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Amici di Mariele cooperativa sociale onlus | Vicolo Parco sud 2 | 40018, San Pietro in Casale (BO)

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testo

“Noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera,

lasciata all’iniziativa privata e ai comuni.

La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola

è indipendente dal controllo dello Stato”

Antonio Gramsci, Grido del Popolo, 1918

giovedì 3 settembre 2015

Una classe è un'orchestra: ad ognuno il suo strumento



"Ogni studente suona il suo strumento.
La cosa difficile è trovare l'armonia.
Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un'orchestra che prova la stessa sinfonia. 
E se hai ereditato il piccolo triangolo che sa fare solo tin tin, o lo scacciapensieri che fa soltanto bloing bloing, la cosa importante è che lo facciano al momento giusto, il meglio possibile, che diventino un ottimo triangolo, un impeccabile scacciapensieri, e che siano fieri delle qualità che loro contributo conferisce all'insieme.
Siccome il piacere dell'armonia li fa progredire tutti, alla fine anche il piccolo triangolo conoscerà la musica, forse non in maniera brillante come il primo violino, ma conoscerà la stessa musica.
Il problema è che vogliono farci credere che nel mondo contino solo i primi violini"

Tratto da "Diario di scuola" di Daniel Pennac (ed. Feltrinelli, 2008)
Riproposto in "Ti porterò con me" di PierLuigi Bartolomei (ed. Ares, 2015)


sabato 29 agosto 2015

Quale educazione provoca persone mature?



Ripubblichiamo il bell'articolo a firma di Alessandro D'Avenia, insegnante appassionato e scrittore di successo, apparso su Avvenire il 18 giugno scorso

Qui il link al sito di Prof 2.0

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Siamo sicuri che la cosiddetta educazione cattolica ci riesca?


Maturità: uno degli ultimi riti di passaggio nella nostra cultura, come quando l’adolescente veniva abbandonato nel bosco per una notte e doveva sopravvivere da solo affrontandone i pericoli per poter essere accolto nella cerchia degli adulti. La scuola di oggi riesce a rendere questo rito effettivo o si è ridotto a una pratica ormai vuota? È compito solo della scuola? L’obiettivo dell’istruzione è la cultura e la scienza, l’obiettivo dell’insegnamento è l’autonomia.

Sono inseparabili, ma hanno finalità specifiche che è bene distinguere per poi poterle unire. Un insegnante nell’atto stesso dell’istruire educa, e nell’educare istruisce. Chi separa forzosamente queste due dimensioni pensando di poterle agire separatamente produce: o nozionismi che saranno presto dimenticati, non avendo presa sulla persona nella sua interezza, confinate solo in una zona periferica e non utile all’autonomia; o automi, cioè uomini e donne che ripetono gesti che non hanno vagliato personalmente ma si sono attaccati addosso per imitazione e contagio, non per interiorizzazione.

Come dunque insegnamento e istruzione trovano equilibrio nella loro differenza? Come si armonizzano nell’obiettivo di “pro-vocare” persone mature? Solo a patto che questa armonia sia coltivata ogni giorno dall’insegnante nella sua propria vita e offerta nel vissuto concreto ai propri studenti. Solo se l’insegnante coltiva e amplia la sua vita interiore, incoraggia la “conversazione interiore”, cioè la capacità di abitare in se stessi in mezzo al flusso delle cose senza esserne travolti, dare ampio assenso alla vita senza esserne schiacciati. Insomma, essere maturi è umanizzare l’uomo (cosa che riguarda tutte le età della vita e non solo i diciottenni), distinguendosi dagli animali che sono totalmente “nel mondo” e si limitano a reagire alle sue sollecitazioni, mentre l’uomo è, sì, nel mondo ma è anche contemporaneamente di fronte al mondo: ha uno spazio dentro di sé grazie al quale lo considera, lo interiorizza, lo valuta: «Quello che i sensi e l’intelletto pongono di fronte è un mondo di cose; l’importanza che esse possiedono ai fini della costituzione del mondo interiore, come alimento spirituale, le denota come oggetti di valore o come beni. Nella misura in cui i beni sono prodotti dello spirito umano, suscitati dalla sua attività creativa, li designiamo come beni culturali. Essi hanno un’esistenza autonoma, svincolata dal suo autore.

