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testo

“Noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera,

lasciata all’iniziativa privata e ai comuni.

La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola

è indipendente dal controllo dello Stato”

Antonio Gramsci, Grido del Popolo, 1918

sabato 13 luglio 2019

Daniela Lucangeli: il senso di colpa e il diritto all'errore

"Non c’è soltanto l’alto funzionamento cognitivo
ma c’è l’alta sensibilità umana
e in questa alta sensibilità 
possiamo trovare una grandissima saggezza
che ci è stata tramandata"

(Daniela Lucangeli)




mercoledì 3 luglio 2019

“Superpotere”, parla di Beatrice e di tutti quelli che si sono sentiti diversi ed incompresi a scuola

Beatrice è una ragazza che ha talento, cuore e testa in un corpo di 18 anni: canta, suona, compone e recita con intensità. Condividiamo la sua canzone unita alla lettera di presentazione:


“Ciao a tutti, mi chiamo Beatrice Lambertini, ho 18 anni e abito a Bologna. Fin dalle scuole elementari facevo molta fatica in matematica e ricordo che quando la maestra entrava in classe mi veniva ansia, non riuscivo quasi a respirare, per paura che mi chiamasse alla lavagna e mi sgridasse davanti a tutti. Facevo nuoto agonistico, quando andavo ad allenamento non riuscivo a leggere il cronometro e non riuscivo a partire quando mi veniva richiesto. Gli allenatori mi dovevano sempre dare il via.

Alle medie ho fatto dei test orali e scritti, ed è risultato che sono discalculica. All’inizio mi sentivo un errore e mi si è abbassata l’autostima. Avevo paura di andare alle superiori e avevo paura di come mi avrebbero giudicato i miei nuovi compagni. Infatti sono stati anni difficili perchè io ed altri ragazzi venivamo emarginati e presi in giro, io non volevo più andare a scuola. I disturbi specifici dell’apprendimento possono influenzarti non solo a scuola, ma anche nella vita di tutti i giorni. Per ognuno è diverso, ma per me è difficile avere cognizione del tempo, infatti perdo sempre l’autobus. Ma questo non vuol dire essere stupidi, anzi. Le persone con DSA sono intelligenti come gli altri ed ognuno di noi ha il proprio talento.

Nella musica ho trovato un mondo bellissimo in cui posso essere me stessa. Una delle canzoni che ho scritto si intitola “Superpotere”, parla di me e di tutti coloro che si sono sentiti diversi ed incompresi. Spero che questa canzone possa aiutare bambini, ragazzi, genitori e chiunque stia attraversando un periodo difficile. A volte ciò che crediamo siano i nostri punti deboli, possono essere invece le nostre più grandi forze e doti. Possono essere i nostri superpoteri.”


mercoledì 26 giugno 2019

Compiti per le mancanze (Letti da rifare 65, Alessandro D'Avenia)

Molto interessante l'articolo pubblicato da Alessandro D'Avenia lunedì 24 giugno all'interno della sua rubrica "Letti da Rifare"  (ogni lunedì su "Corriere della Sera".

