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testo

“Noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera,

lasciata all’iniziativa privata e ai comuni.

La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola

è indipendente dal controllo dello Stato”

Antonio Gramsci, Grido del Popolo, 1918

giovedì 30 marzo 2017

"Se i docenti diventano indecenti" di Alessandro D'Avenia

Chiedete ad un ragazzo di oggi quali lezioni frequenta volentieri: vi citerà il docente che li mette alla prova, che li sfida, che dà molto ed esige molto, che si occupa della loro crescita e non solo dei loro voti, il docente che amano e odiano, e che sceglierebbero autonomamente, se fosse loro consentito.

Leggi qui l'originale: oggiscuola.it
di Alessandro D'Avenia


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Un libro li definisce «sdraiati». I ragazzi di oggi. Una generazione che non sa tenere la schiena dritta, ma spalma sulla vita la propria spina dorsale liquida. Avrei la schiena come la loro se mi avessero dotato di una comodissima sedia a sdraio, dalla quale avrei mandato a quel paese chi dopo averla fornita ora, pentito, la rivuole indietro. Moralismo. Nostalgia del tempo andato. Paternalismo sornione.

Gli sdraiati invece li vedo tendersi quando offri loro qualcosa di cui non possono fare a meno e che abbiamo sostituito con surrogati tecnologici, assenza di «no» e limiti, ma soprattutto di mete non autoreferenziali e narcisistiche.

Raddrizzano la schiena quando al moralismo sostituisci la morale: facendo loro toccare cosa è bene e cosa è male, non a parole; quando alla nostalgia del tempo andato sostituisci la nostalgia del futuro, sudando lo stesso loro sudore, non metaforico; quando al paternalismo sostituisci la paternità, difendendoli dalle paure ma sfidando le loro risorse migliori, dedicando loro tempo al di fuori di quello stabilito.

La spina dorsale cresce dritta a chi è teso verso la luce, come quelle piante a cui mia nonna metteva accanto un bastone fissato con uno spago, che le lasciava abbastanza libere da slanciarsi verso l’alto e non troppo libere da curvarsi su se stesse. Come si slanciavano verso il sole affondando proporzionalmente le loro radici! Dopo un po’, eliminati spago e bastone, rimanevano dritte, perché la fisica vuole che più ti slanci in alto più hai bisogno di radici profonde. Incolpare la pianta di non avere radici salde è incolpare se stessi, ma questo è duro da ammettere, e la colpa finisce sempre per cadere fuori dal recinto della responsabilità personale: loro, la tv, il consumismo, la scuola, la playstation (che abbiamo comprato con la sdraio).

Solo la vita e l’esempio educano, le parole non bastano. Non basta dire tieni su la schiena, se non additiamo il panorama da guardare oltre la soglia. Il nostro modo di vivere autoreferenziale lancia spesso proclami contraddittori rispetto alla schiena dritta che esigiamo. I bambini allo stadio fanno lo stesso che fanno i padri: e ci scandalizziamo pure? O li multiamo?

C’è però chi reagisce, cito da una delle tante lettere di contenuto analogo che ricevo: Mi dica, le piace essere un professore? Pensa che abbia ancora un valore, per un professore, essere tale? Io sinceramente odio la scuola e non perché non ami studiare, imparare cose nuove, ma perché mi sento soffocare, quando la prospettiva è entrare in classe ed ascoltare passivamente persone che nel loro mestiere non mettono impegno, che sembrano sempre sull’orlo di una crisi isterica, che non fanno amare ciò che si vantano di insegnare.

Ho solo diciotto anni, che ne so io della vita, di come si svolge un mestiere? Potrebbe chiedermi e dirmi che tutto ciò è una scusa per giustificare il fatto che di studiare non mi va. Sì è vero, non mi va di studiare un argomento che non mi appassiona. Ma non dovrebbe essere proprio quello, il ruolo del professore? Far amare la cultura? Far amare lo studio? No, perché quello che nel mio liceo si fa è imparare a memoria. Ma a Lei non sembrano sbagliati i verbi che vengono usati per capire se si è studiato o meno? Interrogare e ripetere. Io li odio questi due verbi, Professore, perché interrogare ha perso il suo significato latino, è diventata una minaccia, e alla domanda «La misoginia nella Medea di Euripide» – che neanche è una domanda a dirla tutta – si deve ripetere, come un automa, quello che il professore ha «pazientemente» dettato in classe per un’ora (50 minuti, nei primi dieci era a prendere il caffè col collega di turno) e le altre cinquanta pagine che invece avresti dovuto imparare a memoria a casa.

Io invece vorrei che un professore mi chiedesse: «Ma tu della Medea cosa hai capito?», «Ma perché secondo te Manzoni ha rinnovato completamente il genere del romanzo?», «Ma quindi a te cosa è rimasto di Hegel?», e vorrei lo facesse con quella luce che si ha negli occhi quando si fa qualcosa che si ama, per guidarci verso la maturità, quella vera, verso la capacità di guardare con occhio critico la realtà, quella luce che fa scattare dentro la curiosità, una volta a casa, di aprire il libro e capire «Ma quindi cosa voleva trasmettermi D’Annunzio, con tutta ’sta pioggia?».

Io guardo i miei professori e in loro vedo tante cose, tranne l’amore verso il proprio mestiere. Più che odiare la scuola, io odio i miei professori. Preferisco passare i pomeriggi a scrivere o visitare una mostra che hanno appena allestito o andare in quella libreria, un po’ nascosta tra le vie del centro, dove posso comprare un libro e sedermi a leggerlo.

Lei la vede intorno a sé la voglia di insegnare, di trasmettere qualcosa a coloro ci si aspetta siano il futuro del nostro Paese? Le vede le loro anime accese, vive, piene di voglia di fare, di dire? Questa non è una lettera sdraiata, ma la lettera ben dritta di una ragazza all’ultimo anno di liceo, delusa, polemica, in uscita con un cumulo di nozioni in testa e la certezza di sapere chi non diventare. Eppure ne voleva di cultura, di quella che trasforma la vita, cultura indicata infatti come «luce che fa scattare». Non basterà rispondere che la vita è la fatica di fare «anche» ciò che non appassiona, perché lei la passione non l’ha vista proprio e le sembra di dover fare «solo» ciò che non appassiona, la morte in vita per chiunque, figuriamoci per un diciottenne.