Per lo più è un oggetto materiale a costituire la materia prima del loro essere. Ma ciò che costituisce il loro valore è qualcosa di spirituale; un elemento di vita spirituale è misteriosamente imprigionato in loro, e può essere afferrato dall’anima che ne viene a contatto. Se li consideriamo sotto questo punto di vista, li chiameremo beni educativi. Più ancora che dal rapporto col complesso di questi beni, l’anima si avvantaggia nell’avere rapporto con i loro eventuali autori, con le persone viventi. Lo sviluppo dell’anima e quello del suo ambiente spirituale procedono di pari passo. Il compito degli educatori è quello di fornire questi materiali». Questo scrive Edith Stein, in La vita come totalità.

Non è un caso che la patrona d’Europa, morta in campo di concentramento, intitoli così il suo libro. La vita come totalità: credo sia questa la sfida per una visione cattolica dell’educazione, che non significa una visione confessionale, catechistica, parziale, ma appunto universale, cioè quella che riconduce ad “unità” l’immensa varietà di oggetti del mondo, rispettandola.

Visione cattolica significa guardare le cose all’interno della visione che ne ha Cristo: come guarderebbe quell’uomo, quella donna, quel filo d’erba, quell’albero? In tutta la sua ampiezza e verità, per il suo pieno compimento. Partecipiamo noi di questo sguardo? Solo partecipandovi e coltivandolo in noi potremo generare personalità mature, perché il dinamismo della maturità non è lineare, non siamo macchine, ma procede a stadi. Nel ragazzo viene risvegliato uno stadio ulteriore, che egli vorrà raggiungere perché ne sente l’attrazione, il desiderio, la bellezza. Per questo la maturità può conoscere fughe in avanti rispetto all’età (basti pensare a ragazzi che hanno sofferto molto) o regressioni nonostante l’età raggiunta. La maturità non è mai data per acquisita, è un dinamismo continuo, che avrà un percorso armonico nella misura in cui si orienta la persona alla sua pienezza, in ogni tappa della sua vita.

Questo è educare: «L’insegnamento non è che una parte dell’educazione. Ma col termine educazione intendiamo la formazione dell’essere umano nel suo complesso, con tutte le sue forze e tutte le sue capacità. Cos’altro vogliamo raggiungere coll’educazione se non che il giovane che ci è affidato divenga un essere umano vero, autentico e autenticamente se stesso (sia nel senso generale della natura umana quanto in quello particolare della personalità individuale). Come conseguire però questo fine? L’educatore deve possedere un’idea chiara riguardo a in che consista l’educazione, cioè l’autentica natura umana e l’autentica individualità. Formare esseri umani autentici significa formarli ad immagine di Cristo, ma per farlo l’educatore deve essere lui stesso un essere umano autentico» (ibidem). Credo che questa sia la sfida della maturità, vero esame e rito di passaggio, in ogni età della nostra vita. 

Alessandro D'Avenia


sabato 11 luglio 2015

Vita coniugale bella & Genitori indaffarati con figli: alcuni consigli pratici

Articolo tratto e tradotto da Family Edge, sito che guarda novità e tendenze che riguardano la famiglia alla luce della dignità umana.  
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La soddisfazione nella vita coniugale tende a fare un tuffo, una volta che il primo bambino torna a casa dall’ospedale dopo la maternità...
Questo non dovrebbe sorprendere nessuno. 
Diciamolo chiaro – i bambini, in particolare i neonati, sono difficili. 
Chi dice il contrario o è sdraiato, o un nonno. Ma è possibile mantenere un matrimonio felice, nonostante le tensioni e le difficoltà sulla vostra nuova vita come genitori. 
Ecco dieci consigli per un matrimonio felice – con i bambini:

1. ricorda che l’amore è una decisione, non un sentimento.
E ‘impossibile mantenere caldi sentimenti confusi per il coniuge costantemente, soprattutto quando si hanno bambini prendendo così tanto del vostro tempo ed energia. Basta ricordare che il vostro rapporto con il vostro coniuge viene prima. Periodo. Se volete il meglio per i vostri bambini (e chi no), il successo del vostro matrimonio è fondamentale. Una ricerca su Google renderà una dozzina di diversi studi tutti dicono le stesse cose riguardo gli effetti negativi di un matrimonio fallito sui bambini. Se volete che i vostri figli siano felici, mantenere il vostro coniuge felice. Siate felici insieme.

