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testo

“Noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera,

lasciata all’iniziativa privata e ai comuni.

La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola

è indipendente dal controllo dello Stato”

Antonio Gramsci, Grido del Popolo, 1918

martedì 14 novembre 2017

Il coraggio di credere in sé stessi, nei propri figli e nei propri allievi


Pubblichiamo una sintesi dell'intervista allo psichiatra Paolo Crepet in occasione della presentazione del suo nuovo libro tenutasi a Modena nei giorni scorsi
L'intervista completa è leggibile su

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Non usa mezzi termini lo psichiatra Paolo Crepet, durante la presentazione del suo ultimo libro intitolato “Il coraggio”, edito da Mondadori, per descrivere la gravissima situazione in cui versano le più giovani generazioni.

Il coraggio è quello che tutti, genitori e insegnanti dovrebbero oggi avere, quello di credere in sé stessi, nei propri figli e nei propri allievi, il coraggio che devono insegnare loro per superare le difficoltà di ogni giorno fuori e dentro la scuola, per affermare le proprie idee e le proprie vocazioni, la propria libertà e autonomia, per non rinunciare ai propri sogni e costruire la giusta dose di autostima.

Perché coraggio significa agire sapendo che la propria fiducia nel successo è molto più forte della paura del fallimento. Un insegnamento importante per tutti coloro che hanno a cuore il proprio ruolo di adulti e il destino degli adulti di domani. E invece? “Ho scritto questo libro – spiega Crepet al folto pubblico accorso ad ascoltarlo ieri a Modena – perché sono molto preoccupato. Seriamente preoccupato di questo mondo, di questa terra. Basta andare indietro di una generazione e mezza: pensare al coraggio delle donne e degli uomini che sono riusciti a tirar su l’Italia e le aziende, quando al mercato nero non c’erano nemmeno le patate. Ora che ci siamo riempiti lo stomaco di tortellini le cose sono cambiate.

A un certo punto si è cominciato a pensare che andava bene cosi, che è meglio sdraiarsi e vedere sdraiati i figli sul divano, tanto abbiamo tutto il necessario”. E’ cambiata l’educazione. “Una volta c’erano i genitori inflessibili ed erano diffuse le sberle anche quelle preventive, io stesso ne presi una bella collezione, poi s’è fatta largo una melassa, un’educazione liquida basata sul fà come ti pare, sul se lo fai, bene, altrimenti è uguale”. Crepet sa di toccare le corde delle centinaia di persone che affollano il Forum Monzani di Modena, pieno all’inverosimile com’è facile che succeda ogni volta che ad affacciarsi sulla scena pubblica è uno psichiatra. Roba da preoccuparsi sul serio. Succede oggi e tante altre volte con Crepet, succede con Vittorino Andreoli. La collettività sembra ormai psichicamente ammalata, “milioni di persone si alzano al mattino prendendo l’antidepressivo”, racconta Crepet, “e vanno a letto con le benzodazepine”. Sa di toccare le corde e va sul sicuro, lo psichiatra.

Come un pugile, riempe di montanti l’avversario ma l’avversario applaude, quasi voglia sentirsi dire le cose che sa già per poterle metabolizzare e dimenticare. I pazienti non vogliono cambiare, dirà più avanti lo psichiatra, “sono venuto qui da lei solo per sfogarmi, cambiare la mia vita è faticoso, mi dicono i pazienti quasi sempre”. E lui insiste: ma se voi sapete che ho ragione io e cioè che la Costituzione obbliga sì i genitori a mantenere in vita i figli ma non li obbliga certo a regalare tutte quelle cose che ora invece vi apprestate a regalare a Natale, né li obbliga a dare i soldi al figliuolo per andare a Ibiza con gli amici mononeuronici come lui, o per ubbriacarsi di spritz la sera fino a finire al pronto soccorso, né la Costituzione vieta ai genitori di togliere il telefonino e internet quando non c’è reciprocità, e allora perché continuate a fare tutte queste cose? Io faccio una cosa per il ragazzo solo se il ragazzo fa qualcosa per sè.

Altrimenti, cari signori, è come insegnare che nella vita tutto si può pretendere e nulla si deve dare”. Applausi. Il pugile colpisce, il pubblico applaude. “Se i vostri genitori vi hanno insegnato questo, per l’amor di Dio rispondete a questa domanda: come mai avete smesso di farlo con i vostri figli? Siete sul serio contenti di finanziare gli spritz e la marijuana ai vostri figli? Non sappiamo fare altro? Paghiamo perché camminino a quattro zampe, perché arrivino in coma etilico al pronto soccorso? Vogliamo questo? Il coraggio è quello di togliere, non quello di aggiungere”. Togliere, il nuovo verbo di una possibile rivoluzione culturale e antropologica. “Se a un ragazzino dài tutto, gli hai fatto un danno gravissimo, gli hai tolto il desiderio. Come fai a desiderare quello che hai? Come fai a non crescere depresso? La vita va scoperta. I bambini e i ragazzi sono iperprotetti, e invece devono sperimentare il dolore, le cadute, le delusioni, le frutrazioni”.

domenica 22 ottobre 2017

Ma davvero commetto un reato se mio figlio preadolescente torna a casa da scuola non accompagnato? - Il parere di Alberto Pellai

Una recente sentenza della Corte di Cassazione stabilisce che all’uscita della scuola media i figli possono oltrepassare il cancello per andare a casa solo se c’è un adulto responsabile che si fa carico del loro riaccompagnamento. Ovvero: hai 14 anni, magari sei alto 1 metro e settanta, forse hai già baciato una ragazza, quasi certamente da almeno tre anni possiedi uno smartphone, probabilmente hai già navigato in siti per adulti, però….