Chiedete ad un ragazzo di oggi quali lezioni frequenta volentieri: vi citerà non l’«in-decente» (professore amicone, complice, che parla di sé e non fa lezione), non l’«in-docente» (colto ma freddissimo), ma il docente che li mette alla prova, che li sfida, che dà molto ed esige molto, che si occupa della loro crescita e non solo dei loro voti, il docente che amano e odiano, e che sceglierebbero autonomamente, se fosse loro consentito. I ragazzi si sdraiano nella scuola degli «in-decenti», e odiano quella degli «in-docenti» (letteralmente coloro che non-in-segnano anche se conoscono in modo ineccepibile la materia). L’in-docenza si nasconde dietro la ripetizione, la formula vuota, il dovere per il dovere, evita la vita, non la seduce, non per portare gli sdraiati verso noi stessi (triste e inutile beffa), ma per raccontare loro il sole, attraverso la luce di occhi posati sì sulle carte ma altrettanto sulle vite, perché raggiungano – singolarmente e insieme – la loro altezza. Prima di discettare sul ridurre di un anno la scuola italiana, per uniformarci (verso il basso) al resto dei Paesi europei (se la sognano una scuola con contenuti come la nostra), dovremmo provare a costruire scuole in cui sia consentito scegliere insegnanti decenti e docenti, come prova a fare qualsiasi mamma che vuole iscrivere il figlio in prima elementare.

sabato 4 marzo 2017

Educare, non solo istruire. Contro il buonismo di Stato

Questa scuola sommamente democratica, che da troppo tempo ha smesso di pretendere, è una scuola sempre più classista. Chi può, infatti, già da tempo manda i figli negli istituti privati, se non all’estero; chi ha meno possibilità ma è consapevole della catastrofe, supplisce con l’impegno personale

di Susanna Tamaro
da articolo : www.corriere.it
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Non so quanti spettatori abbia avuto il nuovo reality della Rai Il Collegio. Non essendo un’esperta di format non so dire quanto di quello che ho visto sia reale o sia invece frutto di una forzatura drammaturgica degli sceneggiatori. Certo che ad assistere alle prestazioni scolastiche di questo drappello di simpatici adolescenti c’è da rimanere davvero turbati. Davanti a una cartina muta dell’Italia, le Marche sono state scambiate per la Puglia e le città citate qua e là senza cognizione alcuna della loro reale posizione. Per non dire della lezione di storia, in cui i ritratti di Mazzini e Cavour risultavano praticamente sconosciuti ai più, o della lezione di matematica in cui un problema di quinta elementare degli anni 60 è stato risolto solo da una ragazza che ha ammesso di amare la matematica. Che questa non sia finzione ma triste realtà ce lo confermano le statistiche internazionali che ci hanno visto precipitare nelle graduatorie Ocse di due punti in un solo anno, relegandoci al 34° posto su 70 paesi. Ci difendiamo a stento nella matematica, mentre nel campo delle lettere e delle scienze l’ignoranza risulta pressoché assoluta. Del resto anche i dati nazionali ci confermano che il numero di persone capaci di leggere un testo e di capirne il significato sia calato di anno in anno in maniera esponenziale. 
Si è parlato molto della Buona Scuola come di una riforma determinante, purtroppo — posto che tutte le riforme sono un segno di buona volontà e perfettibili — non sembra per il momento essere riuscita ad intaccare la degradata fossilizzazione del nostro sistema educativo. Introdurre i tablet, le mitiche lavagne interattive, facendo credere che l’àncora di salvezza stia nella modernizzazione informatica è un po’ come mettere del cerone su un volto ormai devastato dalle rughe. E inoltre, come ben spiega Adolfo Scotto di Luzio nel suo bel saggio Senza educazione, per non far sì che le nostre aule si trasformino in un museo del modernariato l’informatizzazione richiederebbe un enorme impegno economico, impossibile da sostenersi senza il contributo di realtà esterne.
È indubbio che il primo passo verso questo inarrestabile degrado sia da far risalire alla riforma compiuta negli anni ottanta del secolo scorso. Fu allora che la scuola elementare, in omaggio al mondo anglosassone, venne trasformata in primaria, avviandola verso una rapida «liceizzazione», abolendo l’insegnante unica per venire incontro ai sindacati, da sempre gli unici veri interlocutori del Ministero. Così i pensierini sono stati sostituiti dall’analisi del testo, la grammatica — «sul qui e sul qua l’accento non va», ricordate? — è stata rimpiazzata da schede prestampate; al posto delle ciliegie da sommare e delle torte da frazionare sono comparse le corrispondenze biunivoche e le entità equipotenti. Per non parlare del riassunto e del ripetere un testo a memoria: cancellati con un colpo di spugna in quanto richiedevano troppo sforzo. In un mondo che insegue ormai unicamente ciò che è fluido, l’idea che esistano dei principi fondanti nel sapere — gli elementi, appunto, cioè qualcosa di universale e stabile nel tempo — non può che venir considerata obsoleta e anacronistica.