2. non lasciate che tuo figlio spadroneggi.
Se la vostra devozione ai vostri figli è giunta al punto che camminano su di voi ,( o per essere onesti ,le cose si stanno indirizzando così) è inevitabile che ci sia la tensione in casa. Tensione può nascere con un coniuge che non è d’accordo con i tuoi metodi di disciplina, o dentro di te perché sei frustato da un “essere” di soli due anni. Quando si tratta di disciplina, è imperativo che entrambi i genitori siano sulla stessa lunghezza d’onda. Quando ci sono crepe nella fondazione del castello, il piccolo principe o principessa troveranno loro a trarre il massimo vantaggio e trasformarvi in buffoni di corte.

3. Essere sempre aperti con la comunicazione.
Che si tratti di parlare di sincronizzare i vostri stili genitoriali o rendersi conto dell’ ultima volta che avete avuto un momento intimo insieme da soli, è necessario essere aperti e onesti. “La comunicazione è fondamentale” è un cliché, ma le parole sono necessarie per continuare a vivere. Se avete qualcosa da dire al vostro coniuge, diteglielo . Non tenere nulla imbottigliato, fino al punto di esplosione.

4. Quando è il momento di parlare la vostra mente, farlo in modo dolce.
Non tenere una lista e scaricare tutti le tue rimostranze in una sola volta. A nessuno piace essere attaccato. Questa è una ragione in più per parlare quando la tensione ti sta scendendo. E, quando possibile, farlo in un modo schivo. Questo riduce il colpo. Per esempio: “Dovremmo probabilmente metterci insieme al lavoro per mantenere la cucina un po ‘più ordinato.” Anche se si sa bene che è l’altra persona che è un disastro in cucina, bagno, o dovunque, questa frase è molto meglio che dire : “È necessario che tu ripulisca il tuo pasticcio. Sono stanco di raccogliere dopo, il tuo disordine ! ” Può essere vero ,ma così va a finire male.

5. Mettete il vostro coniuge prima.
Anche se tutti abbiamo imparato a condividere all’asilo, siamo ancora esseri egoisti. Vogliamo quello che vogliamo quando lo vogliamo. Tecnologia e società nel loro insieme, non sono grandi ad aiutare nè ci incoraggiano a rompere questa abitudine, ma la famiglia felicemente funzionamento dovrebbe essere tutt’altro che egoista. Chiedetevi sempre: Cosa piacerebbe al vostro coniuge piace? Che si tratti di cosa mangiare per cena, quale film guardare, o quale dessert condividere in un ristorante, lasciate che il vostro coniuge scelga . Avere un coniuge felice vi rende felici. La sua felicità porterà felicità a voi.

mercoledì 1 luglio 2015

Sul senso dell'educazione e caratteristiche dell'insegnante (da intervento di Elena Ugolini)

Il senso dell’educazione

Il cuore della scuola è l’educazione. Il rapporto che si può stabilire tra studente e maestro. Ma questo rapporto ha uno scopo ben preciso: non legare a sé ma aprire alla realtà nella sua totalità. Come ha scritto il filosofo tedesco Josef Andreas Jungmann: “L’educazione è l’introduzione alla realtà totale” (in Christus als Mittelpunkt religiöser Erziehung, Freiburg i.B. 1939). Che cosa sono, infatti, le discipline se non delle strade per entrare in rapporto con la realtà, per capirla, per mettere a frutto quel patrimonio di esperienza e di conoscenza che ci viene dalla nostra tradizione affinché sia reinventato?