Però, sappi che per legge camminare quei 300, 400 magari 800 o 1000 metri nella tua comunità che separano il cancello della tua scuola dal tuo cancello di casa….. rappresenta un pericolo che non puoi affrontare da solo.

Probabilmente la scuola, avendo una legge che definisce che non è sua responsabilità occuparsi del ritorno a casa dei figli preadolescenti, potrà dotarsi di un alibi di fronte a quei genitori che, qualora succeda qualcosa al loro figlio, si sentiranno meglio scaricando su presidi e docenti le responsabilità. Ma siamo sicuri che di fronte ad un incidente nel percorso da casa a scuola (e viceversa) l’unica preoccupazione che dobbiamo avere è definire di chi è la colpa? Con questa legge la scuola potrà dire: colpa della famiglia. Prima di questa legge, la famiglia puntava il dito contro la scuola e diceva: tutta colpa tua.

Come adulti, invece, l’unica preoccupazione che dovremmo avere è quella di interrogarci su quali sono le competenze intorno alle quali educare i nostri figli affinchè in preadolescenza siano in grado di gestirsi in autonomia e sicurezza un percorso scuola-casa riducendo il proprio rischio di trovarsi coinvolti in pericoli prevenibili. Ciò che è prevenibile va insegnato e fatto apprendere ai nostri figli. Ciò che non è prevenibile, accadrà comunque, anche se fuori dal cancello ci sono una mamma o un papà a ritirare il proprio figlio per riaccompagnarlo a casa.

Il vero pericolo, in questo momento, è che come adulti non siamo più capaci di riflettere sui processi educativi in modo sano. Se succede qualcosa ad un minore, l’unica cosa che gli adulti sanno fare è avviare il processo della colpevolizzazione. “E’ tutta colpa della scuola” dicono i genitori e la scuola è più che autorizzata a rispondere: “No, è tutta colpa della famiglia”. In questo modo, ciò che dovrebbe essere un’alleanza educativa, si trasforma in un conflitto costante. E mentre noi ci facciamo la guerra al piano alto della relazione educativa, loro – i nostri figli e i nostri studenti – che abitano al piano basso non comprendono che cosa realmente ci si aspetta da loro. Se chiedono di tornare a scuola da soli, vengono fermati sul cancello perché la legge non glielo permette. Se rinunciano a crescere in autonomia e competenze e rimangono sempre piccoli, vengono poi raccontati come dei “bamboccioni” senza speranza, che non sanno gestire un passo fuori dalla porta di casa senza richiedere il supporto protettivo della famiglia di origine.

E’ un vero paradosso e il problema – ahimè – siamo noi. Siamo noi adulti che negli ultimi 20 anni non abbiamo saputo costruire per i nostri figli un sano equilibrio tra il loro bisogno di ricevere protezione e la necessità fisiologica di fargli esplorare il mondo, la vita e le relazioni che stanno fuori dalla porta di casa, dalla zona di sicurezza dove è sempre disponibile il conforto e la cura  offerti dalla presenza rassicurante di mamma e papà.

Siamo noi adulti che abbiamo rinunciato a tollerare l’ansia di vedere un figlio che a 11 anni può anche uscire dal cancello di casa non accompagnato per andare a scuola, in palestra, in oratorio, a giocare da un amico. Che abbiamo deciso che un preadolescente non può girare in città in bicicletta, perché è troppo pericoloso. Che abbiamo smesso di tollerare quell’ansia fisiologica che ogni adulto deve imparare ad autoregolare quando un figlio diventa grande e non può più essere presidiato da mattina a sera dall’occhio vigile dei genitori che lo proteggono e si prendono cura di lui. Così abbiamo messo nelle loro mani dei guinzagli elettronici che facciamo squillare in ogni momento per verificare dove sono, cosa fanno e sì – in fondo lasciatemelo dire, perché questo è il motivo per cui così tante volte li chiamiamo in ogni momento del giorno – anche per essere sicuri che sono vivi.

In questo modo però i nostri figli hanno imparato da noi che la loro città, la loro comunità, il loro quartiere è un posto pericolosissimo, dove si stenta a sopravvivere, dove non si può mai diventare autonomi. Dove , per assurdo, è diventato impossibile tornare a casa da scuola non scortati dai genitori.

