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testo

“Noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera,

lasciata all’iniziativa privata e ai comuni.

La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola

è indipendente dal controllo dello Stato”

Antonio Gramsci, Grido del Popolo, 1918

martedì 11 settembre 2018

ALESSANDRO D'AVENIA: non crollano solo i ponti

Il profossore e scrittore Alessandro D'Avenia, con l'avvio del nuovo anno scolastico, riprende la sua rubrica "Letti da rifare" sul "Corriere della Sera" ogni lunedi mattina. Il primo appuntamento di lunedi 4 settembre, che aveva come spunto quabto accaduto a Genova alla vigilia di Ferragosto, vale la pena leggerlo tutto.





Letti da rifare 24.  Non crollano solo i ponti

È la prima campanella dell’anno scolastico quella che suonerà tra poco: l’ennesima promessa di un nuovo inizio, rintocco del desiderio umano che non smette mai di sperare che una vita rinnovata e più piena possa sorgere dal ripetitivo orizzonte quotidiano. Immagina, cara/o collega, di sederti al posto di un tuo studente in questo primo giorno. Guardati entrare in classe, osservati: dal portamento ai libri che hai con te. Che cosa vedi? Perché sei lì? Per chi sei lì? Perché hai scelto chimica, italiano, fisica, diritto… e hai scelto di raccontarli a una nuova generazione? Rispondi a queste domande mentre ti vedi disporre gli strumenti del mestiere sulla cattedra. Adesso ascoltati formulare l’appello. Come pronunci i nomi dei tuoi studenti? Come guardi i loro volti? E che cosa vedi sul tuo?
Forse nel tuo sguardo puoi scorgere delusione e stanchezza, per un sistema che non valorizza la tua personalità e la tua professionalità… Ma ricorda che i ragazzi saranno lo specchio di ciò che trasmettono i tuoi occhi, perché lo sguardo umano non è mai neutro ma contiene esattamente la vita che vuole dare o togliere, così dal loro sguardo saprai sempre com’è il tuo. Desiderano ciò che tu desideri: essere riconosciuti, valorizzati, supportati. Non vedi, forse, la tua stessa carne? Perché non prendersene cura come vorresti si facesse con te? Proprio perché loro non sanno ancora farsi carico della vita, è a te, adulto, che chiedono di provarci, per poter scoprire che maturare è un’avventura e non una colpa da espiare. Essere adulti è questo: finita l’iniziazione alla vita, riuscire a portarne il peso, come un padre solleva suo figlio perché colga i frutti sui rami a cui neanche lui arriva. Se ti avvicini puoi scorgere sui loro volti i segni della solitudine e della paura: la spavalderia, le provocazioni, i silenzi, le maschere di questa età tradiscono il desiderio di avere un nome, di abitare la vita. Non sono forse i segni della tua stessa ricerca? Ma come far sì che la speranza sia sempre un passo avanti rispetto alla paura? Da dove attingere la pazienza e la generosità per farsi carico di queste vite? Un pensiero ti conforta: tu sai che sono la cultura e le buone relazioni le risposte a questa ferita, alla fragilità dell’io rispetto alla pienezza a cui aspira. La cultura generosamente condivisa nella relazione educativa, la trasmissione del vero, del bello, del buono, resistenti al tempo vorace, sono proprio ciò che consente di dare peso e senso alla vita, la risposta umana al nulla: «Ove tende questo vagar mio breve? E io che sono?», ti interrogano con le parole di Leopardi. Ti chiedono di «soffrire» per loro, e il verbo vuol dire sia «portare il peso» della vita sia «dare» la vita: concepirli e generarli. Non respingerli nel buio, lasciali venire alla luce, attraverso di te.
Ma c’è quella luce nei tuoi occhi? Come sarà la tua prima lezione? Come nelle sinfonie la prima lezione è la tonalità da cui dipende tutto l’anno: il tuo spartito svilupperà il tema giorno per giorno e loro sono gli strumenti, tutti necessari, dell’orchestra. Tu, maestro, sai che la musica non è tua, ti precede, ma sei tu a interpretarla, realizzarla, darle forma, insieme a loro. Senza loro agiti la bacchetta nel nulla. Avete bisogno l’uno degli altri, solo così l’armonia accadrà. Lo so: è faticoso, i colleghi sono a volte difficili, lo stipendio fa pena, le riunioni sono lunghe, le scartoffie troppe, i genitori ingombranti. Puoi voltarti dall’altra parte e dire che non sono affari tuoi. Invece lo sono. La tua eredità sono loro.
