdita, con la mancanza, con lo smarrimento.

Voi siete i punti di riferimento in un momento di profonda incertezza sul futuro. Con il vostro esserci attivamente attraverso il coinvolgimento, la discussione, l’analisi della situazione, la comprensione, il conforto, il supporto, potete favorire quel senso di continuità e sicurezza così necessario in adolescenza. I nostri ragazzi hanno bisogno di sentirsi soggetti attivi e partecipi in una situazione che purtroppo si trovano a dover subire. Voi siete le figure adulte attraverso le quali questo bisogno può essere soddisfatto. Nel poco tempo in cui io sono a casa, quando non crollo sfinita sul letto, guardo mia figlia, ed attraverso lei guardo tutti gli adolescenti. Per chi è giovane e con una vita di fronte, il concetto della malattia e della morte è qualcosa di molto lontano. Ora la malattia e la morte sono prepotentemente entrate nelle loro giovani vite. Per alcuni solo come parole e paure, per altri purtroppo come realtà e dolore. Fuori dalla porta di casa, da cui i nostri ragazzi uscivano con gioia e senso d’indipendenza e di libertà, adesso c’è un mostro invisibile, che può attaccare chiunque silenziosamente. In un’età in cui la socializzazione, la frequentazione dei coetanei e la vita fuori dalle mura domestiche sono fondamentali e necessarie, adesso c’è una vita di reclusione domiciliare. Tutte le attività esterne sono precluse. Sulle città incombe un silenzio inquietante ed innaturale. Per molte famiglie la permanenza in casa potrà essere momento di arricchimento e riavvicinamento, per alcune potrà essere fonte di conflittualità e fratture.

In questo contesto innaturale alcuni si troveranno oltre che prigionieri anche vittime. Nei profondi occhi azzurri di mia figlia vedo un’angoscia in più, quella di chi ha uno o entrambi i genitori direttamente impegnati in questa battaglia. Sono occhi privati della presenza parentale, in cui leggo la paura per me quando esco di casa e il sollievo quando rientro, occhi sempre indagatori alla ricerca dei segnali di stanchezza, di tristezza, occhi impotenti alla ricerca della verità nascosta, in uno stato di allerta continuo. Come i suoi, mille altri occhi hanno lo stesso sguardo. Noi genitori quotidianamente vi affidiamo quanto di più prezioso possediamo: i nostri figli.

Come madre vi ringrazio per la vostra presenza come adulti di riferimento e vi incoraggio nel proseguire il vostro ruolo formativo. Come anestesista rianimatore il mio cuore al lavoro sarà più leggero sapendo che altre figure importanti si stanno occupando non solo della didattica, ma anche della formazione umana e dell’integrità psicologica di mia figlia e di tutti i ragazzi loro affidati. Quando questa terribile tragedia che si sta consumando sarà finita, quando si rientrerà alla cosiddetta normalità, i vostri studenti ritorneranno da voi. Ma non saranno gli stessi di prima. Voi sarete fondamentali nell’assisterli nella loro ripresa, fondamentali nell’aiutarli a mantenere la fiducia in loro stessi, a superare le loro angosce, a riparare le loro ferite. Sarete più che mai fondamentali nel compito di continuare a formare adulti solidi. Grazie di cuore”.

Vorrei chiudere soltanto con una esortazione: gli italiani ringrazino commossi tutti coloro che in questa tragedia si stanno prendendo cura, in modo diverso, dei loro concittadini, provvedendo a risanare i corpi martoriati oppure a nutrire, a sollevare le anime e le menti di bambini e ragazzi ora disorientati.

Articolo pubblicato su In Terris (qui versione originale)

giovedì 9 aprile 2020

Perché mi hai abbandonato, la storia del Messiah di Handel

Il 6 aprile, per la rubrica "Ultimo banco" il professore e scrittore Alessandro D'Avenia ha pubblicato questo articolo sul corriere della Sera (qui versione originale dal suo sito) che qui riproponiamo: 

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«Spense la luce, avanzò a tentoni nella camera da letto e si lasciò cadere sul giaciglio: le lacrime sgorgarono. Soltanto dormire, solo dimenticare, non essere. In preda all’angoscia giaceva accasciato sul letto. Nulla poteva più dargli consolazione, perché Dio l’aveva abbandonato ed estromesso dal sacro fiume della vita!». 