Il disastro dei ragazzi che confondono le Marche con la Puglia, che scrivono, come mi è capitato di leggere in una tesi di laurea «s’eppure» oppure «io, vado, a casa,» e che davanti ad una foto di Mussolini balbettano incerti sul nome. «Maurizio?» e poi si giustificano dicendo, a pochi mesi dalla maturità, «veramente non l’abbiamo mai fatto…» è un disastro partorito da un sistema che, in nome del lassismo, della demagogia, del vivi e lascia vivere «tanto l’importante è il pezzo di carta», ha costantemente abbassato il livello delle pretese. È anche colpa di un sistema politico che ha sempre considerato il Ministero dell’Istruzione come un jolly da tirar fuori dal cappello nei momenti di bisogno, una botta ai sindacati, una botta ai concorsi, un po’ di fumo soffiato in faccia alle famiglie per mascherare che sotto il fumo non c’era nessun arrosto e avanti così, inventando pompose rivoluzioni che, alla prova dei fatti, si sono mostrate, per lo più, drastiche involuzioni. Delle famose tre «I» — Informatica, Inglese, Impresa — che cos’è rimasto? Aule intasate di computer obsoleti e generazioni di ragazzi che dopo tredici anni di studio della lingua e grammatica inglese sono totalmente incapaci di sostenere anche una minima conversazione dell’agognato idioma. La «I» di impresa non la cito neppure perché il più delle volte la sua stessa realizzazione è stata falciata sul nascere da una burocrazia ottusamente elefantiaca e dai capestri delle banche.
Diciamolo una volta per tutte. Questa scuola sommamente democratica, che da troppo tempo ha smesso di pretendere dai suoi studenti — e dunque di educare — è una scuola sempre più classista. Chi può, infatti, già da tempo manda i figli negli istituti privati, se non all’estero; chi ha meno possibilità ma è consapevole della catastrofe, supplisce con l’impegno personale — ripetizioni, corsi estivi, etc. Per tutti gli altri non c’è che la deriva del ribasso, l’andare avanti di inerzia con la costante consapevolezza che impegnarsi o non impegnarsi in fondo sia la stessa cosa.
L’educazione è la vera e grande emergenza nazionale. Non essere gravemente allarmati e non fare nulla per risolverla vuol dire condannare il nostro Paese ad una sempre maggior involuzione economica e sociale. Che adulti, che cittadini, che lavoratori saranno infatti i ragazzi di queste generazioni abbandonate alla complessità dei tempi senza che sia stato loro fornito il sostegno dei fondamenti? Sono stati cresciuti con il mito della facilità, del tirare a campare, ma la vita, ad un certo punto, per la sua stessa natura pretenderà qualcosa da loro e gli eventi stessi inevitabilmente li porranno davanti a delle realtà che di facile non avranno nulla. Allora, forse, rimpiangeranno di non vere avuto insegnanti capaci di prepararli, di educarli.
Già, educare! Termine reietto, spauracchio dell’abuso e della diseguaglianza. Non sarà per questo che in Italia il nostro Ministero, diversamente che in Inghilterra, è chiamato dell’Istruzione non dell’Educazione? Sono la stessa cosa? Non proprio, perché istruire - cito il dizionario della lingua italiana — vuol dire «far apprendere qualcuno le nozioni di una disciplina» mentre educare vuol dire «formare, con l’insegnamento e con l’esempio, il carattere e la personalità dei giovani, sviluppando le facoltà intellettuali e le qualità morali secondo determinati principi». Educare richiede l’esistenza di un principio di autorità, principio ormai scomparso da ogni ambito della vita civile. Chi educa oggi? Le poche famiglie che caparbiamente si intestardiscono a farlo si trovano a vivere come salmoni controcorrente. Il «vietato vietare», con la rapidità osmotica dei principi peggiori, ormai è penetrato ovunque, distruggendo in modo sistematico tutto ciò che, per secoli, ha costituito il collante della società umana.
Dalle maestre chiamate per nome, ai professori ai quali si risponde con sboccata arroganza, al rifiuto di compiere qualsiasi sforzo, all’incapacità emotiva di reggere anche una minima sconfitta: tutto il nostro sistema educativo non è altro che una grande Caporetto. Agli insegnanti validi — e ce ne sono tanti — viene pressoché impedito di fare il loro lavoro, anche per l’aureo principio, tipicamente italiano, per cui un eccellente ombreggia i mediocri che non vogliono essere messi in discussione nella loro quieta sopravvivenza. Abbiamo il corpo insegnante più anziano d’Europa, il gran caos demagogico dei concorsi ha paralizzato il naturale ricambio generazionale e la miserabile retribuzione della categoria ha trasformato l’insegnamento in una sorta di sine cura per molti.
In realtà insegnare è un lavoro altamente usurante, richiede energie enormi, intelligenza della mente e del cuore, passione per la materia e una visione costruttiva del futuro. Fin da subito dunque migliori risorse economiche andrebbero destinate proprio alla classe docente, cominciando a restituire agli insegnanti, oltre alla dignità, l’autorità necessaria per educare veramente le giovani generazioni. Solo così la scuola tornerà ad essere una possibilità di crescita offerta a tutti, e non solo ai pochi privilegiati che si possono permettere la fuga dal demagogico lassismo dello Stato.