Ero a Genova quando è crollato il ponte. Il silenzio che ha avvolto la città era infranto solo da ambulanze ed elicotteri e, negli intervalli muti, si affollavano i «perché» con cui la mente cerca di strappare un senso alle catastrofi. Siamo arrivati tutti a una conclusione, purtroppo frequente nel nostro Paese: bisognava pensarci prima. Anche la scuola è un ponte che, ogni giorno, trasporta quasi 9 milioni di vite da un destino a una destinazione, dall’informe alla forma pienamente umana della vita. Proprio tu sei chiamata/o alla manutenzione ordinaria e straordinaria del ponte. Guardati entrare con la tua cassetta degli attrezzi: alla tua professionalità sono affidate le loro vite. Come avresti voluto ti si guardasse e che cosa avresti voluto sentire? Non certo quello che disse una volta una docente, fissando la nuova classe, il primo giorno del primo anno di superiori: «Siete troppi, vi ridurremo». Il tu viene alla luce solo se l’io dell’adulto lo concepisce e lo genera, e l’io non per questo si perde, anzi è rigenerato come accade ai tessuti di una madre in dolce attesa. Insegnare è una delle migliori cure contro l’invecchiamento che io conosca.
Durante l’estate ho passato dei giorni insieme a mia sorella che ha una bambina di pochi mesi. Era una gara a intuire di cosa avesse bisogno e, chi dei familiari entrava nel raggio di azione dello sguardo di Beatrice, era attratto dalla forza di gravità della «cura». L’empatia, l’intuire di che cosa la vita in formazione ha bisogno, è vitale per il bambino e per chi gli sta attorno: noi umani non ci prendiamo cura dei piccoli perché li amiamo, ma li amiamo perché ci prendiamo cura di loro. Curando, impariamo ad amare e conoscere, e così maturiamo anche noi. Bambini e adolescenti vengono alla luce se trovano educatori in grado di nutrire il loro bisogno di avere una forma: formarsi. E lo chiedono a chi è già «formato», ma se costui non se ne cura le vite crollano. Il docente, mediatore tra l’informe e le forme di vita che racconta, a partire dalla sua, è chiamato alla cura, per professione. Rifiuto la retorica che attribuisce al mio mestiere la parola «missione», perché ascrive l’empatia, strumento professionale necessario al riconoscimento della vita altrui come propria, all’ambito di supereroi e mistici. Empatia non è sostituirsi agli alunni, ma conoscerne e sostenerne battaglie, contraddizioni, domande, offrire risposte adeguate se le abbiamo, o una presenza adeguata se non le abbiamo. I ragazzi vogliono adulti veri: né amiconi nostalgici dell’adolescenza né aridi erogatori di nozioni. La cultura non è una sovrastruttura snob, ma il modo in cui la vita umana cerca il suo compimento. Non basta informare, occorre formare: aiutare la vita a compiersi e a dar frutto. Per farlo serve generosità, che ha la stessa radice di generare. La relazione educativa o è generativa (amplia il naturale desiderio di far esperienza della realtà) o è degenerativa (chiude il desiderio, annoia, spegne il coraggio e la curiosità). La generosità educativa è anch’essa professionalità e non volontariato. È generoso chi genera, cioè afferma la vita dell’altro come necessaria e si impegna, come può, al suo compimento, come i bastoncini con cui mia nonna sosteneva le piantine incerte, perché crescessero verso la luce, approfondendo così le loro buie radici. Non c’è compimento senza concepimento, non c’è generazione senza generosità. E una generazione non generata prima o poi crolla.
Qualche giorno fa mi ha scritto una ragazza che sarebbe precipitata nel baratro di una malattia se una professoressa non fosse stata «empatica» e «generosa», affrontandola a tu per tu alla fine di una lezione. Mi ha chiesto di dar voce alle sue parole: «Vorrei chiedere a tutti i professori di fermarsi, anche solo un attimo, di alzare lo sguardo dal registro e guardare negli occhi i ragazzi. Non limitatevi a segnare l’assenza, ma chiedetevi se veramente gli studenti sono lì, chiedete l

