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testo

“Noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera,

lasciata all’iniziativa privata e ai comuni.

La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola

è indipendente dal controllo dello Stato”

Antonio Gramsci, Grido del Popolo, 1918

giovedì 12 gennaio 2017

Siamo genitori esemplari, allora perché i figli non ci danno retta?


Nel rapporto genitore-figlio non importa se si è una donna delle pulizie, se si ha un dottorato o il numero di zeri presenti nel conto.

Prima non c’era bisogno di manuali su come essere genitori, lo si era semplicemente…

Adan, sei anni, soffre di attacchi di isteria ed è aggressivo con i suoi genitori. Quando torna a casa, si siede davanti alla TV e “scompare”. I giochi proposti da sua madre vengono ignorati con un “Che noia, non mi interessa”.
Maria, undici anni, come regalo di compleanno ha ricevuto un tablet e uno smartphone. Adesso è questa la sua attività principale: Snapchat, Messenger, YouTube… in poche parole il centro operativo del mondo adolescenziale. Di conseguenza, è in contatto permanente con gli amici ed è in grado di informarsi su qualsiasi argomento.
“Hai messo in ordine la tua camera? Hai fatto i compiti e preparato le cose per domani?”, chiede di nuovo il padre, irritato. “Come no?”
“Non vedi che sto facendo qualcos’altro?”
“Non ho intenzione di discutere con te! In camera, ora!”, urla il padre.
“Ah! Tu non capisci niente!”, dice l’adolescente con rabbia sbattendo la porta.
Sbaglia il padre o il figlio? Conosciamo molto bene questo tipo di scenario, non serve andare troppo lontano. Probabilmente avete anche voi degli amici con bambini che esplodono di rabbia come vulcani attivi, che si ritirano dalla vita sociale, si chiudono in se stessi, consumano sostanze psicoattive, sono violenti o sotto trattamento per depressione, nevrosi e ansia.
Bambini che sembrano non avere uno scopo nella vita, le cui guide sono le star di YouTube e gli amici di scuola, invece dei loro genitori. Genitori realmente coinvolti, responsabili e premurosi.
Quanto più vogliamo abbattere il muro che si frappone tra noi e i nostri figli, tanto più iniziamo a supplicare, chiedere favori, trattare, ricattare, premiare o punire.
Imponiamo la nostra disciplina in modo autoritario, cercando colpe nella scuola, nei giochi o nella televisione, finendo col sentirci semplicemente inutili.
Il ruolo di genitore inizia ad essere un peso, perché non siamo più sicuri che i nostri figli abbiano fatto proprio il sistema di valori e principi che vogliamo trasmettere loro.
È un paradosso del nostro tempo, perché abbiamo accesso a una quantità enorme di informazioni sullo sviluppo e sui metodi educativi. Abbiamo un milione di guide e corsi, in teoria dovremmo essere genitori esemplari.
Troppo spesso, tuttavia, ci sentiamo inutili. I bambini non obbediscono, o sono semplicemente indifferenti. Perché – nonostante siamo tutto l’amore che offriamo – essere genitori non ci riesce bene?