Ma i figli non hanno bisogno della “scorta” per diventare grandi. Hanno bisogno di competenze e di crescente autonomia. Che solo noi adulti possiamo insegnargli. Però, per farlo, ci vuole tempo. Ci vuole pazienza. Ci vuole energia. E ci vuole anche una sana dose di fiducia negli altri e nella buona sorte. Non si può crescere un figlio nella paura. Lo si può invece crescere se si fonda il proprio progetto di vita sulla speranza.

Ecco, forse bisogna ripartire da qui, per essere buoni adulti oggi. Bisogna avere più speranza e meno leggi a tutela del nostro senso di colpa di essere educatori inadeguati. Bisogna avere più alleanze tra adulti e meno conflitti. Bisogna credere che i nostri figli non siano dei bamboccioni perché questo è il solo modo per non trasformarli in tali.
E sì, in fondo, bisognerebbe avere più biciclette e meno smartphone.

Auspico una sentenza della Cassazione che obblighi i genitori dei preadolescenti a mandarli a scuola tutti i giorni in bicicletta. Che definisca multe e sanzioni in caso di iperprotezione di minore. Che definisca reato il conflitto scuola-famiglia. Che eventualmente stabilisca un’età minima per legge, al di sotto della quale non si può possedere uno smartphone, come è già stato fatto per alcol e tabacco.

Insomma auspico un mondo dove ci siano gli Adulti. Quelli con la A maiuscola. Quelli veri.

(intervista tratta da : magazine.familyhealth.it)


Chi è Alberto Pellai è medico, ricercatore all’Università degli Studi di Milano, psicoterapeuta dell’età evolutiva, nonché padre di quattro figli (di cui due femmine). Si occupa di prevenzione in età evolutiva e fa molta formazione a insegnanti, genitori e professionisti del settore. Ogni anno incontra centinaia di suoi giovani lettori. È autore di molti bestseller per genitori, tradotti anche all’estero, tra cui Tutto troppo presto e I papà vengono da Marte, le mamme da Venere (scritto con Barbara Tamborini) pubblicati da De Agostini. Ha vinto numerosi premi letterari e nel 2004 il Ministero della Salute gli ha conferito la medaglia d’Argento al merito della sanità 

martedì 17 ottobre 2017

"Basta fare la guerra agli insegnanti", la bella intervista a Matteo Bussola

Nel libro "Sono puri i loro sogni" (Einaudi) Matteo Bussola, scrittore e fumettista, padre di tre figlie, riflette sulla crescente ingerenza nella vita scolastica da parte dei genitori: professori bullizzati, alunni difesi a prescindere da mamma e papà, una contrapposizione scuola famiglia che non fa il bene dei ragazzi e rallenta la crescita della loro autonomia.

Intervista estratta da : famigliacristiana.it
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Tre bambine, una alla materna, una alle elementari e una alle medie, la giusta preoccupazione per la loro formazione e la loro crescita e contemporaneamente lo stupore nel dover assistere a una contrapposizione dai toni aspri tra le famiglie e gli insegnanti, su cui cade un crescente discredito. vengono messi in discussione, attaccati, derisi, persino bullizzati: mentre si difendono a spada tratta i figli, si cerca di rimuovere ogni loro difficoltà, anche sostituendosi a essi. C'è qualcosa di malato in questo rapporto tra due istituzioni che invece dovrebbero collaborare in nome della crescita dei ragazzi. E allora Matteo Bussola, un passato da architetto, che da anni si dedica alla sua passione, disegnare fumetti, ha deciso di scrivere una lettera aperta ai genitori, un libro dal titolo "Sono puri i loro sogni" (Einaudi),per invitarli a ristabilire un rapporto con la scuola improntato al rispetto e alla delega e non alla contrapposizione con il corpo docente. 

Che significa il titolo “Sono puri i loro sogni”?
Il titolo è una citazione di una poesia di Iosif Brodskij, “Odisseo a Telemaco”. In questa poesia Ulisse, ritornato in patria dopo anni di lontananza, dice al figlio Telemaco ormai giovanotto: “Senza me dai tormenti di Edipo tu sei libero, e sono puri i tuoi sogni, Telemaco.”. E’ come se Ulisse, con queste parole, liberasse il figlio dalla paura del padre-totem. Così Telemaco sarà libero, libero di essere un uomo di un altro tipo – dunque non un guerriero come il padre – e di fondare un nuovo mondo, o quantomeno di vivere la sua vita. La poesia non la conoscevo, mi è stata suggerita da Paolo Repetti di Enaudi, e mi è sembrata contenere lo stesso auspicio che evoco nel mio libro: quel “passo indietro” che, come genitori, dovremmo fare per lasciare i nostri figli liberi di vivere e sbagliare, permettendo loro di confrontarsi con l’ opportunità di crescita che ogni ostacolo contiene.
 
Come si è arrivati alla situazione attuale che vedo spesso contrapposti i genitori agli insegnanti?