oro come stanno, dando peso alle risposte perché, spesso, noi ragazzi diciamo che va tutto bene, anche quando stiamo morendo dentro. Il vostro compito non è esclusivamente spiegare, interrogare e valutare. Voi siete in grado di vedere più lontano dei genitori: a scuola proprio perché ci si sente invisibili emergono le più piccole debolezze. Avete idea di quanti ragazzi nuotino controcorrente senza scoprire le proprie capacità? Quanti credono di essere inutili? Quanti concorrono per un voto come fossero oggetti? Mi capita di pensare a come sarebbe andata a finire se quel giorno la mia professoressa non mi avesse fermata e non mi avesse guardata negli occhi. Forse oggi non sarei qui». Di norma non si tratta di casi limite, ma di mostrare che ci si sente responsabili della loro vita, magari con un sincero e sorridente «come stai?»: portare il peso a volte è semplicemente «dare peso». Un adolescente si decide a maturare se sente che un adulto vuole farsi carico della sua vita, perché così scopre che è buona, e il suo coraggio si attiva vincendo la paura, perché vede un altro impegnato per lui. Ciò che ci aspettiamo da loro deve essere prima in noi: questo è educare, e l’istruzione ne è solo una conseguenza. A noi chiedono di impegnarci per un volto e, solo dopo, per un voto. Un anno scolastico in cui non cresco in amore e conoscenza della materia e dei ragazzi, per me è un anno perso.
Il letto da rifare oggi, il primo dell’anno scolastico, è la manutenzione delle anime. Come noi insegnanti ci aspettiamo che loro ascoltino noi, possiamo «ascoltare» i loro volti, perché ascoltare un adolescente è capire ciò che non dice. Come i ponti, anche le anime possono crollare per incuria. 
Guardati. Che cosa vedi? 
Guardali. Che cosa vedi? 
Buon anno a tutti.

venerdì 7 settembre 2018

Buon viaggio insieme!

L’anno scolastico è un viaggio, non è una corsa o una gara: è un tratto di strada che ognuno  percorrerà con i mezzi di cui dispone e con la propria andatura, e con la certezza che arriveremo tutti, insieme, al traguardo del prossimo giugno. 
Quando si concluderà questo cammino, che chiamiamo anno scolastico, ci sarà chi avrà ancora energie da spendere, ci sarà chi è affaticato, chi è deluso, chi è provato e chi soddisfatto, pronto a ripartire per nuove mete. Ora però prepariamoci a partire, tutti e insieme.
Bentornate e bentornati a tutti. 
E a chi arriva per la prima volta, buon inizio viaggio insieme.


Lunedi 10 settembre 2018

mercoledì 29 agosto 2018

MASSIMO RECALCATI: "Amare le differenze del figlio"

Massimo Recalcati parla dell’impostura dell’empatia: molto spesso empatizzare con i figli significa convincerli, imporre loro la nostra visione del mondo. A suo parere, “il dono più alto della genitorialità sta nel riconoscere la differenza del figlio, la sua incomprensibilità, il suo segreto”. Per fare questo bisogna avere fiducia nel desiderio del figlio, lasciare che questo si rafforzi. I legami che durano nel tempo si fondano sull’incomprensibilità: io amo mio figlio, non perché mi assomiglia, ma perché lo vedo diverso da me. La parola del padre un tempo chiudeva i discorsi, ora ha perso potere. Prima i figli avevano il dubbio se i genitori li amassero abbastanza, ora il paradigma si è rovesciato: sono i genitori a non sapere se i figli li amano abbastanza. È il figlio a dettare legge alla famiglia con il suo dammi. Esordio della tragedia di Edipo: l’oracolo dice a Laio che il figlio lo ucciderà ed è quello che succede a tutti. Se il padre non sa donare al figlio il proprio tramonto si va incontro al disastro. I padri devono fare spazio alla vita dei figli. La parabola del figliol prodigo ci mostra un padre che sa tramontare, che sa lasciare andare il figlio e sa farlo tornare. Il figlio giusto è quello che sa essere erede: l’eredità non è fedeltà al passato, ma fare esperienza del mondo, del viaggio, diventare un figlio nuovo, giustamente eretico.