lunedì 27 febbraio 2017

Come deve essere un “buon” educatore?

Un buon educatore deve essere fragile, avere la percezione dei propri limiti, deve sentire particolarmente il piacere di stare in contatto con le nuove generazioni, per insegnare e per imparare. La fragilità è la forza della relazione



“La cura e l’attesa” è il titolo del 15° Convegno nazionale di pastorale giovanile, organizzato dal Servizio CEI per la pastorale giovanile a Bologna dal 20 al 23 febbraio. Obiettivo della tre-giorni di lavori, cui hanno partecipato oltre 700 incaricati da oltre 150 diocesi italiane, è costruire il profilo e le competenze dei buoni educatori. “Come deve essere un ‘buon’ educatore?”: a questa domanda ha risposto lo psichiatra Vittorino Andreoli che ha aperto il convegno con una relazione dal tema “Quale adulto per una educazione possibile?”.

Qui l'intervista in originale (da lavoce.it)

Quali sono i requisiti per rendere possibile l’educazione?
“Il primo è far scoprire la vita e la sua bellezza. Educare non è una decorazione o insegnare le buone maniere. Vivere vuol dire sapere che cosa è la vita, il suo senso, che cosa significa, quindi, anche morire. Il concetto di educazione si lega al significato del vivere. C’è poi un altro punto su cui riflettere…”

Quale?
“Decidere chi è l’educatore. L’educatore è uno che deve continuamente essere educato. Un paradosso da risolvere. Non c’è più l’educatore professionista. L’educazione è una relazione tra due persone di generazioni diverse. Educare vuol dire continuamente educarsi, sentire che c’è interesse per l’altro, dedicarsi all’altro; in opposizione al dominio dell’egocentrismo di oggi. Questo tipo di relazione varia a seconda del ruolo. La famiglia ha un ruolo specifico: deve usare l’amore. L’amore vuol dire avere talmente tanto interesse per l’altro che non puoi fare nulla senza. Poi c’è la scuola. L’insegnante deve sentire interesse, sentirsi parte della crescita del ragazzo, e provare gratificazione nel vedere che sta imparando a vivere. Deve avere il gusto dei giovani del tempo presente e avere il gusto che i giovani possano – ecco il paradosso – insegnare. La definizione che di solito si dà oggi dell’adolescente è quella di ‘un problema costoso’. Invece è una risorsa per la mia vita”.