E’ stato un processo lento, partito molti anni fa. Il risultato è che, oggi, siamo passati da un estremo all’ altro. Da un mondo in cui la scuola era un’ istituzione intoccabile e gli insegnanti avevano ragione a prescindere, a un mondo in cui noi genitori tentiamo di difendere i nostri figli da chiunque cerchi di metterli in crisi – compresi gli insegnanti – da qualunque difficoltà, dimenticando che entrambe sono, invece, strumenti indispensabili per diventare adulti.
 
Si arriva anche a forme di vero bullismo nei confronti degli insegnanti?

Purtroppo sì. Sono sempre più frequenti – e documentati – casi di vere e proprie aggressioni agli insegnanti, anche sul piano fisico, denunce alla scuola, critiche spietate sulle chat di WhatsApp, querele a docenti che, ormai, non riescono quasi più a svolgere il loro compito con serenità ed equilibrio, intimoriti da eserciti di genitori pronti a difendere i propri figli da qualunque rimprovero. Alla scuola, più che educazione e istruzione, sembriamo chiedere costanti garanzie di sicurezza: i bambini non devono sentirsi a disagio, non devono avere problemi con i compagni, non possono ricevere punizioni nemmeno quando le meritano, non devono essere bocciati e sui brutti voti, in caso, interverremo noi genitori protestando con i docenti. Naturalmente, ci sono anche molti genitori rispettosi e assennati, ma la tendenza che rilevo è in continuo e preoccupante aumento. In psicologia vengono chiamati “genitori spazzaneve”, ovvero quei padri e quelle madri che si ostinano a rimuovere dalla strada dei figli qualunque tipo di ostacolo. E’ forse anche per questo che stiamo crescendo generazioni di bambini incapaci di gestire qualunque forma di stress.
 
Perché i genitori ingeriscono così tanto nella vita scolastica dei figli?

Credo sia una cosa che ha a che fare con gli atavici sensi di colpa che tutti noi genitori ci portiamo dentro, e col desiderio di protezione e il troppo amore che ci porta a metterci sempre davanti ai nostri figli, per far loro da scudo. I sensi di colpa derivano dal fatto che abbiamo sempre meno tempo di stare con i nostri bambini, e questo, quasi per una forma di compensazione, ci rende guardinghi e ipercritici nei confronti di tutte quelle figure professionali che con loro, invece, il tempo ce lo passano. E’ come se volessimo rivendicare, così facendo, la nostra autorità, visto che perdiamo sempre più autorevolezza.  Il fare scudo, invece, deriva dal fatto che i bambini inascoltati di ieri, quelli che hanno frequentato una scuola in cui era sempre “colpa loro”, oggi sono diventati adulti e genitori. E non ci stanno più, adesso possono finalmente farsi sentire, e vivono quasi un processo di transfert nei confronti dei propri bambini, come se fossero una seconda opportunità di rivalsa o lo strumento per una specie di inconscia rivincita sull’ autorità scolastica. Noi siamo stati quelli che, se prendevamo un brutto voto, una volta tornati a casa ci sentivamo pure il resto. A nessuno sarebbe mai venuto il dubbio che, magari, potesse essere stato l’ insegnante a spiegare male, la responsabilità era sempre e solo nostra. Per questo oggi, se a prendere un brutto voto è nostro figlio, ricadiamo nell’ estremo opposto: siamo noi che sempre più spesso andiamo a rimproverare l’ insegnante.  E’ il mondo all’ incontrario.
 
Lei dà molto valore al passato, alla sua infanzia, quando i ragazzi crescevano più liberi anche di sbagliare e quindi diventavano più autonomi. Ma quello di idealizzare il passato non è uno sport comune a tutte le epoche?
 
Non do particolare valore al passato o all’ infanzia, ne do all’ esperienza. Ed è inevitabile per me fare confronti con quando a scuola ci andavo io, ci andavamo noi. I nostri genitori e la «vecchia scuola», con i loro metodi a volte discutibili, ottenevano comunque l’ importante risultato di favorire lo sviluppo della nostra autonomia. Mentre noi, senza rendercene conto, stiamo garantendo il contrario: la continua dipendenza dei figli da noi. E le dipendenze sono sempre un problema.


Qual è la giusta distanza che possono tenere i genitori nei confronti della scuola?
Non ne esiste una “giusta”, ogni genitore troverà la propria, l’ importante credo sia ricordare che il nostro compito non è quello di stare un passo avanti ai figli nel tentativo di proteggerli, ma un passo indietro per essere pronti a prenderli se cadranno. La vita è loro, e dobbiamo lasciare che corrano i loro rischi. Questo naturalmente non significa che non dobbiamo vigilare e partecipare al loro cammino, vuol dire solo che il limite tra presenza e ingombranza può essere a volte sottile. Noi non siamo i paladini dei nostri figli, siamo i difensori dei loro interessi, e trasmettere il rispetto per gli insegnanti – che, non dimentichiamolo, sono le figure professionali alle quali abbiano delegato la loro educazione – dovrebbe essere il primo fra questi.
 