Massimo Recalcati è nato a Milano (1959). È membro analista dell’Associazione lacaniana italiana di psicoanalisi. Dirige l’IRPA (Istituto di ricerca di psicoanalisi applicata) e nel 2003 ha fondato Jonas Onlus (Centro di clinica psicoanalitica per i nuovi sintomi). Scrive sul quotidiano “la Repubblica” e insegna all’Università di Pavia e di Verona. È autore di numerosi libri, tradotti in diverse lingue, tra cui Cosa resta del padre? (2011) e Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre (2013).Segreto del figlio (2017).

giovedì 23 agosto 2018

Educare ad un'umanità nuova significa fare memoria dei nostri passati. La relazione del Prof. Duccio Demetrio


Pubblichiamo qui un estratto dell'importante relazione tenuta dal Prof. Duccio Demetrio nel corso del convegno "Educare a una nuova Umanità, dialogo e confronto con le prospettive antropologiche della cultura contemporanea" Molfetta, 27 febbraio 2015.


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“Oggi ci sono culture contemporanee, mai una sola cultura. Ci sono le molte culture, ci sono i conflitti fra le diverse culture, culture all’interno del nostro mondo, culture che appartengono ai mondi più diversi, i conflitti stanno raggiungendo livelli assolutamente drammatici e di guardia e anche questo rapporto, quindi al plurale, con le culture, non può essere indifferente rispetto ai problemi, alle problematiche educative.

Qui in Puglia so che, anche tra i colleghi universitari della vostra Regione, c’è sempre stata una grande attenzione al discorso dell’incontro tra culture, tra lingue, tra diversità. E questo costituisce già un motivo, forse il primo che sto pronunciando, di grande comunanza, di grande interesse reciproco, per l’aiuto che possiamo fornire a chi è approdato sulle nostre terre e continua, angosciantemente, ad approdarvi.

Ma la nostra possibile interazione di idee, di pratiche, di gesti e di atti, si sperimenta anche qui ! Si sperimenta soprattutto qui, venendo incontro alle solitudini, alla perdita di identità, allo sradicamento, alla morte possibile. Ecco innanzitutto quindi il “plurale”.

Ed educare però anche ad una umanità nuova significa, a mio dire, domandarsi a quali umanità importanti, a quali umanesimi importanti, dobbiamo fare riferimento; non solo in una visione verso il futuro, verso il possibile ma in rapporto alle umanità che ci hanno anche preceduto, alle umanità che hanno lasciato messaggi e princìpi e valori che dobbiamo forse riprendere e riproporre senza timore del vecchio, talvolta anche dell’antico; e quindi guardare verso una umanità nuova significa non voler dimenticare. Recentemente ho letto, con grande interesse, un articolo di Jean-Louis Bruguès , apparso su “Vita e pensiero”, rivista dell’Università Cattolica, dal titolo “Il valore della memoria nel messaggio cristiano”.

Mi ha molto colpito.

Leggo soltanto un frammento per tentare di spiegare meglio cosa intendo per “cruciale relazione col passato e con la memoria”. Io so che per i credenti il rapporto con la memoria è un rapporto fondamentale, è un rapporto che mette in evidenza quel messaggio straordinario: agite in memoria di me! Cosa sostiene questo studioso? «È dunque evidente che l’atto del ricordare ricopre una doppia funzione. Da una parte permette di accedere all’identità, e in questo caso all’identità di Dio, ma il dato vale anche per gli essere umani. Se non conosco il mio interlocutore, gli domando di ricordarmi fatti passati, le circostanze dell’incontro precedente che mi permettano di collocarlo e identificarlo. D’altro canto l’atto del ricordare istituisce un patto di reciproca fiducia. È proprio perché Dio ha liberato il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto che il popolo può dar credito alle sue richieste, alle sue promesse. Ma questa osservazione ha valore anche per la vita sociale. È proprio perché conservo la memoria della benevolenza ricevuta da qualcuno che mi posso fidare di lui».