La Chiesa cosa deve essere in ambito educativo?
“La Chiesa ha una funzione fondamentale: aiutare a interpretare la vita. La visione che presenta la Chiesa deve avere due dimensioni. La prima è scoprire il Sacro. La sacralità è qualcosa che abbiamo tutti dentro perché si lega al mistero, alla morte, al dolore. La seconda è quella del Religioso, che è la risposta al bisogno del Sacro. Guardiamo a Gesù di Nazareth e al suo esempio. Il suo comportamento era coerente con il Padre e con la visione del Cielo. Papa Francesco parla di Chiesa in uscita, di prossimità, di intessere reti e relazioni, di costruire ponti. Il Pontefice è un buon imitatore di Gesù”.

Come i giovani, anche gli adulti sono in crisi, non in grado di educare, di insegnare a vivere…
“La crisi è un contenuto dell’educazione. Gli adulti sono da educare. Per educare, allora, bisogna essere fuori dalla crisi? Nemmeno per sogno. Non pretendiamo adulti senza crisi, ma adulti anche in crisi che sappiano, nonostante ciò, trasmettere princìpi fondamentali che sono quelli della vita su questa terra. Non si può pensare di avere oggi una generazione di adulti solida come quelle del passato. Un uomo che è in crisi sbaglia, ma anche l’errore può servire. È la concezione del peccato: un uomo che ha peccato non è da buttare via, perché il Signore lo va a cercare. La via di uscita è l’umanesimo della fragilità”.

Vale a dire?
“La fragilità è la caratteristica della condizione umana di avere desideri che non si realizzano, di porsi domande cui non si danno risposte. Non siamo deboli, ma fragili, e fragile vuol dire aver bisogno dell’altro. Si differenzia dal potente che invece ha bisogno dell’altro per sottometterlo. Il fragile ha bisogno dell’altro perché la sua fragilità, unita a quella dell’altro, dona forza per vivere. Ecco l’umanesimo della fragilità: guai al superbo che pensa di potere tutto! L’educazione deve inserirsi all’interno dell’umanesimo della fragilità. La fragilità capovolge la visione del mondo. La Chiesa insegni la vita secondo la visione di quel Gesù di Nazareth che è di grandissima attualità”.

Un buon educatore, quindi, deve essere fragile?
“Un buon educatore deve essere fragile, avere la percezione dei propri limiti, deve sentire particolarmente il piacere di stare in contatto con le nuove generazioni, per insegnare e per imparare. La fragilità è la forza della relazione".

a firma: Daniele Rocchi

sabato 18 febbraio 2017

THERESE' HARGOT: la nuova schiavitù della rivoluzione sessuale

Pubblichiamo un estratto dell'intervista (qui l'intervista completa) a Therese Hargot, giovane sessuologa belga (classe 1984) con una laurea in filosofia e un master in scienze sociali alla Sorbona. Sposata, con tre figli, Thérèse ama sfidare la vulgata corrente. È fermamente convinta che la rivoluzione sessuale abbia apportato una liberazione senza libertà sicché, in luogo di renderci più liberi, ci ha fatti transitare da una obbedienza all’altra. È quanto espone in "Una gioventù sessualmente liberata (o quasi)"  edito in Italia da Sonzogno. E' forte la sua critica al sesso tecnicizzato, igienizzato, ridotto alla combinazione meccanica dei corpi. Il paradosso, dice la sessuologa belga, è che la sessualità non è mai stata tanto “normata» come nel nostro tempo per via del combinato disposto tra il culto della performance (imposto dall’industria pornografica) e l’ansietà derivata da una morale igienista


.....Thérèse Hargot è fortemente critica anche della “morale del consenso», per la quale ogni atto sessuale va considerato un atto libero nella misura in cui è “voluto».
TH : "Secondo un diffuso senso comune, oggi il consenso individuale è il solo criterio che permette di distinguere il bene dal male. Je consens, donc je suis, dice Michela Marzano: acconsento, dunque sono. Questo nuovo “cogito» permissivo induce gli adulti ad abdicare alla loro funzione educativa e con la sua estensione indiscriminata mette in serio pericolo l’infanzia: “Coi nostri occhi di adulti, tendiamo talvolta a considerare in maniera tenera la liberazione sessuale dei più giovani, meravigliati dalla loro assenza di tabù. In realtà subiscono delle enormi pressioni, non sono affatto liberi. La morale del consenso in linea di principio è qualcosa di giustissimo: si tratta di dire che siamo liberi quando siamo d’accordo. Ma abbiamo esteso questo principio ai bambini domandando loro di comportarsi come degli adulti, capaci di dire sì o no.
Ora, i bambini non sono capaci di dire no.
Nella nostra società c’è la tendenza a dimenticare la nozione di maturità sessuale. È molto importante. Al di sotto di una certa età riteniamo che vi sia una immaturità affettiva che non rende capaci di dire “no». Non c’è consenso. Bisogna davvero proteggere l’infanzia».
Andando controcorrente, la giovane sessuologa arriva ad esaltare i metodi naturali, biasima il discorso femminista e la medicalizzazione del sesso indotta dalla pillola. Quest’ultima viene elevata a “emblema del femminismo, un emblema della causa delle donne». Ma della bontà di un simile feticcio, afferma tranchant, “c’è da dubitare, visti gli effetti sulla salute delle donne e sulla loro sessualità! Sono le donne che vanno a modificare il proprio corpo, e mai l’uomo. È una cosa completamente iniqua. È in questa prospettiva che mi interessano i metodi naturali, perché sono i soli a coinvolgere equamente l’uomo e la donna. Sono basati sulla conoscenza che le donne hanno del loro corpo, sulla fiducia che l’uomo deve avere nella donna, sul rispetto del ritmo e della realtà femminili. Lo trovo in effetti molto più femminista che non distribuire un medicinale a donne in perfetta salute! Facendo della contraccezione una faccenda unicamente femminile, abbiamo deresponsabilizzato l’uomo».
Non fa eccezione a questo quadro la pratica dell’utero in affitto, “perché sopprimere la madre sarebbe l’ultima tappa del dominio maschile», osserva la sessuologa-filosofa. Con la Gpa “un uomo può creare la vita senza una donna. Certo, ha ancora bisogno del “corpo femminile», ma non si tratta più di una donna, cioè di una persona umana che per principio non può essere utilizzata come un mezzo, quali che siano il fine e le modalità. Dopo il sesso con la prostituzione, le ovaie con la riproduzione artificiale, l’utero è l’ultimo bastione conquistato dalla volontà di disporre del corpo delle donne. La sottomissione delle donne a scopi commerciali o caritatevoli tocca il suo apogeo. Da madre diventa operaia, da donna diventa serva che risponde ai comandi e alle esigenze di coloro a cui appartiene il progetto di paternità».

sabato 11 febbraio 2017

Tecnologia digitale: consigli per l'uso. Il nuovo libro di Manfred Spitzer


«Siamo malati di cyber, ma Spitzer condanna gli eccessi d'uso della tecnologia, perchè, come in medicina, è la dose che fa il veleno...» 