Lei ironizza anche sull’ utilizzo di Whatspp da parte dei gruppi classe dei genitori…

Diciamo che rido per non piangere. Capiamoci: io non ho nulla contro WhatsApp e le nuove applicazioni o tecnologie, le uso tutti i giorni anche per lavoro. Il fatto è che WhatsApp, o lo stesso Facebook, sono scatole vuote, e funzionano solo con ciò che ci mettiamo dentro noi, per questo siamo responsabili dei contenuti che produciamo. Possono dunque essere meravigliose opportunità di confronto e dibattito, oppure “luoghi” in cui mettiamo in scena il peggio di noi. Nelle chat di classe purtroppo accade anche questo: oltre all’ indubbia utilità per tenersi in contatto con gli altri genitori o scambiarsi i compiti, scoppiano spesso interminabili polemiche sugli insegnanti, con toni anche violenti, critiche rivolte a chi non è presente, a discapito della serenità della classe e di quella dei nostri figli. Diciamo che, secondo me, è uno strumento col quale molti di noi devono ancora prendere bene le misure, sottoscritto compreso.

Qual è il suo rapporto con gli insegnanti delle sue tre figlie?
Ottimo. Non perché io sia un genitore particolarmente illuminato o perché le mie figlie siano particolarmente brillanti. Ma semplicemente perché ciascuno si occupa del suo compito: io faccio il padre, le mie figlie fanno le studentesse, le maestre insegnano.  A ciascuno il suo.
 
Che appello vuole rivolgere ai genitori?

Non ho appelli da consegnare, nel senso che io sono, proprio come tutti, semplice portatore della mia esperienza, e mai mi sognerei di farla diventare un paradigma per tutti i genitori. Posso solo dire che l’ intento di “Sono puri i loro sogni” non è quello di attribuire le “colpe” di questo sistema di cose solo a noi genitori, santificando gli insegnanti. Anche gli insegnanti hanno, indubbiamente, la loro parte di responsabilità. Ma io penso che noi dobbiamo occuparci della nostra, di parte. Credo che per disinnescare ogni conflitto sia sempre meglio partire da sé stessi, assumersi le proprie responsabilità e interrogarsi su quello che noi possiamo fare per primi. Ogni relazione è composta da due elementi, perciò mutando il comportamento di uno, anche di poco, tutta la relazione evolve. Il mondo si cambia in questo modo, agendo su quel che possiamo, per quel che riusciamo. Solo così potremo smetterla di puntarci il dito a vicenda e cominciare a (ri)creare una nuova alleanza genitori-insegnanti. Perché abbiamo a cuore lo stesso interesse, visto che i nostri figli e i loro studenti sono gli stessi bambini. Non dovremmo scordarlo mai. 


venerdì 6 ottobre 2017

Pre-adolescenti, questi sconosciuti. Alberto Pellai: “Aspettatevi di tutto”

Presentato il nuovo libro di Alberto Pellai e Barbara Tamborini dedicato alla pre-adolescenza. Il libro, al titolo L’età dello tsunami. Come sopravvivere a un figlio pre-adolescente” (DeAgostini, 254 pagine, Eur 14,90) è presentato anche attraverso questa intervista rilanciata dal sito www.emiliaromagnamamma.it.



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Imprevedibili, incontrollabili. Dai pre-adolescenti, i genitori, dovrebbero aspettarsi un po’ di tutto, nel bene e nel male, contraddizioni comprese. Che chiedano, magari, di essere lasciati a 300 metri dalla scuola perché si vergognano di farsi vedere con mamma e papà e che poi, la sera, vogliano le coccole sul divano. Lo raccontano il medico e psicoterapeuta Alberto Pellai e la psicopedagogista Barbara Tamborini (che nella vita sono anche una coppia e hanno quattro figli) nel libro “L’età dello tsunami. Come sopravvivere a un figlio pre-adolescente” (DeAgostini). Pellai, in che fase si deve collocare, la pre-adolescenza?
“Negli anni della scuola media. C’è chi inizia a manifestarne i segnali prima, chi supera la fase dopo. Quello che importa, sono i primi sintomi: i figli iniziano a non funzionare più come prima, hanno un pensiero su di sé divergente da quello dei genitori, le loro richieste di autonomia aumentano, il corpo cambia, si chiudono più spesso in bagno. E creano intorno a sé una zona di mistero, non raccontandoci più tutto”.
Qual è la reazione dei genitori, in genere?
“I genitori smettono di essere, agli occhi dei figli, dei supereroi. Non hanno più la m e la p maiuscole. Vivono male, in genere, la rabbia che i figli manifestano nel tentativo di separarsi da loro: il pensiero critico, l’aggressività, le frasi a volte terribili che si sentono dire. Si aprono, per loro, nuove e innumerevoli sfide. La prima è capire che il modo che hanno avuto fino a quel momento di guardare e gestire i figli non va più bene”.
Chi fa più fatica, i grandi o i piccoli?
“I grandi ne fanno sicuramente moltissima nel tentativo di inventarsi un nuovo modo di essere mamma e papà. Ma anche i pre-adolescenti ne fanno: le emozioni sono al massimo, si può essere felicissimi e disperatissimi. La tappa evolutiva che vivono è uno scalino grande. Insomma, nemmeno per loro è facile. Non riuscendo a valutare cosa è bene e cosa è male, cosa è giusto e cosa è sbagliato, rischiano di fare enormi pasticci”.
Come entrano in gioco i limiti?
“Proprio qui. Il rischio è che i genitori liquidino la pre-adolescenza come un periodo che passerà. Così facendo, l’errore è aspettare che i figli attraversino questa fase senza un progetto di crescita. No, siccome i figli vivono sull’onda della spinta esplorativa e dell’emotività, è necessario che lo facciano in un territorio protetto da confini indicati in modo chiaro. La percezione del punto al quale possono arrivare e che non devono varcare dev’essere precisa. In questo senso, la pre-adolescenza assomiglia a quel periodo dei due/tre anni in cui i bambini allenano i figli alla resistenza, spostando sempre un po’ più in là il confine della loro pazienza, per sondare fino a dove possono spingersi. Solo che, questa volta, la sfida non si gioca più in casa”.
Ci sono molte differenze, rispetto all’adolescenza vera e propria?
“Nella pre-adolescenza si vedono le stesse sfide evolutive dell’adolescenza. Ma mentre in adolescenza il ragazzo chiude la porta, esce di casa e il genitore ‘se lo dimentica’, nella pre-adolescenza il ragazzo ha sempre un occhio puntato sull’adulto, da cui si aspetta sempre e comunque la supervisione, il controllo”.
Pericolosi, questi pre-adolescenti?
“Da tenere sott’occhio. Se chiediamo loro perché hanno fatto una cosa che non avrebbero dovuto fare, spesso rispondono che non lo sanno, il perché. Noi grandi rimaniamo spiazzati. Ma davvero, il loro cervello il più delle volte non riesce a prevedere gli esiti di certe azioni”.