Il contatto e vicinanza
Questa domanda è stata posta dallo psicologo Gordon Neufeld nel libro “La unión”, un bestseller che considero un manuale imperdibile per qualsiasi genitore.
Secondo Neufeld, la chiave per capire le origini della crisi della paternità è il contesto. Questo è quanto richiede l’educazione produttiva. Perché l’educazione automatica – risultante dal semplice fatto di essere adulti e decidere motivati dall’amore – per quanto possiamo ritenere che sia il meglio per i nostri figli, non funziona.
Solo quando il bambino si fida di noi – noi che vogliamo essere un faro per lui, un posto sicuro nel mondo – ci saranno i risultati attesi.
Ma “affinché il bambino sia disponibile ad essere educato da un adulto, è necessario che ci sia un legame con quell’adulto, che ci sia il desiderio di stargli vicino (…). Il segreto non sta tanto in ciò che si fa, ma piuttosto nel modo in cui si è come genitori”.
Nel rapporto genitore-figlio, per un bambino, non importa se si è una donna delle pulizie, se si ha un dottorato, se si è famosi, disabili, o il numero di zeri presenti nel conto. Nessuna di queste cose può annullare o garantire il successo dell’essere genitori.
Nel nostro mondo ci sono milioni di persone più o meno adatte a dare consigli su scienza, lavoro o sport. Ma sarà a te che il bambino chiederà supporto e suggerimenti. Perché sarai tu – e nessun altro – il miglior maestro, l’ispirazione, la guida, il rifugio, il modello da seguire e l’amico… se prima ti sei preoccupato di consolidare il vostro rapporto, cioè, di creare un legame forte. È questa l’unica condizione che è necessario soddisfare.

Articolo originale su Aleteia.org 
(Traduzione dallo spagnolo a cura di Valerio Evangelista)

domenica 8 gennaio 2017

L’effetto Pigmalione a scuola

Estratto da articolo originale su www.youreduaction.it

Il fenomeno dell’effetto Pigmalione è conosciuto anche con il nome di “profezia che si autoavvera” o “effetto Rosenthal“, (dal nome dello psicologo tedesco che per primo studiò e teorizzò questo fenomeno, insieme a Leonora Jacobson).

Il personaggio di Pigmalione possiamo ritrovarlo in un brano della mitologia greca di Ovidio: la storia narra che Pigmalione, scultore e re di Cipro, realizzò una statua di avorio così bella da innamorarsene.

Chiese quindi alla dea Afrodite di trasformare la statua in una creatura umana in modo da poterla sposare (Rosenthal per la definizione di questo fenomeno si riferì non al mito greco ma alla celebre e omonima opera teatrale di George Bernard Shaw del 1912).

Vediamo quindi concretamente come si configura questo fenomeno psicologico: si tratta di una forma di suggestione per cui le persone tendono ad adeguarsi e a conformare i loro comportamenti all’immagine che altri individui hanno di loro. Questo succede sia che essa sia un’immagine positiva sia che sia negativa.

A titolo esemplificativo cito l’esperimento condotto dallo stesso Rosenthal e dalla sua equipe. Somministrarono ad alcuni bambini, facenti parte di una scuola elementare californiana, un test d’intelligenza. Successivamente al test vennero selezionati, casualmente, alcuni bambini e ai loro insegnanti fu fatto credere che fossero dotati di un’intelligenza sopra la media.

L’anno seguente Rosenthal si recò nuovamente presso la scuola elementare e constatò che il rendimento dei bambini selezionati era molto migliorato rispetto a quello dei coetanei. Questo grazie all’influenza benefica che i docenti avevano avuto verso quei particolari allievi, stimolandone la passione verso lo studio, in modo inconscio.

L’ effetto Pigmalione ovviamente può attivarsi non solo nell’ambito scolastico ma in tutti quei rapporti di tipo sociale: come tra datore di lavoro e dipendente, in ambito familiare tra genitori e figli o in ambito medico (il cosiddetto “effetto placebo”).

Se gli insegnanti credono che un bambino sia meno dotato rispetto agli altri, lo tratteranno, anche inconsciamente, in modo diverso rispetto al gruppo classe; il bambino interiorizzerà il giudizio ricevuto e si comporterà di conseguenza. Viene a instaurarsi così un circolo vizioso per cui il bambino si conformerà all’idea di sè che gli viene rimandata e tenderà a divenire esattamente come l’insegnante lo aveva immaginato ed “etichettato”.

Quando succede questo?

Ad esempio quando un alunno viene sorpreso a copiare durante una verifica, magari più di una volta.