Così Stefan Zweig descrive la disperazione del grande compositore Georg Friedrich Händel, in uno dei magistrali racconti di Momenti fatali, libro che narra gli istanti in cui grandi uomini incontrarono il loro destino. Per Händel avvenne in una soffocante notte di agosto del 1741: la vena creativa era prosciugata, nessuno gli commissionava nuovi lavori e i soldi erano finiti. 

A 56 anni, senza musica, era perduto e voleva morire: «In un accesso di collera pronunciò le parole di Colui che moriva sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”». Parole che mi fanno pensare a un amico solo e in fin di vita a causa del virus; e mi ricordano quei momenti in cui sembra di aver perso tutto: l’ispirazione, la fiducia, la speranza, la vicinanza degli altri e di Dio.

Questo abisso è in realtà un «passaggio» (questo significa Pasqua in ebraico): anche Cristo sperimenta il muro invalicabile della solitudine, ma lo trasforma in apertura. Il Figlio infatti chiede al Padre perché l’abbia abbandonato con le parole iniziali del profetico Salmo 21, che non sono un urlo disperato, ma l’atto di fiducia di chi, non potendo più confidare nelle proprie forze, si affida, come mostrano le sue ultime parole: «Padre, nelle tue mani metto la mia vita». Voler ricevere la vita dal Padre: questa è la fede, dono dato a chiunque accetti di non potersela dare da solo. 

Quando perdiamo ciò su cui puntiamo di più (amore, affetti, carriera), la vita ci si mostra nella sua nuda fragilità e: o ci si perde o ci si ritrova una volta per sempre, come accadde a Händel. In preda all’angoscia del suo Getsemani personale, si alzò ed entrò nello studio: sul tavolo c’era una busta dimenticata. Gliel’aveva recapitata un amico poeta, era il testo per una composizione sacra, che solo lui poteva musicare: «Alle prime parole tremò. “Comfort ye”, così iniziava. “Consolati!”: emanava un potere magico da questa parola, anzi no, non una parola ma una risposta, la risposta di Dio, che scendeva dai cieli fino al suo cuore dolente. «Consolati», resuscita l’anima al suono di questa parola creatrice, generatrice! Non aveva finito di leggere e già le parole si scioglievano in melodia e canto. Quale gioia, le porte si erano spalancate: sentiva di nuovo in musica!». Dio aveva risposto proprio a lui, che finalmente lo riconosceva come Fonte dell’unica cosa in cui credeva: la musica. 

E così dalle parole inattese dell’amico sgorgò il Messiah, capolavoro noto a tutti perché almeno una volta ne abbiamo sentito il portentoso Alleluia corale. Per tre settimane Händel si «abbandonò» alla creazione, dimenticando il giorno e la notte, come accade quando l’eterno apre un passaggio nella storia attraverso quella porta che solo noi possiamo aprirgli. Quando gli chiesero di donare a malati e carcerati i profitti della prima (il 13 aprile del 1742), rispose: «No, non voglio denaro per quest’opera, non ne accetterò mai, io che ne sono debitore a un Altro. Apparterrà per sempre ai malati e ai reclusi, perché io stesso ero infermo, e mi ha risanato, ero prigioniero, e mi ha redento». Così fu fino al 6 aprile (oggi) del 1759 quando, 74enne, cieco e malato, presagendo il «passaggio» finale, volle dirigere di persona il Messia: era il suo a Dio. Pochi giorni dopo, il 14 aprile, sabato santo, entrava nella vita eterna dalla porta che s’era aperta con la sofferta bellezza della sua opera.

La Pasqua è proprio l’opera che Dio fa per restituirci la somiglianza con Lui: essere creatori di vita. La cosa di cui più sono grato a Dio è infatti che posso attingere sempre alla fonte da cui sgorgano l’inventiva, l’iniziativa, il coraggio tipici di chi è innamorato, anche se non ne sono all’altezza. Noi ci realizziamo portando a compimento le potenzialità della vita (nel morire Cristo dice «Tutto è compiuto») nostra e altrui, ciascuno nel suo ambito, ma le nostre energie creative sono spesso bloccate. Fatti per ricevere e dare vita (creare e crescere hanno la stessa radice), quando creiamo qualcosa di vero, bello e buono, anche minimo, cresciamo e facciamo crescere il mondo. Se invece siamo preda di forze distruttive, tendiamo a strappare la vita a cose e persone: de-cresciamo e facciamo de-crescere il mondo. La Pasqua serve a ritrovare la gioia di «fare la vita», in e attorno a noi, diventando noi stessi il «passaggio» attraverso cui l’Amore entra nella storia, grazie a ciò che creiamo. Così fu per Händel, che salvò se stesso e tanti uomini abbandonati, attraverso la musica che pensava di aver perso. In realtà aveva perso Dio, non la musica: ascoltare per credere. Auguri!