Ne pubblichiamo una sintesi, mentre l'intero articolo è leggibile qui


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Le «mancanze» di creatività, generosità, iniziativa, sono strettamente collegate alla mancanza di «sentimento della vita» e non uso «sentimento» per indicare un’emozione, ma la relazione profonda di cuore e testa, uniti, con l’essenziale. Siamo l’unico essere al mondo che «si sente vivere», cioè capace di dire: quello a cui accade questa cosa sono io. Quindi più entro in contatto profondo con «i materiali della vita» più si approfondisce il mio sentirmi vivere, cioè il senso della mia vita, l’unica cosa capace di renderci felici perché ci strappa dall’indifferenza, il cancro della vita spirituale. Non dimenticherò mai le fughe dalla finestra nell’ora del coprifuoco pomeridiano durante la villeggiatura al mare. Avevo sei o sette anni e mi obbligavano a riposare per recuperare le forze prosciugate dal sole e dal sale ma, quando calava il silenzio, aprivo cautamente la serranda e sgattaiolavo fuori. Camminavo senza meta, esplorando la natura circostante e mi spingevo fino alle dune che nascondevano il mare, mi sembrava tutto pericoloso e straordinario. Studiavo ogni cosa: rumori, animali, reperti; inseguivo lucertole, scarabei e farfalle; inventavo giochi, avventure e tesori. Mentre scrivo questi ricordi sento gli odori e vedo i colori, tanto sono impressi nella mia memoria. Qualche estate dopo, tredicenne, in quella stessa stanza ci rimanevo volentieri perché mio fratello mi aveva prestato un libro che rapiva le ore del coprifuoco pomeridiano. Mi immergevo nelle 1.200 pagine del Signore degli Anelli con lo stesso stupore con cui anni prima scappavo per esplorare il mondo frastornato dalla calura e dalle cicale. Nell’uno e nell’altro caso si trattava di due ore, come quelle di Calvin, dedicate alla scuola dello stupore: la parola scuola viene dal greco scholè, che significava «tempo libero». La densità di ciò che mi veniva incontro era tale che si trattava di veri e propri «eventi», cioè quei fatti che si impongono all’attenzione perché talmente «traboccanti di significato» da diventare chiamate alla vita. In quelle ore ho maturato un profondo «sentimento della vita»: avventura, esplorazione, silenzio, osservazione, lettura, stupore, paura, solitudine buona… Ho imparato a incontrare le cose semplici ed essenziali, e a cercarle in tutto ciò che faccio. Questo mi ripara da quella artificiosa complicazione oggi spacciata per intelligenza e profondità e che, spesso, è il contrario: pigrizia di fronte alla verità che si offre ai nostri occhi. Per esempio, a scuola, abbiamo sotto gli occhi l’essenziale, il traboccante di significato: i ragazzi, e invece di occuparci di loro, siamo più preoccupati da programmi, burocrazia e chissà cos’altro, per poi nasconderci dietro analisi raffinatissime sul perché i giovani d’oggi siano ridotti così… Una vera rivoluzione non comincia mai dalla distruzione ma da un rinnovato atto di comprensione dell’evidente: com-prendere vuol dire «prendere insieme» qualcosa, testa e cuore uniti. Dovremmo ricordarlo noi italiani, che possiamo indicare, con un unico verbo, sia l’azione di capire qualcosa («ho compreso il punto») sia quella del sentirne la vita («ti comprendo»).

giovedì 13 giugno 2019

La famiglia, l'educazione familiare, é scuola di realismo

Tratto dal libro "Educazione e insegnamento - statalismo o libertà" di Estanislao Cantero Nuñez (Ed. Speiro, Madrid 1972) riportiamo qui la prima parte del capitolo II ("A chi spetta insegnare")

(intera traduzione del libro qui - tradizione di David Botti)