In occasione di una futura verifica, anche se avrà studiato seriamente, il suo voto positivo non sarà valutato in modo giusto ma il pensiero sarà “ha copiato anche questa volta, solo che non me ne sono accorto. Non ha studiato, copia sempre” e il ragazzo si vedrà penalizzato nella votazione.

Un altro caso tipico è un ragazzo che non è particolarmente portato per una determinata materia e prende sempre voti bassi. Accade però che un argomento specifico, in una occasione, riesca a comprenderlo senza difficoltà e quindi ad ottenere una votazione almeno sufficiente.

In questo caso il pensiero ricorrente sarà simile a questo “impossibile ci sia riuscito da solo, non è portato, non capisce la materia, deve aver copiato per forza“, senza immaginare che ci possono essere mille motivi per cui una persona possa capire più o meno facilmente alcuni concetti rispetto ad altri.

Non vi è mai capitato direttamente o indirettamente di sentire frasi come “non ci riuscirà mai anche se si impegna, impossibile che sia opera sua, questo è troppo per lui?”. Questi concetti equivalgono a delle gabbie mentali che non ci lasciano liberi di valutare le circostanze in modo imparziale e giusto.

Facendo parte di un contesto sociale che valuta solo il suo rendimento, per di più se in maniera negativa, il bambino, in maniera inconscia, omologa i suoi comportamenti all’etichetta che gli è stata data. Pertanto quando il suo lavoro si rivelerà positivo troverà egli stesso delle motivazioni per svalutarlo, in modo da potersi conformare all’idea che ha acquisito di sé.

Non si fatica a comprendere quanto questo fenomeno possa rivelarsi pericoloso quando si connota in maniera negativa, andando a incidere profondamente sia sui rendimenti scolastici sia sull’autostima.

Effetti che dal bambino si ripercuotono su tutto il nucleo familiare nel complesso.

lunedì 2 gennaio 2017

Perché non dovete aiutare i vostri figli a fare i compiti a casa: lo dice la scienza

Aiutare i figli a fare i compiti o correggerli è controproducente, lo sostengono i pedagogisti da tempo e adesso lo conferma uno studio americano.


Trascorrere le serate a finire, completare, correggere i compiti dei figli è controproducente sotto vari punti di vista. Lo sostengono i pedagogisti da tempo e adesso lo conferma anche uno studio americano, da poco pubblicato, secondo cui l’intervento dei genitori nelle attività scolastiche è nella maggior parte dei casi semplicemente inutile, in altri addirittura dannoso.
Gli studiosi hanno analizzato diversi casi in cui i genitori si inseriscono nel percorso scolastico dei figli (non solo i compiti per casa, ma la scelta del liceo, le attività extra scolastiche, i rapporti con i professori e con gli amici) e i risultati delle loro ricerche confermano che i genitori più interventisti non hanno accresciuto il successo accademico dei figli, anzi in diversi casi lo hanno involontariamente ostacolato.
Sulla rivista pediatrica UPPA , il pedagogista Daniele Novara scrive: “I nostri figli hanno i compiti da fare, e, punto molto importante, li devono fare loro… Se un senso i compiti ce l’hanno è quello di aiutare a consolidare degli apprendimenti, stimolare autodisciplina e responsabilizzazione, e l’intervento continuo dei genitori da questo punto di vista ha molteplici svantaggi”.
L’esperto sottolinea che intervenendo non solo si impedisce ai bimbi innanzitutto di trarre beneficio dagli esercizi, quindi di imparare quello che il programma scolastico propone, ma si limita anche la loro possibilità di mettersi alla prova, di imparare dagli errori, di sviluppare la capacità di impegnarsi, di accettare la fatica.
Se il dubbio di un genitore è che la mole di lavoro sia troppa (anche se non è  facile capire quale sia il ‘giusto’) ne deve parlare con l’insegnante, non assolvere i doveri del figlio o esplicitare riserve sui compiti per casa davanti a lui. “È importante accettare la realtà dei compiti e la necessità dell’impegno personale che richiedono. Certo, si fa fatica!”, continua il pedagogista affermando che nella nostra società, tutta immagini e velocità, approcciarsi ai libri, alle richieste di impegno, allo studio, appare difficile ad un ragazzo che è immerso nella cultura del web , del tablet, dello smartphone che dà sempre la risposta giusta alla velocità della luce.
E’ proprio il compito dei genitori “legittimare l’importanza dell’impegno”. Monitorare va bene, aiutare un po’ meno se significa ‘risolvere’ i quesiti: se ci si accorge che il bimbo non capisce qualcosa, lo si deve invitare a rivedere la regola o la lezione, non suggerirgli la risposta esatta. Nemmeno la correzione a fine compiti è particolarmente utile: è la maestra, nel contesto scolastico, che troverà gli errori, li correggerà, e provvederà, se necessario, a rispiegare quello che non è stato compreso. La funzione dei compiti non è solo consolidare l’apprendimento ma anche favorire la capacità di impegnarsi del bambino.
L’aiuto che può dare la mamma è utile se ‘organizzativo’, nel decidere un orario da rispettare, assicurarsi che il bimbo abbia dormito abbastanza, che goda di un ambiente tranquillo, ben illuminato e privo di distrazioni (cellulare, tv e dispositivi vari), nel fargli fare pause rilassanti, nell’invitare qualche volta gli amici a studiare insieme perché anche fare i compiti abbia un risvolto divertente (“Le ultime scoperte neuroscientifiche, in particolare lo studio sui neuroni specchio, hanno messo in evidenza il ruolo fondamentale dell’attivazione reciproca e dell’imitazione nel favorire e stimolare i processi di apprendimento” scrive Novara). E soprattutto senza criticare, correggere ma premiando i successi e gratificando l’impegno.