Ecco, oggi forse per molti la memoria è una moneta che non vale nulla, che si tratta di spendere subito, nel presente. Io credo che tra un pensiero laico e non credente consapevole ed un pensiero religioso, la memoria invece possa costituire uno dei momenti più alti, più importanti, non tanto di difesa del vecchio, di ciò che è inesorabilmente, anche per nostra fortuna, divenuto ormai obsolescente; ma c’è una memoria che fertilizza il presente, che fertilizza il nuovo. Ecco questo è un aspetto che voglio richiamare perché indubbiamente si ricollega al tema dell’educazione. Non possiamo pretendere di educare astenendoci dal riproporre ciò che è stata la storia; la storia non soltanto nella sua vastità e complessità, ma la storia individuale, la storia personale. Oggi il grande interesse che va suscitando un argomento del quale mi occupo da una decina di anni, che è l’argomento della soggettività autobiografica, rappresenta, dicevo, un interesse anche tra i più giovani, a mio parere molto incoraggiante. Perché scrittura autobiografica non significa soltanto abbandono al proprio narcisismo, al proprio edonismo.

Scrittura autobiografica vuol dire avere il coraggio di guardare qual’è stata la propria storia, quali memorie portiamo dentro di noi e che cosa è bene ed è necessario non obliare, non dimenticare, per diventare quindi di nuovo protagonisti di una propria soggettività che può essere stata ferita e offesa”

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Duccio Demetrio insegna Filosofia dell'educazione all'Università degli Studi di Milano Bicocca. Direttore della rivista Adultità, è fondatore della LIbera Università dell'Autobiografia di Anghiari e della Società di Pedagogia e didattica della scrittura. Ha pubblicato, fra l'altro, Raccontarsi (1996), Elogio dell'immaturità (1998), Autoanalisi per non pazienti (2003), Filosofia del camminare (2005), La vita schiva (2007).

sabato 4 agosto 2018

Cinque domande a Daniela Lucangeli per capire cosa sono le emozioni e come influiscono sull’apprendimento

Qual'è l’insegnante che ottiene migliore apprendimento dai suoi allievi? Quello che trasmette maggior allegria. Le emozioni, infatti, hanno un ruolo molto importante nella qualità dell’apprendimento degli alunni. Questo principio, noto agli insegnanti da secoli di osservazione, è oggi suffragato dalle scoperte delle neuroscienze, che non molto tempo fa hanno dimostrato l’esistenza di una connessione neurale tra sistemi emotivi e sistemi cognitivi.

«Dobbiamo andare verso un “apprendimento caldo”. Se si vuole che i bambini imparino ottenendo il meglio da sé,  è importante ritornare a insegnare con il sorriso», dichiara Daniela Lucangeli, docente di Psicologia dello sviluppo presso l'Università degli Studi di Padova ed esperta di psicologia dell'apprendimento. «Le emozioni accompagnano ogni esperienza di apprendimento. Ed è a scuola che si vivono le esperienze più importanti della crescita e con le figure più significative: gli insegnati e i compagni. Se noi impariamo con paura, anziché con serenità, tutte le volte che riprendiamo dalla nostra memoria quello che abbiamo appreso riportiamo anche le emozioni con cui abbiamo appreso, e quindi la paura. Dobbiamo spingerci verso un’alleanza educativa in cui l’insegnante non è un giudice, ma una persona alleata anche nell’errore».

Come più volte sottolineato dalla Professoressa Lucangeli nei suoi interventi e pubblicazioni, l’intelligenza funziona al meglio quando si è felici. L’insegnante ha un compito non facile in questo senso: non deve far ridere, ma essere mediatore di benessere nell’apprendimento di cose complesse. Deve cercare di esprimere emozioni calde, le cosiddette “warm cognitions”. Approfondiamo questi temi proprio con la Professoressa Daniela Lucangeli, d
ocente di Psicologia dello sviluppo presso l'Università degli Studi di Padova, per capire cosa sono le emozioni e come influiscono sull’apprendimento



Come si possono descrivere le emozioni?
Sono stati mentali e fisiologici che agiscono e condizionano le persone. Sono associati a modificazioni psicofisiologiche per stimoli interni - battito cardiaco, salivazione, temperatura, rossore - ed esterni - pensieri, rumori o altro che generano paura o ansia e possono venire perché́ sono caratteristiche dell’indole delle persone ma possono anche essere state apprese. Quindi fanno parte della memoria, come la lingua che si parla, come gli studi che si fanno a scuola. Il dolore ad esempio nasce per avvertirci di un fattore di rischio, la sofferenza è invece la memoria del dolore sia a livello psichico che cellulare.