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Michel Creuzet ha esposto con perfetta chiarezza le ragioni per cui é alla famiglia che compete l’educazione dei figli, ponendo in risalto quattro ordini di motivi:
- il perfezionamento della vita umana,
- l’attitudine naturale dei genitori ad educare,
- il naturale equilibrio dell’ambiente familiare,
- la prova dei fatti.
L’uomo, dal momento della nascita, si muove nell’ambiente familiare; appartiene alla famiglia. E’ vero che fa anche parte di una società, di una nazione e che é suddito di uno Stato; ma é la famiglia - di fatto e di diritto - dove prima vive e si sviluppa. L’istinto di conservazione e, in genere, le qualità che gli animali hanno sin dall’infanzia, sono completamente assenti dal bambino. Egli necessita delle cure della famiglia, in particolare della madre, per i suoi primi anni. La famiglia é incaricata dalla natura stessa di badare e guidare il bambino nel corso della sua crescita e formazione: é in essa che prima e primordialmente acquisisce quegli abiti che l’educazione gli deve impartire.
Il bambino acquisisce le prime conoscenze in famiglia. Come scrive Michel Creuzet "il primo risveglio del suo spirito ha come centro la famiglia. I genitori non sempre possiedono la capacità di elevare il livello delle sue conoscenze di molto. In ciò potranno venire aiutati da altre comunità. Ma il fatto é che, normalmente, é nella famiglia in cui si assorbono le prime conoscenze, soprattutto stando vicino alla madre. Ivi si acquisisce il senso della realtà, il buon senso, di cui il giovane avrà tanto bisogno nel momento della sua formazione intellettuale, se vuole rimanere equilibrato".
E’ nella famiglia in cui "si acquisisce, normalmente, il senso della verità. I genitori degni di questo nome combattono le bugie sin dall’infanzia. Siccome amano i propri figli e figlie, non tollerano che la visione soggettiva delle cose, i sogni, prendano il sopravvento sulla realtà" (3).
La famiglia, l'educazione familiare, é scuola di realismo. Non può acconsentire, e non acconsente, a che l'utopia s'imponga sulla realtà. E' in essa che la natura - cioè le abitudini e la ragione, che sono elementi dell'educazione - ottiene il miglior sviluppo per il bambino, in quanto mezzo più naturale.
Nella famiglia si raggiunge il perfezionamento della vita umana in modo molto migliore che al di fuori di essa, per quanto "perfezionati" siano i centri nei quali si "rinchiudano" i bambini, perché una delle caratteristiche della famiglia é l'amore che unisce i suoi membri.
Quest'amore rende possibile la salvaguardia da possibili carenze ed é la base dell'educazione dell'infanzia e dell'adolescenza: non c'è nulla di meglio per una buona educazione. I genitori, volendo educare i figli nella verità, insegnano loro sin da piccoli che non si deve mentire e li riprendono con soavità quando ciò accade; volendoli educare al bene, li avvertono di non cercare altro che questo e li allontanano da tutto ciò che é nocivo. I figli accettano la volontà dei genitori per l'affetto che loro portano, per quell'amore che fa sì che quanto dicono i genitori sia sempre vero e fa sì che per essi i genitori rappresentino la sapienza e la bontà.
Quest'amore, per il quale si sopportano gli oneri più pesanti con pazienza, non dura solo i primi anni, ma - con forza maggiore o minore - si estingue solo con la morte.
Le possibili eccezioni non valgono a smentire quanto é universalmente provato nei fatti di generazione in generazione.
Se proprio ai nostri giorni l'amore familiare tra genitori e figli non sembra così forte, è perché, in un modo o nell'altro, si é smesso l'esercizio dei doveri che esso esige, sia per la negligenza dei genitori (che abbastanza frequentemente si sono abituati a portare i figli nei collegi, senza preoccuparsi dell'educazione che vi viene impartita), che a causa di dottrine pedagogiche - politiche o pretestuosamente religiose - che, per difendere la cosiddetta formazione autonoma della personalità infantile, lo abbandonano a se stesso, specialmente nell'ambito morale, rompendo i legami che precedentemente univano genitori e figli, facendo allontanare i genitori e raffreddandone l'amore.
Non é l'amore, ma piuttosto sua la mancanza a provocare certe situazioni. L'amore presuppone il rispetto e la sopportazione, il riprendere e il castigare quando é necessario. Se queste cose mancano oppure senza vero amore, come sarà possibile una buona educazione?
E' proprio la mancanza di vita familiare che fa crescere il bambino maleducato. Dove manca la famiglia, la delinquenza, ad esempio, é proporzionalmente maggiore.
Alcune teorie sostengono che debba essere lo Stato ad occuparsi dell'educazione dei bambini, il che costituisce un autentico attentato contro la natura: lo Stato non é né padre né madre. Lo Stato non ama: in qualche caso ci potrà essere amore verso determinati bambini da parte di alcuni suoi funzionari, ma mancherà l'amore basilare di cui ogni bimbo ha bisogno e che riceve nella sua famiglia.
Il bambino fa parte della famiglia, partecipando di quanto essa é e di quanto in essa esiste. Come segnala Creuzet, il bambino é un erede: erede di un retaggio morale, spirituale e materiale, "eredi, i bambini non si trovano nella famiglia, ma sono della famiglia. Non sono corpi estranei, ma rami dello stesso albero destinati a crescere ricevendo la stessa linfa di saggezza" (4).
Nella famiglia, il bambino cresce in modo equilibrato, perché si sviluppa nell'ambiente più naturale; in essa apprende a conoscere e ad amare quanto lo circonda, dando vita ai legami sociali più durevoli, stabili e più necessari alla vit.
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Note :  Cfr. Michel Creuzet, L’Enseignement, Club du livre civique, Parigi 1965, pp. 10-23.

lunedì 20 maggio 2019

Scuole in Coro: venerdì 31 maggio al Teatro Manzoni la rassegna canora in ricordo di Mariele Ventre

La Fondazione Mariele Ventre, in collaborazione con la Casa Editrice ELI-La Spiga di Loreto, organizza annualmente “Scuole in coro per Mariele”, rassegna di Cori Scolastici del territorio nazionale, nell’ambito del più ampio progetto didattico-educativo “Sulle note di Mariele” rivolto ai bambini della scuola Primaria e dell’Infanzia, la cui attuazione prevede l’organizzazione di laboratori di canto corale in numerose scuole di tutto il territorio nazionale, la condivisione di strumenti didattici operativi e di intenti valoriali, la scelta di un repertorio comune pensato per l’infanzia e anche la formazione degli insegnanti. La Rassegna di Cori Scolastici rappresenta il gioioso momento conclusivo di tale progetto, e si svolgerà 

venerdì 31 maggio 2019  dalle ore 15.30
Teatro Manzoni
Via de' Monari 1/2
centro storico, Bologna
Presenta Lorena Bianchetti