mercoledì 13 settembre 2017

"Tu sei il sogno di Dio" (5 minuti con Alessandro D'Avenia)

 guarda il video


"Siamo chiamati ad essere ritratto di Dio...
la libertà sta nel decidere se prestare o no i colori a Dio!
Lasciatevi attraversare da quello sguardo" 

(Alessandro D'Avenia, prof 2.0)

venerdì 8 settembre 2017

Ricordando l'amato Card. Carlo Caffarra

La mattina di mercoledì 6 settembre è salito alla Casa del Padre il Card. Carlo Caffarra. Per noi è stato un padre premuroso e affettuoso che ci ha sempre voluto bene e non ha mai mancato un'occasione per farci arrivare il Suo incoraggiamento. Vogliamo ricordarlo con il messaggio che ci inviò nel settembre 2012, in occasione dell'avvio delle attività educative. 


“Carissimi genitori,
                               in primo luogo voglio dirvi il mio grazie per il gesto di profonda fiducia che avete compiuto verso la Chiesa. Avete infatti affidato ad essa la cura educativa di ciò che avete di più caro: i vostri figli.
                Siate certi che li avete depositati in buone mani: sono duemila anni che la Santa Madre Chiesa educa gli uomini.
                La Madre di Dio, che svolse il sublime compito di “insegnare” al Figlio di Dio a vivere umanamente, vi assista.
                Vi benedico con grande stima ed affetto”
                                          
+ Carlo Card. Caffarra

Messaggio di S.E. in occasione dell’avvio delle attività educative.
Anno scolastico 2012/13, 10 settembre 2012

mercoledì 6 settembre 2017

2017: il crepuscolo dell'educazione

Articolo originale : www.itenovas.com

di Luca Citroni


Quando si parla di adolescenza, di giovani, ma soprattutto di quello che è il disagio generale che interessa ora più che mai questa fascia di popolazione, non è possibile non fare qualche riferimento alle istituzioni che dovrebbero essere impegnate in prima linea nella battaglia contro ogni tipo di malessere giovanile.

