Pubblichiamo un interessante articolo tratto dal sito www.lasfidaeducativa.it.
L'autore è Saverio Sgroi, palermitano, educatore e più volte citato anche nel nostro blog.
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Da un po’ di tempo circola in rete l’immagine che potete osservare a
corredo di questo articolo: un’immagine emblematica, che racconta senza
bisogno di ulteriori precisazioni come sia cambiato quello che
Alessandro D’Avenia, qualche anno fa, ha definito il “triangolo amoroso della scuola: la relazione tra docenti, studenti, genitori”. Un triangolo che, però, di amoroso nella foto non sembra avere proprio nulla.
Molti insegnanti sanno quanto oggi sia difficile discutere con quei
genitori che sembrano più che altro degli avvocati del figlio; genitori –
e sono tanti, a detta loro – pronti a prendere sempre e comunque le
difese del proprio pargolo, quando un professore si permette una
valutazione che non rispecchia il suo valore.
Poi ci sono i genitori che, dal canto loro, accusano i docenti di non
mettere nel loro rapporto con gli studenti quella passione e quella
competenza tipica dei “professori d’altri tempi”, di quelli che oggi non ne trovi più perché alla passione per l’insegnamento preferiscono quella per lo stipendio.
Ora, mettendo da parte le considerazioni sullo stipendio degli
insegnanti italiani che, è bene ricordarlo, è tra i più bassi d’Europa,
la domanda che ci facciamo è: perché questo triangolo non funziona più?
E, soprattutto, come si può invertire la rotta di un rapporto tra scuola
e famiglia che, per tanti motivi, negli ultimi anni si è fatto sempre
più turbolento?
Sia chiaro che non è mia intenzione, in questa sede, parteggiare per
l’una o per l’altra parte. Non avrebbe senso e, probabilmente sarebbe
riduttivo e pretestuoso, dato che ogni situazione è un caso a sé ed è
molto difficile fare un discorso generalizzato.
Da educatore, ciò che mi sta a cuore è evidenziare alcuni aspetti del
problema col desiderio di trovare vie d’uscita, soluzioni, spunti di
crescita. E ciò a partire da una considerazione iniziale: spesso il
rapporto tra scuola e famiglia assomiglia più ad un contratto (con tanto
di diritti, doveri, obblighi tra le parti) che ad una relazione
educativa; sembra un elenco di recriminazioni piuttosto che una vera e
propria alleanza il cui obiettivo comune dovrebbe essere il bene dello
studente.
La differenza non è banale. I contraenti di un contratto descrivono
accuratamente i termini di un rapporto nel quale ognuna delle due parti
cerca di portare avanti i propri interessi. Ma nel caso della scuola,
come spiega Osvaldo Poli, “genitori ed insegnanti non sono delle
controparti tese a difendere principalmente i propri interessi perché
sono uniti dal medesimo valore: il bene del figlio e dell’alunno”. Per questo ha più senso impostare il rapporto in termini di alleanza educativa piuttosto che come un contratto.
Di alleanza educativa parla anche Alessandro D’Avenia, quando sostiene
con ironia e sagacia che quello costituito da genitori, docenti e
studenti, sarebbe “l’unico triangolo amoroso nel quale se tutti si alleano per un bene comune sono felici, senza tradimenti, sotterfugi e corna.”
Ma quali sono le dimensioni che vengono sollecitate da una solida
alleanza educativa tra famiglia e scuola? Qui ne voglio evidenziare
soprattutto tre: la dimensione strategica, quella relazionale e infine
quella prettamente educativa.
Quello tra famiglia e scuola è innanzitutto un rapporto che chiama in
causa la dimensione strategica di entrambi i soggetti. Qual è il
progetto educativo della scuola? Quali sono gli obiettivi educativi
della famiglia? Se manca questa dimensione strategica da parte della
scuola o della famiglia si parte male: sarebbe come viaggiare senza
sapere bene dove andare. Per questo il rapporto va impostato
correttamente prima ancora che cominci l’anno scolastico. I genitori
dovrebbero chiedersi se conoscono il progetto educativo della scuola, se
lo condividono, se loro per primi hanno chiaro l’obiettivo verso il
quale vogliono condurre il proprio figlio. La scuola, dal canto suo,
dovrebbe definire con chiarezza e professionalità il proprio progetto
educativo (comunemente conosciuto come piano dell’offerta formativa), e
fare in modo di comunicarlo in maniera chiara ed efficace.
Una scuola che mostra incertezze e
superficialità su questo aspetto dovrebbe far riflettere i genitori che
stanno pensando di iscrivervi il proprio figlio.
Ma non possiamo dimenticare che l’alleanza educativa è anche e
soprattutto una relazione tra persone: lo studente, i suoi genitori, i
suoi insegnanti. Per questo, accanto alla dimensione strategica, viene
sollecitata inevitabilmente anche quella relazionale.