Le caratteristiche dell’insegnante

Ora, l’educazione, per l’insegnante, consiste nel “come far conoscere”. Einstein scriveva nei Pensieri degli anni difficili (1936): “A volte si vede nella scuola semplicemente lo strumento per tramandare una certa quantità massima di conoscenza alla generazione che sta formandosi. Ma questo non è esatto. La conoscenza è una cosa morta; la scuola, invece, serve a vivere”.
In che modo la conoscenza aiuta a vivere? Dobbiamo chiederci: come cerco io, insegnante, nella mia materia di far conoscere, di far diventare esperienza le cose che dico? Ossia, come ciò che insegno aumenta la coscienza che gli studenti hanno di loro stessi e della realtà; come la disciplina che insegno collabora alla crescita della persona nella sua interezza.
Occorre un triplice impegno:
1. occorre posseder bene la materia e far capire bene ciò che si dice assumendo come punto di partenza il mondo categoriale dell’allievo (per intenderci: non si può dare una bistecca ad un bambino di tre mesi)
2. far vedere concretamente in che modo quello che si studia c’entra con la loro esperienza e risponde a quelle domande di vero, bello e bene che possiede.
3. far vedere la connessione tra particolare e totalità: posso sopportare la fatica di un cammino avendo in mente la meta e cominciando a vedere degli squarci del paesaggio che si allarga
 
Intervento della dott.ssa Elena Ugolini, allora Sottosegretario del MIUR alla Conferenza inaugurale del Centro dell’Arcivescovato di Granada “Studium Granatense et Sacromontanum”, 4 dicembre 2012.


 

martedì 9 giugno 2015

Gli amici della nostra cooperativa sociale: La Fondazione Mariele Ventre


La Fondazione Mariele Ventre nasce come ente morale con lo scopo di tutelare l'immagine e il nome di Mariele Ventre, e di conservarne, sviluppandolo, il messaggio morale da eli sempre profuso durante la sua attività e trasmesso con la sua dolce presenza e con la sua opera instancabile di musicista ed educatrice. La Fondazione nasce anche dalla consapevolezza che il nome di Mariele e la sua proposta etica ed artistica costituiscono un patrimonio prezioso, che deve essere non solo raccontato ma "testimoniato", facendosi così proposta di vita.

Mariele Ventre nasce a Bologna il 16 luglio 1939 e fonda nel 1963 il Piccolo Coro dell'Antoniano.Tutta la sua vita, costellata da numerosi riconoscimenti in Italia e all'estero, è stata dedicata alla musica ed ai più piccoli.

"Splendida figura di artista e di educatrice cristiana" come l'ha definita il Cardinale Arcivescovo di Bologna Giacomo Biffi, Mariele Ventre muore dopo lunga malattia a Bologna il 16 dicembre 1995, venti giorni dopo aver diretto la 38ma edizione dello Zecchino d'Oro.

Una Fondazione dunque, non solo per ricordare, ma anche e soprattutto per continuare, per realizzare, per armonizzare sensibilità ed intenti di promozione umana che sono stati i punti di riferimento della vita e del lavoro di Mariele.


Fondazione Mariele Ventre
Largo Mariele Ventre 3
40125 Bologna, Italia
tel: (+39) 051 429 9009
www.marieleventre.it

lunedì 1 giugno 2015

Arriva a San Pietro in Casale la Pellicanto Band. Con gli Amici di Mariele. Martedì 9 giugno

Arriva a San Pietro in Casale la "Pellicanto Band" per festeggiare la fine dell'anno scolastico. Il concerto, organizzato dai nostri genitori, si terrà nel parco della scuola materna San Luigi martedì 9 giugno dalle ore 20,30.
Sarà una bella occasione per far festa, cantando e ballando insieme. 
Tutti i bambini e le famiglie di San Pietro in Casale sono invitati a partecipare. Ingresso a offerta libera.

Per i nostri bambini è previsto un momento conviviale a partire dalle 19.00

Chi è la Pellicanto Band 
Nata dall'esperienza e professionalità di un gruppo di amici che hanno intravisto dentro la passione per il canto, una bellezza vera, data, e così si sono messi in gioco, scoprendo un gusto nuovo nella musica, tanto da definirla "la più grande espressione dei sentimenti umani". I componenti della Band sono tutti originari dell'area bolognese e hanno all'attivo 2 CD e oltre 100 spettacoli, tutti per beneficenza. Il ricavato delle vendite dei CD è sempre stato destinato a opere educative, in primis "Il Pellicano" di Bologna, ma anche la nostra scuola paterna.