Articolo originale leggibile su :  dilei.it

sabato 17 dicembre 2016

I nostri Auguri








(Dal discorso di Papa Francesco durante la visita al centro di rieducazione di Santa Cruz - Palmasola, visita in Bolivia e America latina, 5-13 luglio 2015)

(....) Chi c’è davanti a voi? Potreste domandarvi. Vorrei rispondere alla domanda con una certezza della mia vita, con una certezza che mi ha segnato per sempre. Quello che sta davanti a voi è un uomo perdonato. Un uomo che è stato ed è salvato dai suoi molti peccati. Ed è così che mi presento. Non ho molto da darvi o offrirvi, ma quello che ho e quello che amo, sì, voglio darvelo, voglio condividerlo: è Gesù, Gesù Cristo, la misericordia del Padre.
Egli è venuto a mostrarci, a rendere visibile l’amore che Dio ha per noi. Per te, per te, per te, per me. Un amore attivo, reale. Un amore che ha preso sul serio la realtà dei suoi. Un amore che guarisce, perdona, rialza, cura. Un amore che si avvicina e restituisce dignità. Una dignità che possiamo perdere in molti modi e forme. Ma Gesù è un ostinato in questo: ha dato la vita per questo, per restituirci l’identità perduta. Per rivestirci con tutta la sua forza di dignità.
Mi viene alla memoria un’esperienza che può aiutarci: Pietro e Paolo, discepoli di Gesù, sono stati anche prigionieri. Sono stati anche privati della libertà. In quella circostanza, c’è stato qualcosa che li ha sostenuti, qualcosa che non li ha lasciati cadere nella disperazione, non li ha lasciati cadere nell’oscurità che può scaturire dal non senso. E’ stata la preghiera. E’ stato pregare. Preghiera personale e comunitaria. Loro hanno pregato e per loro pregavano. Due movimenti, due azioni che insieme formano una rete che sostiene la vita e la speranza. Ci preserva dalla disperazione e ci stimola a continuare a camminare. Una rete che sostiene la vita, la vostra e quella dei vostri famigliari. Tu parlavi di tua madre [si riferisce a una testimonianza]. La preghiera delle madri, la preghiera delle mogli, la preghiera dei figli, e la vostra: questo è una rete, che porta avanti la vita.
Perché quando Gesù entra nella vita, uno non resta imprigionato nel suo passato, ma inizia a guardare il presente in un altro modo, con un’altra speranza. Uno inizia a guardare se stesso, la propria realtà con occhi diversi. Non resta ancorato in quello che è successo, ma è in grado di piangere e lì trovare la forza di ricominciare. E se in qualche momento ci sentiamo tristi, stiamo male, abbattuti, vi invito a guardare il volto di Gesù crocifisso. Nel suo sguardo tutti possiamo trovare posto. Tutti possiamo affidare a Lui le nostre ferite, i nostri dolori, anche i nostri errori, i nostri peccati, tante cose in cui noi possiamo aver sbagliato. Nelle piaghe di Gesù, trovano posto le nostre piaghe. Perché tutti siamo piagati, in un nodo o nell’altro. E portare le nostre piaghe alle piaghe di Gesù, perché? Per essere curate, lavate, trasformate, risuscitate. Egli è morto per voi, per me, per darci la mano e sollevarci. Parlate, parlate con i sacerdoti che vengono, parlate... Parlate con i fratelli e le sorelle che vengono, parlate. Parlate con tutti quelli che vengono a parlarvi di Gesù. Gesù vuole risollevarci sempre. (.....)