Ma queste emozioni come possono bloccarci?
Succede che, a un certo punto, anziché funzionare da circuito di aiuto, le emozioni vanno in cortocircuito disfunzionale. Cioè diventano elementi che non ci consentono di funzionare bene. Avviene quello che noi chiamiamo il cortocircuito emozionale: le emozioni generano una sofferenza tale per cui si entra in un rischio e ci si blocca. Così molti dei disturbi del comportamento e dell’umore nascono da emozioni che generano forte sofferenza non identificata bene dal contesto educativo.

Quali sono le emozioni peggiori?
A livello cognitivo la noia. A livello emotivo la colpa e la paura. Parto dalla più facile: la paura. Io provo paura quando il mio cervello percepisce un rischio. Se la paura è tremenda, la colpa ancor di più. Il meccanismo di colpa nasce perché chi giudica attribuisce a chi è giudicato l’unica responsabilità dell’errore. Educare attraverso l’emozione della colpa è molto rischioso perché manda sempre in cortocircuito e se io ricevo un atteggiamento in cui è sempre colpa mia, crescendo farò in modo che sia sempre colpa tua.

E quindi gli educatori cosa devono fare?
Una via di uscita ce la indica Malka Margalit dell’Accademia delle Scienze che ha trovato delle emozioni antagoniste: alla noia la gioia, l’allegria, il provare che piace fare una cosa. Alla paura si contrappone l’incoraggiamento. Cioè un atteggiamento che riconosce l’errore, ma propone una via d’uscita e ti incoraggia a uscire dall’errore e ad analizzare la situazione. Gli educatori, per aiutare i loro ragazzi, devono lavorare sulla sofferenza, perché alla memoria del dolore bisogna rispondere cambiando l’atteggiamento che lo ha determinato. Dobbiamo applicare quella che è l’alleanza educativa. Dobbiamo aiutare i nostri figli/alunni a togliere gli errori, a non giudicarli, a non determinare loro sofferenze e trovare insieme una strategia migliore per aiutarli. L’errore non è un giudizio, è una fatica che si toglie insieme a chi è lì per aiutarti: sappiamo tutti che il nemico è l’errore, non la maestra, non i genitori.

Riassumendo: se gli educatori e i genitori riuscissero a essere abbastanza allegri, gioiosi, sorridenti e incoraggianti determinerebbero una “guarigione”. Ma come si fa?
L’atteggiamento è di riconoscere nell’altro la sacralità̀ del suo mondo, così per un bambino: la sua personalità̀ va conosciuta, modificata, non sostituita. Va poi riacquistato il principio del diritto di sbagliare, che non è solo dei nostri figli, ma anche nostro. Imparare a chiedere scusa, un modo per aiutare a liberare dal senso di colpa, e a discernere nel modo giusto. Allearsi – genitori/figli e insegnati/allievi contro l’errore. Promuovere un ottimismo prospettico: noi siamo stati educati all’idea che è difficile modificare le cose che non vanno. Per modificare l’atteggiamento emotivo, non si può far a meno di reimparare le emozioni warm, calde, perché sono le chiavi di accesso all’anima, alla persona viva e profonda.


sabato 28 luglio 2018

Parlare con i figli della sessualità umana. Dalla serie "Working on Trust"