Ciò significa sviluppare la consapevolezza che questa relazione, come
ogni relazione tra persone, è orientata e condizionata non solo dalla
ragione, dall’intelligenza, ma anche dalle emozioni, dai sentimenti,
dalle passioni. Pensiamo, ad esempio, a come la simpatia o l’antipatia
che nutriamo nei confronti di una persona possano condizionare il nostro
modo di relazionarci con lei. E ciò molto spesso senza che essa abbia
ancora aperto bocca. Quante volte partiamo prevenuti quando sappiamo di
dover incontrare una determinata persona? E se questa persona è un
professore che non riesce proprio ad andarci giù, oppure sul quale
abbiamo già una nostra idea difficile da cambiare, riuscire ad avere un
rapporto di stima, costruttivo e propositivo, diventa davvero molto
difficile. Per non parlare poi delle normali incomprensioni, dei diversi
punti di vista, delle diverse sensibilità.
Insomma, per puntare entrambi all’obiettivo comune, cioè la crescita del
ragazzo, i genitori e gli insegnanti dovrebbero parlarsi, conoscersi,
confrontarsi, dichiararsi reciprocamente gli obiettivi formativi e
concordare assieme come raggiungerli, ciascuno in maniera diversa ma
complementare.
E invece molte volte il tutto si riduce da parte dei genitori a
recriminare per un voto in meno dato all’ultimo compito, come se il
valore di una persona potesse essere racchiuso in un banale numero.
Oppure, da parte degli insegnanti, a chiudersi rigidamente di fronte a
qualsiasi indicazione che provenga dai genitori, considerati
eccessivamente invadenti e presuntuosi; non si tratta di far fare gli
insegnanti ai genitori, certamente. Ma a volte da una rimostranza di un
papà o di una mamma un docente può ricavare elementi molto utili per
rimettersi in discussione e migliorare il proprio lavoro.
C’è un terzo aspetto da considerare, forse il più importante.
L’alleanza educativa non riguarda solo il rapporto tra genitori e
docenti; c’è un altro polo della relazione, che è anche il beneficiario
della alleanza, ossia lo studente. E qui non è possibile non parlare
della dimensione educativa che è chiamata in causa proprio dall’alleanza
tra famiglia e scuola.
Un genitore che parla male dell’insegnante del proprio figlio, per
quanta ragione possa avere nel lamentarsi, non sta facendo il bene del
figlio, soprattutto se questi è pienamente consapevole che suo padre o
sua madre si schierano costantemente al suo fianco ed in
contrapposizione al docente. Esattamente come avviene nella vignetta con
cui ho aperto questa riflessione. Se i genitori parlano male
costantemente degli insegnanti, stanno trasmettendo al figlio l’idea che
comunque lui ha sempre ragione e che il torto è sempre degli altri. E
in una società come la nostra, fortemente narcisistica, ciò non fa altro
che aumentare nei ragazzi la convinzione di essere al centro di un
mondo che deve ruotare sempre al loro servizio.
Ricordiamoci che, per quanto maldestro possa essere un insegnante – ma
docenti del genere personalmente ne conosco davvero pochi -, egli è
sempre qualcuno che sta svolgendo una professione di servizio, nella
quale l’investimento di risorse (tempo, energia, testa, cuore) non è
quasi mai proporzionato alla gratificazione economica che riceve.
Quella del docente è una professione nella quale la componente della
gratuità e del sacrificio è più presente rispetto a tante altre
professioni. Non a caso quella degli insegnanti è tra le categorie
maggiormente a rischio di cadere nella sindrome da burn-out,
una malattia causata dallo stress a cui sono sottoposte le persone che
esercitano le cosiddette professioni d’aiuto e che consiste nel
deterioramento patologico dell’impegno e della motivazione che stanno
alla base del proprio lavoro; una sorta di depressione professionale.
La questione è complessa e non possono bastare poche righe per
dipanare una matassa che risulta aggrovigliata da molti anni. Però,
sembrerà banale, il punto di partenza per provare risolvere un problema è
quello di affrontarlo.
Forse il triangolo della scuola non sarà mai perfetto, funzionante o
amoroso, per dirla con Alessandro D’Avenia. Ed è vero, perché a
differenza della figura geometrica non è fatto di linee e di punti ma di
persone in carne ed ossa, con i loro limiti e le loro debolezze. Ma
anche con i loro punti di forza e di originalità che, se opportunamente e
reciprocamente valorizzati, potranno permettere agli studenti di vivere
gli anni della scuola davvero come un’occasione unica e irripetibile
per diventare migliori.
Per questo vale la pena di fare lo sforzo di venirsi incontro; perché in
gioco non ci sono voti e numeri, ma la felicità – vera – dei nostri
ragazzi.