E questa certezza ci spinge a lavorare per la nostra dignità. La reclusione non è lo stesso di esclusione – che sia chiaro – perché la reclusione è parte di un processo di reinserimento nella società. Sono molti gli elementi che giocano contro di voi in questo posto – lo so bene, e tu ne hai menzionati alcuni con molta chiarezza [si riferisce a una testimonianza]-: il sovraffollamento, la lentezza della giustizia, la mancanza di terapie occupazionali e di politiche riabilitative, la violenza, la mancanza di facilitazioni per gli studi universitari… E ciò rende necessaria una rapida ed efficace alleanza fra le istituzioni per trovare risposte.

martedì 6 dicembre 2016

Educare: l’esempio del Maestro Socrate


Un'insegnante dovrebbe essere come un istruttore di Educazione fisica: deve dare la dimostrazione pratica degli esercizi che gli alunni dovranno eseguire. Quindi deve dedicarsi con amore e devozione alla sua attività ed essere per i suoi studenti un vero esempio. Allora le lezioni resteranno impresse nel cuore degli allievi. La sincerità e la devozione non devono venir meno negli insegnanti.

La storia ci ha consegnato il modello dell’insegnante ideale nella figura del grande Socrate (469-399 a.C.). Egli fu nella polis ateniese la spina nel fianco di un sistema oligarchico, che temeva la Verità che il filosofo sosteneva e insegnava ai suoi allievi.

Il suo insegnamento si allontanava nella sostanza e nella forma da quello degli altri maestri del suo tempo. Nella sostanza, poiché era convinto che l’uomo con una sincera e continua ricerca potesse arrivare alla Verità, che comunque esiste nella sua assolutezza al di là dei risultati a cui si può giungere nella vita; nella forma, poiché il suo metodo non era il discorso bello e ricco di sottili argomentazioni, ma il dialogo proteso al Vero.

Con il relativismo e lo scetticismo divulgati con seducenti sermoni, anche i valori morali perdevano ogni fondamento. Ciascuno poteva essere arbitro della parola come dell’azione, rigettando sia il rigore della verità, sia la giusta norma del comportamento. Verità e Bene sono inscindibili e i giovani venivano guidati su questa via col disappunto sia dei Sofisti che dei politici.

Le accuse rivolte a Socrate di empietà e corruzione dei giovani dovevano nascondere la reale motivazione delle ostilità, che il filosofo con il suo insegnamento si era attirate. Proclamare il vero e praticare la giusta condotta, al di là degli interessi di parte, fu la causa della sua condanna a morte accettata con suprema equanimità, per non venir meno ai principi seguiti e indicati ai suoi allievi: rispettare le Leggi anche quando le sentenze sono ingiuste.