Frankfurter Allgemeine 


Presentiamo un libro interessante che affronta un tema molto delicato: l'utilizzo della tecnologia in dosi utili. L'autore è Manfred Spitzer ed il libro è "Solitudine digitale. Disadattati, isolati, capaci solo di una vita virtuale?" edito da Corbaccio (Milano 2016, pagine 432, Eur 19,99)


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In questo nuovo libro, Spitzer  continua lo sforzo di renderci coscienti dei rischi a cui andiamo incontro.
A fronte dei messaggi generalizzati sulle straordinarie possibilità e potenzialità degli strumenti su citati non esita a definire tali messaggi come risultati delle più potenti lobby internazionali dei produttori di tali strumenti (hardware e software) e a paragonare tali messaggi a quelli delle lobby dei produttori di sigarette che periodicamente pubblicavano risultati di ricerche per cui il fumo non era poi così dannoso per la salute.
Manfred Spitzer è nato nel 1958, è laureato in Medicina e Psichiatria, è stato
visiting professor a Harvard e attualmente dirige la Clinica psichiatrica e il Centro per le Neuroscienze e l'Apprendimento dell'Università di Ulm.
Egli riconosce che nella clinica dove lavora, la donna delle pulizie usa il computer per ordinare i detersivi, le infermiere per archiviare i documenti, i medici per qualunque cosa, e anche i dirigenti non possono permettersi il lusso di
non lavorare con il computer. In breve: il computer è ormai necessario quasi in qualunque occupazione.
Sarebbe dunque auspicabile che già a scuola si imparasse l'uso dei media digitali e si potesse ottenere una specie di patentino
ad hoc. Ma computer e internet non vengono visti solo come strumenti per compiere determinati lavori, bensì come strumenti di apprendimento grazie ai quali l'educazione dei bambini finalmente avverrebbe in maniera automatica dopo millenni di estenuanti predicozzi. Molti genitori insicuri comprano ai figli un computer solo per questo motivo. Vogliamo che i nostri figli abbiano più possibilità di noi. Per questo non vogliamo negare loro ciò che può farli andare avanti nella vita. Chi non sa usare un computer è escluso dalle innovazioni della società moderna (come chi è analfabeta).
In realtà, dice l'autore proprio all'apertura di questo libro: «Già alcuni anni fa, tra tv, computer, video e
console di gioco, i giovani tedeschi trascorrevano sette ore al giorno davanti agli schermi. La vertiginosa diffusione degli smartphone negli ultimi cinque anni ha modificato questo dato soltanto riguardo a un aspetto: un ulteriore e massiccio incremento dell’utilizzo di tecnologie informatiche digitali. Del resto, lo smartphone è sempre con noi ed è sempre a portata di mano. Se abbiamo bisogno di un’indicazione, non ci rivolgiamo più a un passante, non chiediamo più aiuto a un conoscente per la risoluzione di un problema: come si usa questa lavatrice? per esempio. Poniamo la domanda allo smartphone e, nel giro di una frazione di secondo, riceviamo la risposta dalla «nuvola», per usare il termine con cui oggi amiamo chiamare le gigantesche banche dati collocate da qualche parte nei deserti del mondo. Le tracce che lasciamo nello spazio cibernetico vengono registrate, memorizzate e analizzate. Persino quando usiamo lo smartphone solo come torcia, esso raccoglie e invia dati su di noi, dati che vengono poi interpretati, venduti e usati indebitamente, come sappiamo dalle rivelazioni che il collaboratore della National Security Agency (NSA) Edward Snowden ha rilasciato nell’estate del 2013».
L'autore, attraverso il continuo riferimento a studi scientifici, ci guida a riconoscere gli effetti di ore di permanenza davanti ai televisori, ore di uso degli
smartphone da lui rinominati i «coltellini svizzeri» dell'era dell'informazione, ore spese con i video giochi e con internet, in altre parole a riconoscere quella che lui chiama la «dipendenza senza sostanze».
Passa poi a farci conoscere l'utilizzo che viene fatto dell'analisi degli usi, sopra ricordati, da parte dei possessori di questi cosiddetti
big data. Nel precedente libro aveva detto: «se non paghiamo niente per una certa prestazione, allora non siamo clienti, bensì la merce che viene venduta.» In sintesi big data, big brother e fine della privacy.
Si prendono quindi in esame i tipi di
stress conseguenti agli usi sfrenati su citati e qui l'autore ci ricorda che lo stress è perdita di controllo. Con le tecnologie digitali abbiamo ottenuto il controllo di quasi tutti gli aspetti della nostra quotidianità in cambio della sensazione vaga e diffusa di non aver più in pugno la nostra vita, e in cambio di una vita prevalentemente isolata e solitaria.
Si parla di cyberstress da smatphone e da facebook e cybermobbing e cyberstalking. A fronte di ansie e fobie generate dagli usi smodati delle tecnologie digitali vi sono anche evidenze di usi umanitari di tecnologie come facebook, per esempio dopo il terremoto di Haiti e il terremoto dell'Aquila in cui molte persone si servirono dei social network per mantenere saldi quei rapporti sociali che prima si sviluppavano nell’immediata prossimità, oppure per crearne di nuovi.
Un altro rischio documentato dell'uso improprio della disponibilità di informazioni attraverso i media digitali viene qui definito «cybercondria» cioè la paura di soffrire di una malattia grave che insorge nei pazienti quando usano i motori di ricerca.
Speciale attenzione deve essere dedicata ai bambini, perché il loro sviluppo è tanto più possibile quanti più sono gli stimoli sensoriali offerti. La scienza ha dimostrato che lo sviluppo linguistico avviene maggiormente nell'udire e vedere i genitori parlare. In altre parole una storia letta è molto più efficace che una storia vista da un DVD o letta da un
e-book magari attraverso funzioni speciali tipo read me.
Un ulteriore approfondimento è dedicato al percorso dal comprendere al pensare. L'autore ci ricorda che se si chiede a un bambino di quattro anni di tenere in mano uno spillo, una penna, una chiave, un uovo o un secchio, oppure di aggrapparsi a una sbarra, automaticamente e con incredibile sicurezza egli eseguirà sei tipi differenti di presa, che in medicina hanno nomi precisi perché coinvolgono muscoli, tendini e nervi differenti. Diversamente, passare una mano su una superficie piatta e dunque senza alcuna caratteristica particolare è la cosa più semplice che un bambino possa fare.
Quale utile generalizzazione dovrebbe imparare il nostro cervello da tutte queste esperienze di
swipe? Che tutti gli oggetti del mondo sono uguali al tatto e che, qualunque sia il loro aspetto, si maneggiano allo stesso modo? Ma qualcuno invece sostiene che: «senza bisogno di tastiere e solo per mezzo del touch-screen, abbiamo subito a disposizione, con un solo click, tutte le opzioni di internet e le app. Non è più indispensabile possedere competenze di lettura e scrittura per fruire dei contenuti, il menù spesso configurato con simboli visivi ne consente potenzialmente l’uso anche ai bambini in età prescolare».
L'ossessionante introduzione di mezzi digitali nelle scuole che risultati sta portando?
Gli studi sull’introduzione dei computer a lezione sono deludenti o addirittura imbarazzanti e non giustificano in alcun modo gli investimenti sulle tecnologie informatiche digitali. Anche le ulteriori argomentazioni a sostegno di tali investimenti – trasmissione di competenze mediatiche e garanzia di pari opportunità per i bambini delle classi sociali svantaggiate – non trovano alcun fondamento empirico nei dati raccolti. Senza esagerare si documenta una gioventù distratta, ignorante e sedentaria.
Prima di arrivare alle conclusioni l'autore ci illustra ancora tre effetti concreti dell'uso dei mezzi digitali sulla nostra vita.
L'insonnia digitale causata da impedimento e interruzione del sonno, disturbi nell’addormentamento per via di eccitazione e contatti sociali, influsso negativo della luce blu.
Il cosiddetto
cybersex ovvero sexting cioè scambio via internet di testi e immagini a sfondo sessuale, pornografia digitale e sex on demand, forma del tutto nuova di contatti sessuali.
La solitudine digitale conseguenza dei contatti umani mantenuti attraverso altoparlanti e schermi – che si tratti di
e-mail o skype, di facebook o di chatroom, di smartphone o di PC – e che non possono sostituire il contatto reale con le persone, perché vi rimangono escluse tutte le esperienze sensoriali dirette.
Il libro è un ottimo strumento per riconoscere usi deviati e devianti degli strumenti digitali e se non è in grado di vietare il peggio è sicuramente utile per informarci correttamente dato che ogni affermazione è supportata da studi ed esperimenti scientifici con risultati documentati.
Potrebbe inoltre aiutarci ad assumere, per noi e per i nostri figli, un comportamento ragionevole mostrando che è possibile una realtà in cui non siamo reperibili 24 ore su 24, non abbiamo migliaia di amici che non conosciamo e i cui messaggi ci arrivano solo se c'è un computer che lo desidera; non siamo sotto il controllo di un dispositivo che ci dà molte possibilità ma, allo stesso tempo, ci dice giorno e notte cosa dobbiamo fare e in più ci spia meglio di quanto possano fare i servizi segreti di tutto il mondo.