venerdì 14 febbraio 2020

La spada nella roccia”: in un vecchio cartone, il cuore dell’educazione (da Il Sussidiario)

Riportiamo qui un articolo molto interessante pubblicato da "Il Sussidiario" (qui puoi leggere l'articolo in versione originale). Si tratta di una delle più belle avventure da rivedere insieme ai propri figli. E la lezione viene da “La Spada nella Roccia” di Walt Disney (1963)



Una delle avventure più entusiasmanti da vivere con i figli è rivedere insieme a loro i cartoni animati della propria infanzia, nel momento in cui un fenomeno incredibilmente eccezionale va a palesarsi ai nostri occhi normalmente resi già sapienti: in una storia conosciuta a menadito, lo scorgere in controluce percorsi, tracce, spunti e significati di cui per anni si è beatamente ignorata l’esistenza e che ad un certo punto, accendendosi, illuminano l’orizzonte sempre verde della comprensione. Percorsi, tracce e significati, che in un misterioso e tenace legame tra ciò che eri e ciò che sei ti aiutano a svelare meglio dove affondano certi lati, certi gusti, certe preferenze di te stesso che si sono costruite insieme a quello che sei diventato oggi.

Questa avventura, credo comune ai più, per me si è palesata con “La Spada nella Roccia” – il grande classico Disney del 1963, l’ultimo ad essere prodotto interamente sotto la supervisione di Walt Disney – che è sempre stato il mio film Disney preferito e che oggi, alla luce di quanto detto, lo è ancor più. Non a caso, lo faccio vedere sempre a scuola al primo anno delle superiori.

Per una serie di motivi.

Innanzitutto, perché racconta splendidamente la dinamica che si innesca tra maestro e allievo. Il maestro sa già il destino dell’allievo, cioè sa che ogni ragazzo è destinato a cose grandi nella vita: trasformare la propria esistenza in un capolavoro. Qualcosa di unico, di eterno, di propriamente “suo”. Un maestro che non sappia questo di ogni suo ragazzo è un cattivo maestro. Merlino lo sa, e sapendo qual è lo scopo di Semola calibra ogni azione per quella meta. Nulla è a caso nel suo agire, tutto è funzionale allo scopo. Rispetto all’odierno vagabondare più o meno scoperto di tanti genitori e insegnanti mi sembra una prospettiva da rivalutare.

In secondo luogo, ne “La Spada nella Roccia” è descritto magnificamente cosa sia lo studio: non un freddo nozionismo da mandare a memoria ma un’esperienza affettiva ed emozionale di conoscenza e arricchimento. Merlino non spiega a Semola come sono fatti i pesci, glieli fa “provare”; non spiega a Semola come sono fatti gli scoiattoli, glieli fa “vedere”, innescando in lui l’immedesimazione totale con l’oggetto del sapere, che sposta e crea punti di vista nuovi e arricchenti. L’apprendimento, d’altronde, è un avvenimento di conoscenza che trascina tutto di sé, ragione e affezione, come immergersi in un tramonto o nel volto dell’amata.

Non solo. Merlino accetta che può non essere lui il più adatto ad in-segnare, come nel caso della lezione sugli uccelli quando, con una ferita nell’orgoglio non indifferente, cede il posto al gufo Anacleto, evidentemente più esperto di lui (che ne sapeva solo in teoria) in materia di volo. D’altra parte, il vero maestro sa che l’allievo non è “roba” sua, e può non essere lui la miccia con la quale accendere il cuore di un ragazzo; per questo sa anche farsi da parte quando il bene del prossimo lo richieda. Merlino si arrabbia, brontola, si ammutolisce, ed è per noi una consolazione perché ci dice che l’insegnante (o il genitore) non è l’essere perfetto, non è l’incorruttibilmente puro – come a volte il potere ci ricatta di dover essere – ma è un poveraccio come gli altri che tuttavia sa quel che serve sapere, senza il quale tutto si trasformerebbe in dottrina: sa, cioè, dove deve andare il cuore per non morire. Il suo e quello di chi incontra.