Per saperne di più visita il sito: pellicanto web site

giovedì 7 maggio 2015

Pedala, pedala.....

In una calda sera di fine estate, un giovane si recò da un vecchio saggio: "Maestro, come posso essere sicuro che sto spendendo bene la mia vita? Come posso essere sicuro che tutto ciò che faccio è quello che Dio mi chiede di fare?". 

Il vecchio saggio sorrise compiaciuto e disse: "Una notte mi addormentai con il cuore turbato, anch'io cercavo, inutilmente, una risposta a queste domande. Poi feci un sogno. Sognai una bicicletta a due posti. Vidi che la mia vita era come una corsa con una bicicletta a due posti: un tandem. E notai che Dio stava dietro e mi aiutava a pedalare. Ma poi avvenne che Dio mi suggerì di scambiarci i posti. Acconsentii e da quel momento la mia vita non fu più la stessa. Dio rendeva la mia vita più felice ed emozionante. 

Che cosa era successo da quando ci scambiammo i posti? Capii che quando guidavo io, conoscevo la strada. Era piuttosto noiosa e prevedibile. Era sempre la distanza più breve tra due punti. Ma quando cominciò a guidare lui, conosceva bellissime scorciatoie, su per le montagne, attraverso luoghi rocciosi a gran velocità a rotta di collo. Tutto quello che riuscivo a fare era tenermi in sella! 

Anche se sembrava una pazzia, lui continuava a dire: «Pedala, pedala!». Ogni tanto mi preoccupavo, diventavo ansioso e chiedevo: «Signore, ma dove mi stai portando?». Egli si limitava a sorridere e non rispondeva. Tuttavia, non so come, cominciai a fidarmi. 

Presto dimenticai la mia vita noiosa ed entrai nell'avventura, e quando dicevo: «Signore, ho paura...», lui si sporgeva indietro, mi toccava la mano e subito una immensa serenità si sostituiva alla paura. Mi portò da gente con doni di cui avevo bisogno; doni di guarigione, accettazione e gioia. Mi diedero i loro doni da portare con me lungo il viaggio. Il nostro viaggio, vale a dire, di Dio e mio. E ripartimmo. 

Mi disse: «Dai via i regali, sono bagagli in più, troppo peso». Così li regalai a persone che incontrammo, e trovai che nel regalare ero io a ricevere, e il nostro fardello era comunque leggero. Dapprima non mi fidavo di lui, al comando della mia vita. Pensavo che l'avrebbe condotta al disastro. 

Ma lui conosceva i segreti della bicicletta, sapeva come farla inclinare per affrontare gli angoli stretti, saltare per superare luoghi pieni di rocce, volare per abbreviare passaggi paurosi. E io sto imparando a star zitto e pedalare nei luoghi più strani, e comincio a godermi il panorama e la brezza fresca sul volto con il delizioso compagno di viaggio, la mia potenza superiore. 

E quando sono certo di non farcela più ad andare avanti, lui si limita a sorridere e dice: «Non ti preoccupare, guido io, tu pedala!»"

giovedì 30 aprile 2015

Genitori contro docenti: una guerra che non fa bene ai ragazzi

Pubblichiamo un interessante articolo tratto dal sito www.lasfidaeducativa.it.

Qui l'originale: Genitori-contro-docenti 

L'autore è Saverio Sgroi, palermitano, educatore e più volte citato anche nel nostro blog.