venerdì 3 febbraio 2017

La lucida analisi del prof. Galli della Loggia sulla crisi del sistema scolastico



Rilanciamo un estratto dall'interessante articolo del prof. Ernesto Gali della Loggia pubblicato su Corriere della Sera il 15 gennaio 2017

(qui puoi leggere l'articolo originale  e completo: QUI)


L’abbandono della scuola al tempo dell’abdicazione della politica
Dagli anni Ottanta i poteri dei ministri sono passati agli esperti, cancellando nei programmi ogni valenza formativa. E, per gli alunni, l’insegnamento ora è insignificante (di Ernesto Galli della Loggia)
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Quali sono le ragioni profonde della crisi radicale che in Italia ha colpito l’istruzione, la sua organizzazione e si direbbe la stessa dimensione educativa? Le opinioni differiscono parecchio ma per capire davvero credo sia necessario fare ciò che solitamente non si fa: riprendere il discorso dall’inizio, riandare alla storia. La scuola che noi conosciamo, la scuola pubblica (una qualifica, va sottolineato, che significa non solo aperta a tutti, ma anche volta a un fine collettivo, a un interesse pubblico, appunto) non nasce da una decisione di tipo culturale o educativo. Nasce da una decisione politica. Quando cioè nel corso del XIX secolo, per sottrarre la formazione dei giovani all’egemonia fin lì esercitata dalla religione e in particolare dalla Chiesa cattolica, le élite politiche protagoniste delle rivoluzioni liberali decisero che doveva essere il loro nuovo Stato in prima persona, e attraverso un proprio personale, ad occuparsi dell’istruzione. Allo scopo precipuo non già di assicurare la trasmissione e la diffusione del sapere (c’era anche questo ovviamente, ma non era l’essenziale), bensì di formare i cittadini dei tempi nuovi. Di formare le loro coscienze e con esse quindi lo spirito pubblico del Paese: promuovendo un minimo di autonomia individuale per tutti con l’insegnare a leggere, scrivere e far di conto; e per i giovani della futura classe dirigente avvalendosi dello strumento reputato il più adatto a inculcare i valori della «civiltà moderna» che quelle élite intendevano rappresentare.
Radici classiche
Vale a dire un’educazione di tipo laico-umanistico con fortissime radici nella classicità, sia pure allargata a un consistente nucleo di sapere scientifico. Da questa decisione tutta politica è nata la nostra scuola: non a caso, sono i Paesi di tradizione cattolica quelli dove ancora oggi si registra la statalizzazione più piena e ideologicamente convinta di tutti i gradi dell’istruzione. È superfluo chiedersi se tutto ciò sia stato un bene o un male. Le cose non potevano che andare così. È assai più importante, credo, essere consapevoli che nella specifica realtà storica dell’Italia otto-novecentesca quella scelta si è mostrata quanto mai pagante. Sul medio-lungo periodo, infatti, essa è servita a formare una coscienza dell’identità nazionale sufficientemente ampia, a dare vita a una classe dirigente più o meno culturalmente omogenea, nonché a costituire un ethos dell’appartenenza statale e dei suoi obblighi capace di mettere qualche radice. Ma non solo, se si pensa che un Paese inizialmente sommerso dall’analfabetismo e dalla povertà delle attrezzature, quale era il nostro, riuscì in un secolo a raggiungere traguardi non proprio spregevoli anche da un punto di vista strettamente culturale e nell’ambito della ricerca scientifica.
Chi decideva gli ordini di studio
Tutto ciò, ripeto — dalla nascita dello Stato italiano fino a un dipresso al 1960 — è accaduto per l’impulso e sotto la direzione della politica. Rappresentata istituzionalmente da un ministro con il pieno potere di decidere l’articolazione dei vari ordini di studio e, salvo che per l’università, di stabilirne i programmi; di fissare i requisiti necessari per potervi insegnare nonché di organizzare le modalità per accertare i medesimi requisiti; dotato infine del potere disciplinare e di controllo su tutto l’insieme attraverso la rete dei provveditorati a lui facenti capo. Se qualcuno pensa che tale ministro fosse una specie di khan tartaro, sbaglia. Nell’età liberale e poi nella democrazia repubblicana è stato semplicemente un ministro che come tutti i ministri traeva il proprio potere da una maggioranza elettorale e rispondeva politicamente al Parlamento di ciò che faceva.
Investimento collettivo
È questo edificio che ha iniziato a sbriciolarsi negli anni Sessanta-Settanta per poi scomparire del tutto nel nuovo millennio. In ragione di una causa semplice e insieme complessissima: l’irruzione nel nostro Paese della democrazia di massa. Destinata in questo caso a prendere due forme. Da un lato l’esplosione di un fortissimo investimento collettivo, tanto ideologico che simbolico, sull’ambito dell’istruzione: con l’erompere di un esteso e profondo desiderio di ascesa sociale (vedi l’impennata delle iscrizioni scolastiche o «le 150 ore»), con il sogno egualitario che sempre è alimentato dalla democrazia (vedi parole d’ordine come il «6 politico», il no alla «selezione» o alla «scuola di classe» ecc.), infine con le aule divenute culla di una fraternità giovanile potenzialmente ostile a ogni autorità, vogliosa di essere «libera» e di «contare». Dall’altro lato, l’irrompente democrazia di massa prese la forma di un’inedita mobilitazione politica di larghi settori di ceto medio, nel nostro caso i docenti della scuola pubblica. Dei quali la parte migliore (e minore) si mosse alla ricerca di un riconoscimento di ruolo e di gratificazioni professionali nuove in armonia con i dettami culturali dei tempi; la parte maggiore, invece, conscia dei possibili vantaggi offerti dalla situazione creatasi, si limitò a essere supinamente consenziente. Tutti furono in realtà lo strumento del solo potere che da lì in poi avrebbe dominato la scuola italiana: il sindacato.
(…….)
Vacuo cosmopolitismo
A logico completamento del tutto, la sostanziale abdicazione della politica pure in merito alla stesura dei programmi, lasciati da tempo alla pressoché unica responsabilità «tecnica» di un manipolo di «esperti», assertori ovviamente del carattere esclusivamente «scientifico» delle proprie scelte. Le quali, inutile dirlo, neutrali però non lo sono per niente. In realtà, infatti, il nucleo delle materie non scientifiche che oggi si insegnano nelle nostre scuole è stato radicalmente depurato di qualsivoglia narrazione connessa non dico a una «tradizione», ma assai spesso neppure a un canone o a un percorso di tipo «nazionale» e caso mai «occidentale». Così come è stata cancellata da quei programmi ogni potenziale valenza eticamente o spiritualmente formativa che non sia ispirata al politicamente corretto dominante e al più vacuo cosmopolitismo. Dovunque, poi, una ingenua tendenza a formalizzare secondo stereotipi dal sapore strutturalista, e l’allusione velleitariamente colta. Questo è l’orientamento prevalente della scuola italiana attuale, ormai interamente nelle mani degli «esperti». I tentativi in direzione timidamente contraria osati da qualche ministro della Destra ha costituito una minuscola eccezione: che ha confermato la regola ma non ha cambiato realmente nulla. Alla fine, la cancellazione dell’aggettivo «pubblica» apposto al sostantivo «istruzione» — che fino a qualche tempo fa, ma ora non più, caratterizzava la denominazione ufficiale del dicastero preposto per l’appunto a quell’ambito — si rivela l’adeguata esplicitazione lessicale del congedo della politica dall’istruzione stessa.
Dimensione a a dimensione tecnico-operativa
È in tale congedo che sta il cuore autentico della crisi della scuola italiana (simile ma non eguale a quella di molti altri sistemi scolastici dell’area euro-occidentale). Esso ha voluto dire la perdita di qualsiasi orizzonte generale, la rinuncia a rendere l’istruzione il momento centrale della riproduzione sociale in senso alto, al tentativo — si può immaginare quanto temerario: ma forse proprio per questo degno di essere perseguito — di fare di essa la matrice del carattere e della personalità. La scuola attuale, invece, è sempre più giudicata insignificante a cominciare dai suoi stessi alunni e dai loro genitori, perché essa per prima, illudendosi di guadagnarne chissà quale libertà, ha rinunciato al suo massimo significato, ha accettato il proprio declassamento a una dimensione puramente tecnico-operativa, quando va bene a dispensatrice di saperi anziché di cultura. Ha acconsentito, sta acconsentendo, alla tendenziale sostituzione di un docente con un computer. Mentre ormai, quasi come in un fatale gioco di specchi, la politica partecipa pur essa a questo inabissamento nel negativo: con il vicepresidente del Senato e presidente del Consiglio in pectore in caso di vittoria grillina, l’onorevole Di Maio, il quale, riferiscono le cronache, tra uno «spiano» e uno «spiassero» si affanna a indovinare come diavolo faccia la terza persona plurale del congiuntivo presente del verbo «spiare», ma non ci riesce nemmeno al terzo tentativo.

martedì 31 gennaio 2017

La motivazione come strumento nell'educazione




(......) la motivazione è la leva sulla quale insistere per ottenere un risultato nel campo dell’educazione. Chi ha responsabilità educative adopererà la motivazione su se stesso in quanto spinto dal bisogno di educare ma soprattutto l’userà sul beneficiario dell’educazione all’interno di un progetto finalizzato al suo inserimento sociale ed alla conoscenza.
Per chi educa essere motivato è vitale: rappresenta il punto di partenza da cui agire per generare un circolo virtuoso che influisca sulle motivazioni del figlio. E’ da supporre che per un genitore sia naturale essere mosso da questa forza. A ben guardare, però, anche per un padre od una madre la spinta può essere incostante a causa di fattori che cercherò brevemente di riassumere di seguito.