Inoltre “La Spada nella Roccia” delinea magistralmente il paragone tra i due eterni prototipi di educazione: quella incentrata sul solo rigore e la sola disciplina – propria di sir Ettore, il padre adottivo di Semola (che pure vuol bene al ragazzo) – e quella animata dalla passione e dalla tensione al destino di Semola, che è propria invece di Merlino. La prima non genera, è sterile, come si vede nel figlio naturale di sir Ettore, Caio, incapace di vivere se non nascosto nell’ombra ingombrante del padre, il quale a sua volta può solo scaraventargli addosso i propri ambiziosi e famelici piani; la seconda, invece, dà frutti, perché si pone al servizio del fanciullo senza la pretesa di conoscere già quale sia il bene più vero e più autentico per lui.

La sfida finale con Maga Magò è poi strepitosa: Merlino è meno scaltro, meno furbo, meno diabolico della perfida ma simpatica Magò, eppure vince a man bassa e di gran lunga il duello. Perché? Perché sa di più, conosce più cose e per questo sa andare più a fondo delle innumerevoli e variopinte sfaccettature che di volta in volta sa assumere la realtà. Non ha bisogno di bluffare, gli basta sapere che esiste un germe invisibile ma potente per stendere l’ignara e vendicativa Magò.

Che lezione anche per i nostri ragazzi! In classe faccio sempre questo esempio: se ho un velo di tristezza che mi avvolge il cuore, come spesso capita, un conto è se mi fermo a dire: “sto male” o “sono triste”, rimanendo in un giudizio vago e fumoso su ciò che mi sta capitando, altro conto è se arrivo a chiamare per nome quel malessere, in qualche modo “possedendolo”, e dire ad esempio: “sono malinconico”, “sono disilluso”, “sono frustrato”. Sono due mondi! Solo se arrivo fin lì sono poi in grado di penetrare nei più labirintici rivoli dell’esser nostro, così da conoscermi meglio e meglio conoscere la realtà che mi circonda. Altrimenti posso solo subire ciò che mi capita. Quanto insondabile mistero può esserci nelle scatole cinesi di cui è fatto il nostro animo! In questo senso, dico sempre ai ragazzi: “conoscere i vocaboli non serve, comanda!” Come Merlino, che comandando, vince. Wittgenstein diceva: “i confini del mio linguaggio sono i confini del mio mondo”. E aveva ragione da vendere.

Torniamo allora a guardare i cartoni animati: sarà un modo, l’ennesimo, per riscoprirci figli dei nostri figli. E poter così, rigenerati, continuare a generare.

sabato 1 febbraio 2020

"Grazie Prof!" il romanzo d’esordio di un operaio che ha sempre desiderato diventare professore

“Grazie prof!” è un’esclamazione che ricorre in due diverse occasioni, nel romanzo breve di Giacomo Gruarin: la troviamo a poche pagine dall’incipit e quasi al termine della narrazione, due momenti che sembrano racchiudere in un piccolo scrigno il dipanarsi del racconto.



È una gita un po’ speciale, quella organizzata da un giovane professore di Portogruaro per i suoi ragazzi dell’ultimo anno: all’apparenza si tratta soltanto di un campeggio di pochi giorni tra le Dolomiti, ma l’esperienza che ne scaturirà sarà qualcosa di molto più prezioso per gli allievi e il loro maestro. 


L’escursione, infatti, porterà la classe a sentirsi un organismo solidale, a maturare una maggiore consapevolezza dell’altro e a crescere, in questo viaggio, più di quanto sia possibile farlo stando seduti ai banchi di scuola.
Con stile ironico e vivo, Giacomo Gruarin descrive un fine settimana indimenticabile, che il lettore faticherà a non ritenere la trasposizione esatta di un evento accaduto nella realtà. Verosimile, spigliata, la narrazione prosegue limpida e lineare, accattivando l’attenzione e la simpatia del lettore: ci sono momenti d’allegria, pause descrittive, ma l’insieme leggero e brioso permette anche di riflettere su tematiche delicate quali l’alcolismo, la malattia, la morte.

Ogni studente carica sul pulmino il proprio vissuto, insieme ai tanti bagagli: a volte, non è il peso più leggero. Giulio ha il suo senso di responsabilità, Bruno il suo dolore, Paolo la sua rabbia: il lettore impara a conoscere questi ragazzi appena diventati maggiorenni dagli accenni veloci al loro passato, dai veloci ritratti del loro presente, e non può che affezionarsi alle loro diverse personalità – persino alla più burrascosa.