Come parlare ai figli della sessualità? Una proposta e un video estratti dalla serie «Working on Trust» (Coltivare la fiducia) (all'interno del sito Opus Dei - it) che si propone di aiutare i genitori nell’educazione dei figli.
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Parlare con i vostri figli della sessualità umana. Nella cultura di oggi i bambini hanno accesso fin da molto presto a ogni tipo di contenuti attraverso i cellulari e internet. Interagiscono sempre più con altri bambini i cui valori e la cui educazione possono essere diversi dai loro, e che possono dar loro una concezione della sessualità differente da quella che voi vorreste dare ai vostri figli.
In questa situazione, è necessario che i genitori aiutino i figli in modo che imparino a prendere le decisioni corrette. Ma perché possano scegliere correttamente occorre aiutarli a essere bene informati e a essere capaci di distinguere ciò che è meglio per il loro corpo e per la loro anima da ciò che li può danneggiare.
Non esiste una ricetta sul miglior modo di parlare con i figli intorno alla sessualità. Si tratta, piuttosto, di creare un clima di fiducia e di naturalezza con loro, sapendo adeguarsi alla loro età e a ciò che sono in grado di capire, utilizzando la relazione personale con ogni figlio.
Proponiamo una serie di domande che ti possono aiutare a trarre altri vantaggi da questo video, quando lo vedrai con i tuoi amici, a scuola o in parrocchia.

Domande per il dialogo:
― può succedere che qualche volta sia troppo presto per cominciare a parlare con i figli intorno alla sessualità umana? Qual è l’età migliore per cominciare?
― in che modo i genitori possono rendere più agevole ai figli parlare di questo tema? C’è qualche sistema che aiuta a iniziare queste conversazioni?
― le madri dovrebbero parlare con le bambine e i padri con i bambini, o entrambi i genitori dovrebbero cercare di farlo con i figli di ambo i sessi? In che modo i genitori possono sapere qual è l’età più adatta per affrontare questi argomenti?
― vista la gran varietà di comportamenti sessuali che i bambini possono vedere, qual è il modo migliore per insegnare loro la morale cristiana? In che modo i genitori possono aiutare i giovani e gli adolescenti a frequentare senza danno certi ambienti che ammettono una serie di pratiche sessuali contrarie alla vita cristiana?

Proposte di comportamento:
― assicuratevi che tu e tuo marito/moglie abbiate un’idea simile su quando e come parlare di questi argomenti con i vostri figli. Pensate se conviene adottare una strategia avendo in mente certi obiettivi. Parlate di questi argomenti tra voi con regolarità.
― scegliete alcuni film, programmi televisivi e/o documentari adatti all’età dei vostri figli, per vederli con loro e parlare con naturalezza di questi argomenti.
- pregate ogni giorno per i vostri figli e per la loro purezza. Insegnate loro a recitare tre avemaria ogni sera prima di andare a dormire, chiedendo alla Madonna di conservare i loro corpi e le loro anime pure per Dio. Ricordate loro spesso che sono figli di Dio e che lo Spirito Santo vive in essi quando sono in grazia.
― provate a parlare maggiormente con loro della bellezza dell’amore umano e fate in modo che questo sia il contesto quando si discute della sessualità umana. Per un cristiano le relazioni sessuali sono sempre una espressione di amore coniugale impegnato, aperto alla vita umana.
― incoraggiate i bambini quando cercano di vivere con stile, eleganza e modestia. Appoggiate questi sforzi andando a fare acquisti con loro e cercando di coltivare un proprio stile personale, elegante e alla moda.

mercoledì 11 luglio 2018

C.S.LEWIS: i quattro amori, costruirne uno sull'altro


Ogni amore ha una forma. Ognuno si eleva sulla base di un amore più basico. La forma di uno sarà il fondamento del successivo, e così via. L'amore nella sua forma è analogo al modo in cui le parole si imbastiscono le une con le altre fino a formare le frasi di un libro.

E se si parla di libro, ad esempio ne "I quattro amori” di C.S. Lewis la parola “amore” appare addirittura 1.001 volte. Il vocabolo “affetto” appare in 242 occasioni, e “amicizia” o “amico” in 466. Questo saggio, quindi, rende onore all'onestà del suo autore che è appunto C.S. Lewis:battezzato nella Chiesa d'Inghilterra, C. S. Lewis si è poi convertito al cristianesimo.
Il testo "I quattro amori" è molto importante per dare un ordine al senso dell'Amore che evolve nel corso della vita e che si basa sulla buona costruzione dello stadio precedente.
 