Questo il suo testamento morale e spirituale: l’amore per il Dharma (Rettitudine). Nel Museo delle Religioni a Prashanti Nilayam, Puttaparthi (India) egli figura insieme ad altri illustri maestri dell’antichità come Pitagora, Platone, Aristotele: glorie del Pensiero umano ispirato dalla Spiritualità






Estratto da articolo : Educare: l'esempio del maestro Socrate

martedì 22 novembre 2016

"L'arte di essere fragili" il nuovo libro di Alessandro D'Avenia

E' da qualche giorno in libreria il nuovo libro di Alessandro D'Avenia "L'arte di essere fragili " (ed. Mondadori).

“Esiste un metodo per la felicità duratura? Si può imparare il faticoso mestiere di vivere giorno per giorno in modo da farne addirittura un’arte della gioia quotidiana?” Sono domande comuni, ognuno se le sarà poste decine di volte, senza trovare risposte. Eppure la soluzione può raggiungerci, improvvisa, grazie a qualcosa che ci accade, grazie a qualcuno. In queste pagine Alessandro D’Avenia racconta il suo metodo per la felicità e l’incontro decisivo che glielo ha rivelato: quello con Giacomo Leopardi. Leopardi è spesso frettolosamente liquidato come pessimista e sfortunato. Fu invece un giovane uomo affamato di vita e di infinito, capace di restare fedele alla propria vocazione poetica e di lottare per affermarla, nonostante l’indifferenza e perfino la derisione dei contemporanei. Nella sua vita e nei suoi versi, D’Avenia trova folgorazioni e provocazioni, nostalgia ed energia vitale. E ne trae lo spunto per rispondere ai tanti e cruciali interrogativi che da molti anni si sente rivolgere da ragazzi di ogni parte d’Italia, tutti alla ricerca di se stessi e di un senso profondo del vivere. Domande che sono poi le stesse dei personaggi leopardiani: Saffo e il pastore errante, Nerina e Silvia, Cristoforo Colombo e l’Islandese… Domande che non hanno risposte semplici, ma che, come una bussola, se non le tacitiamo possono orientare la nostra esistenza. La sfida è lanciata, e ci riguarda tutti: Leopardi ha trovato nella poesia la sua ragione di vita, e noi? Qual è la passione in grado di farci sentire vivi in ogni fase della nostra esistenza? Quale bellezza vogliamo manifestare nel mondo, per poter dire alla fine: nulla è andato sprecato? In un dialogo intimo e travolgente con il nostro più grande poeta moderno, Alessandro D’Avenia porta a magnifico compimento l’esperienza di professore, la passione di lettore e la sensibilità di scrittore per accompagnarci in un viaggio esistenziale sorprendente. Dalle inquietudini dell’adolescenza.

Come è nata l’idea di questo libro?
“So che è una pazzia, ma allo stesso tempo è una sfida bellissima che nasce da dove nascono sempre le ispirazioni dei miei libri, ossia dagli occhi dei ragazzi che ho difronte nella classe dove insegno e dal cuore del ragazzo che sono stato quando ho incontrato per la prima volta Leopardi. Non mi sono mai rassegnato all'idea che tutti hanno di lui, forse perché ho avuto un professore che non lo ha mai confinato nelle tre fasi del pessimismo, delle pure semplificazioni scolastiche necessarie solo alle interrogazioni, ma me lo ha mostrato sempre come un indomito lottatore per la ricerca della felicità. A sedici anni gli sentii recitare il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, e in quel momento, lo ricordo ancora, trovai le parole che mi servivano, un misto tra inadeguatezza e sete di vivere”.