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Da un po’ di tempo circola in rete l’immagine che potete osservare a corredo di questo articolo: un’immagine emblematica, che racconta senza bisogno di ulteriori precisazioni come sia cambiato quello che Alessandro D’Avenia, qualche anno fa, ha definito il “triangolo amoroso della scuola: la relazione tra docenti, studenti, genitori”. Un triangolo che, però, di amoroso nella foto non sembra avere proprio nulla.
Molti insegnanti sanno quanto oggi sia difficile discutere con quei genitori che sembrano più che altro degli avvocati del figlio; genitori – e sono tanti, a detta loro – pronti a prendere sempre e comunque le difese del proprio pargolo, quando un professore si permette una valutazione che non rispecchia il suo valore.
Poi ci sono i genitori che, dal canto loro, accusano i docenti di non mettere nel loro rapporto con gli studenti quella passione e quella competenza tipica dei “professori d’altri tempi”, di quelli che oggi non ne trovi più perché alla passione per l’insegnamento preferiscono quella per lo stipendio.
Ora, mettendo da parte le considerazioni sullo stipendio degli insegnanti italiani che, è bene ricordarlo, è tra i più bassi d’Europa, la domanda che ci facciamo è: perché questo triangolo non funziona più? E, soprattutto, come si può invertire la rotta di un rapporto tra scuola e famiglia che, per tanti motivi, negli ultimi anni si è fatto sempre più turbolento?
Sia chiaro che non è mia intenzione, in questa sede, parteggiare per l’una o per l’altra parte. Non avrebbe senso e, probabilmente sarebbe riduttivo e pretestuoso, dato che ogni situazione è un caso a sé ed è molto difficile fare un discorso generalizzato.
Da educatore, ciò che mi sta a cuore è evidenziare alcuni aspetti del problema col desiderio di trovare vie d’uscita, soluzioni, spunti di crescita. E ciò a partire da una considerazione iniziale: spesso il rapporto tra scuola e famiglia assomiglia più ad un contratto (con tanto di diritti, doveri, obblighi tra le parti) che ad una relazione educativa; sembra un elenco di recriminazioni piuttosto che una vera e propria alleanza il cui obiettivo comune dovrebbe essere il bene dello studente.
La differenza non è banale. I contraenti di un contratto descrivono accuratamente i termini di un rapporto nel quale ognuna delle due parti cerca di portare avanti i propri interessi. Ma nel caso della scuola, come spiega Osvaldo Poli, “genitori ed insegnanti non sono delle controparti tese a difendere principalmente i propri interessi perché sono uniti dal medesimo valore: il bene del figlio e dell’alunno”. Per questo ha più senso impostare il rapporto in termini di alleanza educativa piuttosto che come un contratto.
Di alleanza educativa parla anche Alessandro D’Avenia, quando sostiene con ironia e sagacia che quello costituito da genitori, docenti e studenti, sarebbe “l’unico triangolo amoroso nel quale se tutti si alleano per un bene comune sono felici, senza tradimenti, sotterfugi e corna.”
Ma quali sono le dimensioni che vengono sollecitate da una solida alleanza educativa tra famiglia e scuola? Qui ne voglio evidenziare soprattutto tre: la dimensione strategica, quella relazionale e infine quella prettamente educativa.
Quello tra famiglia e scuola è innanzitutto un rapporto che chiama in causa la dimensione strategica di entrambi i soggetti. Qual è il progetto educativo della scuola? Quali sono gli obiettivi educativi della famiglia? Se manca questa dimensione strategica da parte della scuola o della famiglia si parte male: sarebbe come viaggiare senza sapere bene dove andare. Per questo il rapporto va impostato correttamente prima ancora che cominci l’anno scolastico. I genitori dovrebbero chiedersi se conoscono il progetto educativo della scuola, se lo condividono, se loro per primi hanno chiaro l’obiettivo verso il quale vogliono condurre il proprio figlio. La scuola, dal canto suo, dovrebbe definire con chiarezza e professionalità il proprio progetto educativo (comunemente conosciuto come piano dell’offerta formativa), e fare in modo di comunicarlo in maniera chiara ed efficace.
Una scuola che mostra incertezze e superficialità su questo aspetto dovrebbe far riflettere i genitori che stanno pensando di iscrivervi il proprio figlio.
Ma non possiamo dimenticare che l’alleanza educativa è anche e soprattutto una relazione tra persone: lo studente, i suoi genitori, i suoi insegnanti. Per questo, accanto alla dimensione strategica, viene sollecitata inevitabilmente anche quella relazionale.