Per cenni e scorci viene condotto anche il progetto iconografico del romanzo: Federico Gardin, responsabile delle illustrazioni, ha voluto lasciare spazio all’immaginazione dello spettatore nel dipingere a china e carboncino gli scenari che fanno capolino tra capitolo e capitolo, nell’intento di non svelare troppo agli occhi curiosi del suo pubblico; aiutato dall’autore a identificare i singoli soggetti da immortalare, ha posto particolare cura nella realizzazione della copertina, in cui è raffigurato di spalle un uomo che stringe con la mano un libro fermato da una cinghia rossa. È il mitico prof, sullo sfondo delle note montagne… Un’immagine indimenticabile che assumerà un significato profondo e commovente al termine della lettura.

Pubblicato per AltroMondo Editore, “Grazie prof!” è un libro speciale anche per la destinazione che si propongono di avere i proventi delle vendite. Questi ultimi, infatti, sono stati devoluti in beneficienza ad un’organizzazione non lucrativa impegnata nell’offrire assistenza sociosanitaria ai malati terminali: la dedica che apre il libro è sufficiente a far intravvedere le motivazioni di questa scelta, legata a doppio filo alle vicende familiari dell’autore

Personali sono anche i retroscena che hanno portato Giacomo ad avvicinarsi al mondo della scrittura: durante la prima presentazione del libro, svoltasi il 13 ottobre 2017 alla libreria CLUF di Via Gemona (UD), l’autore ha avuto modo di parlare della sua prima “prova letteraria”, una lettera spedita al mensile L’Alpino per raccontare la storia del suo secondogenito Francesco. Nato gravemente prematuro nel 2011, il «piccolo campione» di casa Gruarin ha affrontato e superato numerose vicissitudini ospedaliere: ora sano e in forze, Francesco è lo stesso bambino coraggioso che, ne siamo sicuri, una volta cresciuto sarà certamente in grado di leggere e apprezzare il piacevole racconto del suo papà.

lunedì 20 gennaio 2020

ZUM ZUM ZUM il docu-concerto dei Vecchioni di Mariele per la nostra scuola

Si terrà venerdì 31 gennaio alle 21,00 il docu-concerto di Testimonianze Musicali denominato ZUM ZUM ZUM: nella sala Don Dante Bolelli di Via Vittorio Veneto 71 a San Vincenzo di Galliera sarà ripercorsa tutta la storia del "Piccolo Coro dell’Antoniano" nei suoi cinquantasette anni dedicati alla muscia internazionale dell'infanzia.
Fondato nel 1954 da Padre Ernesto Caroli, il  Piccolo Coro viene costituito solo alla fine del 1963 da Mariele Ventre e Padre Berardo. Alla scomparsa di Mariele, sarà affidato, dal 1995, a Sabrina Simoni che tuttora lo dirige.
Rappresenta la storia di quasi mille bambini bolognesi di ogni ceto sociale che nel corso degli anni, hanno cantato mille brani! 
Grazie al loro impegno, alla collaborazione delle loro famiglie e alla loro gioia musicale, hanno reso “unico” il Piccolo Coro dell’Antoniano di Bologna, che dal 1995 ha assunto la denominazioen di Piccolo Coro “Mariele Ventre”.
Lo Zecchino d’Oro inventato da Cino Tortorella, è il marchio di fabbrica del Piccolo Coro ma il suo repertorio è poliedrico: “sigle, canzoni, folklore, pezzi di bravura, canti religiosi e molto altro ancora”.
Il nome “Vecchioni” è quello che Mariele dava ai bambini appena uscivano dal coro all'età di 10 anni, quindi gli stessi canterini di allora hanno scelto oggi di chiamarsi Vecchioni di Mariele.
Raccontano una storia musicale, la loro storia, la vostra, quella bolognese e internazionale, sempre attuale.
Insieme ai "Vecchioni", torneremo bambini, presi per mano dalla musica. 

La serata è dedicata alla raccolta fondi per il progetto "INclusione" della nostra scuola  paterna.



Realizzato con il patrocinio del Comune di Galliera, Amici di Mariele, Antoniano, Fondazione Mariele Ventre, Servizi Museali Bologna, è possibile prenotare l'accesso alla sala mediante mail segreteria@amicidimariele.it