Leggi qui l'intera intervista: Huffingtonpost - Intervista a Alessandro D'Avenia

domenica 13 novembre 2016

Dal 1 al 3 dicembre il Festival della Famiglia a Trento

Al centro giovani e futuro                

Pubblicato il programma della quinta edizione del Festival della famiglia dedicato a "Denatalità, giovani e famiglia. Le politiche di transizione all’età adulta". Le giornate dall’1 al 3 dicembre 2016 vedranno protagonisti i giovani, le istituzioni e le famiglie.
Le tre giornate della quinta edizione del Festival della famiglia saranno dedicate alle tre voci protagoniste delle politiche di transizione all’età adulta. Chiamate a confrontarsi su nuovi scenari possibili, dialogheranno tra proposte, idee, testimonianze per ripensare insieme nuovi futuri. La prima giornata ospiterà istanze, necessità e desideri raccontati da giovani ad altri giovani; la seconda darà spazio alle istituzioni, chiamate a dare risposta a quei racconti; la terza giornata sarà destinata alle famiglie e alla responsabilità di aiutare e sostenere le nuove generazioni nel loro cammino verso l’autonomia. Sarà ospite del Festival il ministro per gli affari regionali e autonomie con delega alle politiche familiari.
È possibile iscriversi compilando il modulo pubblicato sul sito www.trentinofamiglia.it.


Vedi programma completo del Festival : qui il programma completo

venerdì 14 ottobre 2016

"Punire non serve a nulla" Parola del Dott. Novara

"Punire non ha nulla a che vedere con l'educazione. Le punizioni sono elementi estranei ai processi educativi e non hanno nessuna chance di favorire davvero la crescita dei nostri figli. Meglio puntare sulla buona educazione, sulle mosse giuste e sull'organizzarsi bene"

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“Siamo sicuri che l’atto di punire c’entri con l’educazione e con la libertà? Le punizioni mortificano senza dare risultati efficaci”. Questo il pensiero del Dott. Daniele Novara, fondatore del Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti e docente all’Università Cattolica di Milano. Secondo Novara quando un adulto si serve di punizioni per esercitare il proprio ruolo educativo fa solo del male. Perché i bambini hanno bisogno di sentirsi accettati e accolti. Anzi urla o minacce possono compromettere il loro sviluppo emotivo, minare l’autostima e far perdere fiducia nei confronti delle figure di riferimento.
“Al bambino, immaturo per antonomasia, si stanno chiedendo oggi prestazioni esagerate” – ha sostenuto Novara, attualmente impegnato nella raccolta di materiale per una pubblicazione sulla punizione. Attraverso immagini e testimonianze riportate, in merito al litigio e alla punizione ha spiegato “come sia normale che i bambini litighino nonostante per anni nel mondo si sia andati avanti con l’idea che non si debba farlo.” “Il principio cardine dell’educazione è l’organizzazione – ha continuato Novara – la capacità di strutturare confini e autonomie secondo la fase psico-evolutiva corrispondente. Dai 0 ai 10 anni il bambino è abitudinario e ha la necessità di avere consuetudini che si ripetono. Non è necessario dare delle spiegazioni”.
Ma cosa fare se un bambino non rispetta le regole? “È necessario seguire innanzitutto tre principi chiave. In primis devono essere chiare: una regola ha bisogno al massimo di cinque parole, altrimenti il bambino entra in confusione. Devono poi essere condivise da entrambe i genitori e infine devono essere coerenti con l’età; l’infanzia ha bisogno di regole chiare e condivise, gli adulti, più vicini all’età adulta, hanno bisogno di una negoziarle”.
Per imparare a vivere e ad apprendere da ciò che non conosce, il bambino ha bisogno di sbagliare senza essere punito. Novara ha concluso: “educare senza punire è possibile e realistico. I genitori sono la più grande risorsa che i figli hanno. Fare le mosse giuste si può ed è il nostro compito”.

Dalla presentazione del libro: "Punire non serve a nulla"