Ciò significa sviluppare la consapevolezza che questa relazione, come ogni relazione tra persone, è orientata e condizionata non solo dalla ragione, dall’intelligenza, ma anche dalle emozioni, dai sentimenti, dalle passioni. Pensiamo, ad esempio, a come la simpatia o l’antipatia che nutriamo nei confronti di una persona possano condizionare il nostro modo di relazionarci con lei. E ciò molto spesso senza che essa abbia ancora aperto bocca. Quante volte partiamo prevenuti quando sappiamo di dover incontrare una determinata persona? E se questa persona è un professore che non riesce proprio ad andarci giù, oppure sul quale abbiamo già una nostra idea difficile da cambiare, riuscire ad avere un rapporto di stima, costruttivo e propositivo, diventa davvero molto difficile. Per non parlare poi delle normali incomprensioni, dei diversi punti di vista, delle diverse sensibilità.
Insomma, per puntare entrambi all’obiettivo comune, cioè la crescita del ragazzo, i genitori e gli insegnanti dovrebbero parlarsi, conoscersi, confrontarsi, dichiararsi reciprocamente gli obiettivi formativi e concordare assieme come raggiungerli, ciascuno in maniera diversa ma complementare.
E invece molte volte il tutto si riduce da parte dei genitori a recriminare per un voto in meno dato all’ultimo compito, come se il valore di una persona potesse essere racchiuso in un banale numero.
Oppure, da parte degli insegnanti, a chiudersi rigidamente di fronte a qualsiasi indicazione che provenga dai genitori, considerati eccessivamente invadenti e presuntuosi; non si tratta di far fare gli insegnanti ai genitori, certamente. Ma a volte da una rimostranza di un papà o di una mamma un docente può ricavare elementi molto utili per rimettersi in discussione e migliorare il proprio lavoro.
C’è un terzo aspetto da considerare, forse il più importante. L’alleanza educativa non riguarda solo il rapporto tra genitori e docenti; c’è un altro polo della relazione, che è anche il beneficiario della alleanza, ossia lo studente. E qui non è possibile non parlare della dimensione educativa che è chiamata in causa proprio dall’alleanza tra famiglia e scuola.
Un genitore che parla male dell’insegnante del proprio figlio, per quanta ragione possa avere nel lamentarsi, non sta facendo il bene del figlio, soprattutto se questi è pienamente consapevole che suo padre o sua madre si schierano costantemente al suo fianco ed in contrapposizione al docente. Esattamente come avviene nella vignetta con cui ho aperto questa riflessione. Se i genitori parlano male costantemente degli insegnanti, stanno trasmettendo al figlio l’idea che comunque lui ha sempre ragione e che il torto è sempre degli altri. E in una società come la nostra, fortemente narcisistica, ciò non fa altro che aumentare nei ragazzi la convinzione di essere al centro di un mondo che deve ruotare sempre al loro servizio.
Ricordiamoci che, per quanto maldestro possa essere un insegnante – ma docenti del genere personalmente ne conosco davvero pochi -, egli è sempre qualcuno che sta svolgendo una professione di servizio, nella quale l’investimento di risorse (tempo, energia, testa, cuore) non è quasi mai proporzionato alla gratificazione economica che riceve.
Quella del docente è una professione nella quale la componente della gratuità e del sacrificio è più presente rispetto a tante altre professioni. Non a caso quella degli insegnanti è tra le categorie maggiormente a rischio di cadere nella sindrome da burn-out, una malattia causata dallo stress a cui sono sottoposte le persone che esercitano le cosiddette professioni d’aiuto e che consiste nel deterioramento patologico dell’impegno e della motivazione che stanno alla base del proprio lavoro; una sorta di depressione professionale.
La questione è complessa e non possono bastare poche righe per dipanare una matassa che risulta aggrovigliata da molti anni. Però, sembrerà banale, il punto di partenza per provare risolvere un problema è quello di affrontarlo.
Forse il triangolo della scuola non sarà mai perfetto, funzionante o amoroso, per dirla con Alessandro D’Avenia. Ed è vero, perché a differenza della figura geometrica non è fatto di linee e di punti ma di persone in carne ed ossa, con i loro limiti e le loro debolezze. Ma anche con i loro punti di forza e di originalità che, se opportunamente e reciprocamente valorizzati, potranno permettere agli studenti di vivere gli anni della scuola davvero come un’occasione unica e irripetibile per diventare migliori.
Per questo vale la pena di fare lo sforzo di venirsi incontro; perché in gioco non ci sono voti e numeri, ma la felicità – vera – dei nostri ragazzi.