Stiamo parlando naturalmente di scuola e famiglia. Dei due pilastri portanti del fare e del pensare pedagogico. Di quelle istituzioni che da sempre combattono una lunga e insidiosa guerra contro la difficoltà dell’essere giovane. Ciò nonostante qualcosa negli ultimi tempi sembra aver reso questa lotta giorno dopo giorno più fiacca e sempre meno incisiva.
Prendiamo in esame la scuola.
Al giorno d’oggi essa sembra essersi dimenticata di aver a che fare con quella fase precaria dell’esistenza che è l’adolescenza, in cui un giovane tra paure e incertezze cammina in equilibrio su di un filo sottile mosso dal vento, alla ricerca della propria identità.
Bisogna dire che per far sì che ciò accadesse la scuola si è fatta promotrice, in passato, di una formazione adeguata sul concetto di sé, di quella considerazione positiva che è necessario avere e che siamo soliti chiamare autostima, legata all’accoglimento degli aspetti positivi e di quelli negativi (più comunemente chiamata auto-accettazione), indispensabile per far fronte agli eventi avversi della vita.
Ma non tutto sembra essere andato per il verso giusto.
La scuola di questi tempi sembra non rispettare questi canoni e a supporto di questa ipotesi, e con dati alla mano, possiamo effettivamente affermare che qualcosa non funziona. Non è un segreto dichiarare dunque che i giovani, al giorno d’oggi, si allontanano sempre più da essa.
Secondo la Commissione Europea sui tassi di abbandono scolastico, sono sempre di più e in costante aumento i giovani che decidono di interrompere la propria carriera scolastica. Più specificamente si afferma che nell’anno scolastico 2007- 2008 si sono avute nella scuola secondaria di II grado italiana 93.747 interruzioni, di cui 30.419 al Sud, 18.463 nelle Isole, 17.859 nel Nord-Ovest. Questi dati indicano quindi che in media il 22,2% dei giovani italiani tra i 15 e i 19 rinuncia alla scuola ancor prima di conseguire il diploma.
Ma se consideriamo alta la percentuale dei giovani che non hanno un titolo di scuola superiore, è altrettanto alta la percentuale di italiani che non hanno conseguito l'obbligo di almeno otto anni di scolarità, come previsto dalle vigenti normative. Sono all’incirca 20 milioni. Per questo motivo l'Italia occupa uno tra gli ultimi posti nella classifica riguardante il livello di scolarizzazione in Europa, lasciandosi dietro di sé solo Turchia e Grecia. Questo disastro socio-scolastico può trovare spiegazione nel triste primato italiano del mancato investimento nella cultura e nell'istruzione, e di un progressivo disinteresse per le nuove generazioni.
Da questi dati emersi ormai da anni, una domanda quindi sorge spontanea: perché i giovani appaiono così disaffezionati alla scuola?
Coloro che si dichiarano soddisfatti del funzionamento della scuola in effetti sono solo il 7%, mentre la maggior parte dei ragazzi accusa la scuola, (secondo una ricerca del 2011 condotta da Telefono Azzurro-Eurispes, associazione che porta avanti da anni indagini sulla condizione dei giovani in Italia), di diverse mancanze come quella di un più efficace raccordo con il mondo del lavoro, oltre che l'assenza della funzione educativa, cioè la tendenza dell'istituzione scolastica a trasmettere solo nozioni e non valori. Senza dimenticare inoltre la mancata possibilità di socializzazione usufruendo nel tempo libero e degli spazi scolastici per poter praticare attività, e infine, ma non ultimo per importanza, la mancanza di insegnanti comprensivi.
Le cose, naturalmente, non migliorano se dovessimo intraprendere un discorso relativo all’università, dove secondo le stime di AlmaLaurea il 27% delle matricole non si iscrivono all'anno successivo, così che l'Italia risulta il Paese europeo con il minor tasso di laureati nonché quello che investe meno nella ricerca e nell'innovazione. La conseguenza è che tanti ragazzi rafforzano i propri vissuti di precarietà, spesso già presenti nella loro struttura di personalità, sviluppando stati d'animo oltremodo problematici intrisi di ansia e di depressivo scoraggiamento per il futuro.
In base a queste premesse è possibile trarre un interessante spunto di riflessione per ragionare su quanto la scuola sia impegnata nella sua missione educativa, mettendo il punto sugli atteggiamenti spesso fuori luogo di insegnanti, che troppe volte non sono in grado di ricoprire il ruolo di educatore.  Ruolo che sta alla base della professione dell’insegnante. A dar manforte a questa tesi, il pedagogista e sociologo lombardo Umberto Galimberti ci dice che l’autostima e l’auto-accettazione nei giovani spesso vengono confuse dagli insegnanti come atteggiamenti di arroganza e presunzione e spinge questi ultimi a mettere in atto atteggiamenti ostili nei confronti degli alunni che presentano queste particolarità necessarie. Al contrario nei ragazzi che non presentano questi aspetti, spesso il professore si sente assolutamente assolto nel suo ribadire con voti e giudizi negativi quel nulla che lo studente avverte già per conto suo dentro di sé.
E così, a causa di simili considerazioni che fioriscono dalle labbra apparentemente innocue dei professori, si allarga e si approfondisce quella dimensione del vuoto che talvolta porta a gesti irreversibili.
Quando ciò accade il disinteresse lascia spazio alla meraviglia per quello che è capitato. Non ci si meraviglia mai della propria disattenzione ma dell’imprevedibilità di simili gesti in ragazzi che apparentemente potevano sembrare vivaci e allegri.
Questo perché, nonostante nella letteratura che si studia vengano descritte nei minimi particolari le pieghe dell’anima, molti inseganti ancora non sanno distinguere nel riso di un giovane lo spunto della gioia o la smorfia della tragedia imminente.
Tutto quello di disastroso che può accadere nasce dal fatto che a oggi sono troppo pochi gli insegnanti che considerano l’istruzione una diretta conseguenza dell’educazione e non il contrario, e che prima di istruire, o meglio, prima che ciò sia possibile, bisogna provvedere alla costruzione di un identità del giovane al quale si vogliono impartire nozioni. E non identità intesa con il semplice fatto che essi sono in classe e occupano un determinato spazio, ma intesa come riconoscimento di sé e soprattutto dell’altro. Se questo riconoscimento dovesse mancare, allora l’identità di un giovane si costruirà in altro modo, in altri luoghi fuori dalla scuola dove è possibile sentirsi riconosciuti. Ed è per questo che devianze di ogni tipo appaiono come forme adeguate di identificazione.
Questo sembra essere un valido motivo per i giovani di rifuggire dalla scuola.
Questi atteggiamenti si manifestano con vere e proprie fughe dalla realtà, coadiuvate dall’assunzione di sostanze illecite, o con la frustrazione che annulla ogni tipo di identità. Questa fuga spesso non viene presa in considerazione nelle scuole, e viene interpretata come pigrizia, come disinteresse dell’alunno per le lezioni, senza prendere in considerazione l’ipotesi che dietro la loro distrazione ristagna un problema serio che troppo spesso è legato all’annullamento di sé e all’annichilimento.
La scuola, l’istituzione pedagogica per antonomasia, la quale dovrebbe conferire senso alla vita di un giovane, nel corso del tempo sembra esser venuta meno al proprio ruolo, oltre che essersi dimenticata che istruire è possibile solo se si è in grado di educare, ed educare significa acquisizione del riconoscimento di sé.
Nelle scuole sembra non esistere una vera educazione alle emozioni, e per questo molti studenti sono spinti ad abbandonare e ad abbandonarsi agli eccessi di una vita dissipata al di fuori di una realtà educativa che può e deve salvare dal perdersi.
La scuola si mostra a noi oggi con quel volto irresponsabile di chi si tiene fuori dai problemi connessi ai processi di crescita. Di chi non si prende cura della soggettività dei giovani, perché mettervi le mani non garantisce di poterle tirar fuori immacolate.
È superfluo sottolineare infine quanto la scuola sia composta da professionisti di prim’ordine impegnati effettivamente nel duro conflitto educativo, ma è altrettanto superfluo chiarire che questi ultimi costituiscono una triste minoranza in un contesto sempre più bisognoso di figure decise a sposare la causa pedagogica.
Per salvarci e per salvare le nuove generazioni in bilico sul ciglio di un dirupo, sarebbe necessario dunque riflettere con più attenzione sull’importanza da conferire alla scuola, intesa non più come covo alternativo alle quattro mura casalinghe, ma come luogo in cui è possibile e necessario prendere parte al fondamentale processo di costruzione di noi stessi.
Sarebbe un peccato, anche in questo caso, dare tutto per scontato.