ANSIA: Può essere considerato il primo dei fattori ostacolanti. L’insicurezza, fonte dell’ansia, dovrebbe essere distinta dal dubbio. La prima genera, infatti, paralisi nel perfezionamento di un’azione (nei casi estremi), si manifesta contemporaneamente all’azione stessa ed interferisce negativamente, comportando, eventualmente, una distorsione nella percezione dei risultati.
Il “dubbio”, se non patologico, può invece intervenire in modo positivo poiché sorge DOPO valutazione delle conseguenze di un’azione ed è motivo di revisione delle azioni successive e di correzione di eventuali errori precedenti.
In definitiva mentre un ”insicuro” non inizia o non progredisce, un “dubbioso” modifica e migliora.
Il genitore ansioso è pervaso, in genere, da una sgradevole sensazione di inadeguatezza. L’effetto limitante sui rinforzi positivi è dovuto alla sua scarsa obiettività nella valutazione dei risultati ottenuti nel percorso. Si genera un circolo vizioso nel quale la motivazione viene soffocata dalla paura di commettere errori. In queste condizioni possono verificarsi tre evenienze:
1) la motivazione rimane ma l’azione è scoordinata ed incostante nel tempo. Il soggetto è quindi poco gratificato dal compito che si è assunto, interpretandolo come infruttuoso, pesante. Il rischio è dato da un cedimento che può evolvere verso una “paralisi educativa”, nella quale la tentazione più forte è quella di iperproteggere il figlio nel timore che ogni sua nuova esperienza  costringa il genitore ad un adeguamento.
2) La motivazione rimane forte ma il senso di inadeguatezza costringe l’educatore a scaricare su altri la responsabilità dell’educazione (scuola, amici, nonni, ecc.) . In questo caso, venendo meno l’ansia (poiché non c’è azione diretta) il soggetto può divenire ipercritico rispetto ai risultati ottenuti dal figlio e nei confronti di chi è stato caricato della responsabilità. In tale situazione sarà la motivazione di chi impara ad essere minata alla base da critiche dei metodi e dei risultati.
3) La motivazione ad educare si spegne, soffocata da una percezione gravemente distorta dei risultati che, per retroazione, genera nel soggetto una sensazione di inutilità degli sforzi. In questo caso il figlio non fruirà dei rinforzi che l’educatore ha il compito di somministrare: in pratica dovrà ricercare, con intuibili difficoltà, gratificazioni e correzioni al di fuori dell’ambito familiare, rivolgendosi dove è più semplice ottenere conferme (ad esempio facendo capo a compagni di età maggiore, con immaginabili conseguenze).

INTERFERENZE AMBIENTALI SVALUTATIVE: insorgono quando, nell’applicazione pratica di una strategia educativa, si riscontrano, da parte dell’ambiente e della società, critiche sul metodo e svalutazioni dei risultati. La motivazione del genitore può subire contraccolpi tanto più forti quanto più la recettività alle opinioni altrui è sviluppata. Il terreno più fertile è rappresentato dal genitore ansioso (vedi prec.). Senza considerare le buone intenzioni di chi si erge a giudice, l’educatore, per non esserne influenzato negativamente, dovrebbe usare le critiche come strumento a suo vantaggio. Se il progetto educativo che persegue è ben strutturato nei suoi fondamenti, tutto ciò che interviene dall’esterno a turbare gli equilibri ha la funzione di termine di paragone, sul quale rafforzare le proprie convinzioni o, se del caso, rivederle (vedi differenza tra insicurezza e dubbio). Risulta di facile comprensione che, nel caso di un progetto educativo confuso, le interferenze possano modificare o minare non i particolari ed i collaterali del metodo, ma il metodo stesso, rallentando o bloccando il progresso dell’azione. 

L'articolo completo è sul blog del Dott. Stefano Tasca : QUI

martedì 24 gennaio 2017

Incontri di orientamento familiare a Ferrara. Dal 26 gennaio



Quattro interessanti incontri di orientamento familiare organizzato da As.e.o.f., un’associazione a carattere volontario e senza scopo di lucro, con il fine di promuovere la famiglia attraverso attività di formazione e orientamento rivolte a figli,  genitori, insegnanti ed educatori.
 
Gli incontri si terranno a Ferrara
Casa di Cultura "Giorgio Cini"
Via Santo Stefano 24, Ferrara

Il mondo dei giovani: il rapporto con i genitori e il fidanzamento
giovedì 26 gennaio ore 18,30
incontro con don Ugo Borghello
Grande esperto dell'amore umano, Don Ugo è un sacerdote che conosce il cuore dell’uomo come pochi, vale la pena ascoltarlo. ma vale poi la pena anche leggere i suoi tanti libri un dedicati ai fidanzati e agli sposi.


Emergenza educativa: perchè oggi è necessario un progetto educativo
giovedì 16 febbraio ore 18,30
incontro con dott. Paolo Fontana

Paolo Fontana ha dedicato buona parte della sua vita a studiare i temi della famiglia e dell'orientamento familiare: da molti anni, con successo porta avanti corsi di orientamento molto seguiti da genitori e sposi.


La questione demografica e la famiglia come risorsa per la società
giovedì 9 marzo ore 18,30
incontro con Prof. Leonardo Allodi

Docente all'Università di Bologna, il prof. Leonardo Allodi, è un profondo conoscitore e studiosi dei temi della famiglia e della società che si sta trasformando di fronte alle sfide che derivano dalla globalizzazione.


“Semplicemente una mamma”
giovedì 23 marzo ore 18,30
incontro con Annalisa Sereni

Medico, mamma e anche moglie: le tre M di Annalisa Sereni erano il suo ideale di bambina. Ora sono la sua realtà, che come sempre succede, magari non è come lo immagina da bambina. Ma forse è ancora più bello così. Tutto questo Annalisa lo racconta in un libro uscito nel ottobre 2015 e ancora oggi molto letto: "Semplicemente una mamma" (ed. San Paolo)