Il primo stadio è Affetto
È principalmente l'amore dei genitori per la prole. Lo abbiamo in comune con gli animali, il che di per sé non implica nulla né di buono né di cattivo, tenendo conto ovviamente della distanza. È lì che ci sono calore e profumo di vita nuova. Così la madre che si prende cura del neonato, ma anche la cagna o la gatta che cura i propri piccoli.
Lewis si sofferma sull'amore delle madri, che segue un determinato principio. È un amore che dà, che ha bisogno di dare. Non si esaurisce in questo dare, ma ha bisogno di essere necessario. E quando si smette di averne bisogno, il pianeta è pieno di madri che dicono che i loro figli non vanno a trovarle o che non le chiamano… E questo perché è il più espansivo degli amori.
Ed è il più espansivo perché è il più comune. Per questo si estende al di là delle relazioni materno-filiali, e ci avvicina a moltissime persone. È il paradigma dell'amore che rende compagni.
Gli altri amori, invece, sono più selettivi.


Dall'affetto si passa poi a Amicizia
È quello che sorge tra i compagni. Nasce tra persone che svolgono la stessa attività, ad esempio tra quanti svolgono la stessa professione o quelli che hanno un passatempo in comune. Ma non tutti saranno amici, grazie a Dio! Lo saranno solo, tra i compagni, quelli che condividono una visione comune o quando in quel gruppo una persona scopre l'altra.
Anche se è un amore selettivo, non siamo noi a scegliere i nostri amici. È la Provvidenza che lo ha fatto fin dall'inizio dei tempi. Per questo l'amicizia è uno strumento mediante il quale Dio rivela a ciascuno, come in una festa, le bellezze di tutti gli altri. Nella festa è Lui che ha preparato la tavola. Poi ha scelto gli invitati. Ed è lui, alla fine, a cui dobbiamo sempre permettere di presiedere.
Da questa festa così spirituale e disinteressata, che per i greci era la più simile a quella divina, passaremo a un'altra più corporea e sessualmente definita.

Lo stadio successivo è poi Eros
È l'amore tra l'uomo e la donna, concretamente la classe in cui si trovano coloro dei quali si dice comunemente che sono innamorati.
In questo amore in particolare troviamo i passi più opachi di Lewis. Abbiamo visto che quando è morta la moglie ha sperimentato un lungo processo di perdita. Ciò è dovuto al fatto che pensava che non l'avrebbe rivista mai più.
E non l'avrebbe rivista di nuovo per il proprio convincimento nel sistema proposto ne “I quattro amori”. In questa scala, l'amore Carità fa sì che tutti gli amori inferiori si estinguano. Ciò include l'amore matrimoniale o eros.
Per questo, qualsiasi congedo è sempre definitivo. Da ciò dipende quanto sia doloroso il lutto per sua moglie, e questo è anche il motivo per il quale vede un certo elemento tragico, di destino, nello sviluppo degli amori inferiori.
Per Lewis, quindi, l'eros è una tragedia, e lo è nel senso che si dirige verso un destino inevitabile: o diventa demonio, nel qual caso gli innamorati si aggrediscono fino a distruggersi, o si dirige a Dio, e allora l'eros è assorbito da un Amore superiore.

E per ffinire si arriva a Carità
È la sostanza stessa di Dio. Le Scritture dicono che “Dio è Amore”. È l'unico per il quale possiamo dire senza perdere la faccia che questo Amore basta.
In tal senso, Sant'Agostino ha scritto: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. Per questo, tra tutti è l'Amore sufficiente.
Ed essendo sufficiente va a riscattare gli altri amori quando falliscono, soprattutto nel caso dell'eros, li assorbe e li ordina, facendoli durare.
Dobbiamo precisare cosa intende Lewis per Carità: per lui si tratta di un concetto assai sostanziale. Le sue caratteristiche non sono quello che intendiamo per pregare, stare alla sua presenza o amarlo. Per Lewis la Carità è essere nella pienezza di comunione con la sostanza divina. È stare in Cielo. I suoi anticipi sono alcune trance mistiche. Per questo si tratta di un amore molto raro.
È così raro che non sappiamo se lo abbiamo gustato nella nostra vita. Finché c'è tempo, quindi, il nostro compito sarà quello di renderci consapevoli della sua assenza. Questo implica un difetto e un vantaggio: essendo consapevoli di qualcosa, ad esempio quando ricordiamo un sogno, ci rendiamo conto del fatto che eravamo un po' svegli.