sabato 12 agosto 2017

“Abbiamo tutti una diagnosi, l’importante è andare oltre". Parola del prof. Andrea Canevaro

Sul boom delle diagnosi – Dsa, Adhd e compagnia – il ravennate Andrea Canevaro, docente di Pedagogia all’Università di Bologna e padre del sostegno scolastico, ha un’idea precisa: “Abbiamo tutti una diagnosi. Io, per esempio, ho problemi di equilibrio. E stare al cellulare mi causa dolori. Ma non mi fermo. E provo a stare bene”.
Il docente, che a gennaio ha tenuto l’incontro“Questione di sguardi” per il ciclo “Confronti educativi” organizzati da “L’isola di Peter Pan” di Cesena (via Orsini 22/24), sa che guardare i bambini fuori dalle gabbie mentali che, sul loro conto, ci siamo costruiti, per gli adulti è una sfida enorme: “Anche prima che vengano al mondo, ci creiamo delle aspettative che, per quanto umane, rischiano di essere troppo rigide. La capacità di accogliere l’inaspettato è un’occasione fondamentale, da non perdere. Ci può restituire solo cose belle”.

Un discorso che, a suo dire, non vale solo per la disabilità: “Un certificato o un’idea troppo fissa di quello che, quel bambino o quella bambina, sarà, sono controproducenti. I più piccoli hanno bisogno, fondamentalmente, di due cose: essere stimati da qualcuno che, possibilmente, apprezza il bello e avere delle basi sicure, quindi allargabili all’esterno. Tutto questo serve ad andare avanti, a vedere in quel bambino un futuro”.

Un esempio? La sindrome di Down: “Conosco almeno quaranta persone che ce l’hanno. Ma sono diversissime l’una dall’altra. Se pensassi, come lo stereotipo vuole, che quelli con la sindrome di Down sono paffutelli e sempre sorridenti, sbaglierei: ce ne sono altrettanti magri, irritabili e permalosi. La diagnosi è solo un punto di partenza, il resto è tutto da esplorare e da capire. Lo sguardo dev’essere bifocale: guardare il punto in cui sono e l’orizzonte, al tempo stesso. Per chi ha a che fare con chi deve crescere, è fondamentale”.

Ci vorrebbe, ragionando per assurdo, uno zio materno: “Nella cultura subsahariana è colui che ci rivela ciò che non riusciamo a vedere, che entra in scena a farci vedere il bello. Perché alla fine, quello che succede non corrisponde mai esattamente a quello che avremmo pensato”.

Articolo estratto dal sito www.emiliaromagnamamma.it