È confermata la partecipazione di numerosi cori provenienti da istituti scolastici di ogni parte del territorio nazionale, con una presenza di circa 1000 persone (tra bambini, insegnanti e accompagnatori) tra cui quello della nostra scuola.
La Rassegna sarà un'esperienza importante che permetterà a grandi e piccini una gioiosa condivisione nel vivo ricordo dell'intuizione artistica e spirituale di Mariele Ventre, anima dello Zecchino d’Oro nonché fondatrice e direttrice del Piccolo Coro dell'Antoniano di Bologna.
L'ingresso è libero e gratuito con invito ritirabile presso la nostra scuola.

mercoledì 1 maggio 2019

Enrico Galiano: "Scrivere di disabilità mi ha insegnato che è un errore parlare dei disabili come 'disabili'"

"Scrivere di disabilità mi ha insegnato che è un errore parlare dei disabili come 'disabili': e non c'entra niente il politicamente corretto o le etichette. C'entra il fatto che è sbagliato qualsiasi punto di vista che non veda prima la persona. La sua vita, le sue ansie, i suoi difetti, i suoi sogni...".  

Enrico Galiano è in libreria con il suo terzo romanzo, e per l'occasione si racconta su ilLibraio.it

Questo libro parla di un ragazzo non vedente. Cioè, il protagonista è Michele, un diciottenne che a tredici anni ha perso la vista. Potrei descriverlo così, certo. E, forse, quando le prime parole sono finite sullo schermo, l’idea era un po’ quella.
Poi, però, la faccenda è cambiata. Mano a mano che la storia proseguiva, e soprattutto quando Michele incontrava Nina e ne seguiva la scia, mi rendevo conto che la cecità non era il centro. Che non stavo parlando di un cieco: stavo parlando di un ragazzo.

Credo sia un po’ come nel mio lavoro da insegnante: quando hai in classe ragazzi con disabilità, o dislessici, o ragazzi che hanno un qualsiasi bisogno educativo speciale, la prospettiva cambia totalmente quando ti rendi conto che dietro quei muri di carta, quei pacchi di certificazioni, sigle, ci sono solo due occhi, un cuore e tanta paura.
La chiave, quando la trovi, ha quasi sempre la forma di un’emozione e tutta la distanza che c’è scritta su quei fogli, molto spesso si azzera nel momento in cui trovi quello di cui tutti abbiamo bisogno, ciechi, vedenti, abili, disabili: le parole giuste.

Scrivere di disabilità mi ha insegnato quello che davvero non mi aspettavo di imparare, e cioè che non è molto interessante raccontare ciò che le persone non riescono a fare. Nelle storie come nella vita, è noioso e anche un po’ triste stare lì a fissare l’ostacolo, fermi a concentrarsi su quante cose sono andate storte, ma è molto più bello immaginare cosa c’è oltre. E poi, con coraggio, vedere che succede a provarlo a scavalcare.

Scrivere di disabilità mi ha insegnato che è un errore parlare dei disabili come “disabili”: e non c’entra niente il politicamente corretto o le etichette. C’entra il fatto che è sbagliato qualsiasi punto di vista che non veda prima la persona. La sua vita, le sue ansie, i suoi difetti, i suoi sogni. E, quando il punto di vista è quello, poi sparisce perfino il concetto di disabilità: Michele è un cieco, sì, ma dopo un po’ di pagine riesci a scordarti che lo sia. È solo un ragazzo che si innamora di una ragazza in un treno, annusando il suo profumo.

Alla fine, le storie che scrivi, un po’ come i tuoi studenti se sei un professore, iniziano con te che credi di insegnare, ma finiscono con te che ti rendi conto che hai ancora tutto da imparare.



Enrico Galiano sa come parlare ai ragazzi, in classe come sui social, dove è molto seguito. Nato a Pordenone nel 1977 è insegnante in una scuola di periferia e ha creato la webserie "Cose da prof" che ha superato i dieci milioni di visualizzazioni su Facebook. Nel 2015 è stato inserito nella lista dei 100 migliori insegnanti d’Italia dal sito Masterprof.it. Il segreto di un buon insegnante per lui è «Non ti ascoltano, se tu per primo non li ascolti». Ogni tanto prende la sua bicicletta e se ne va in giro per l’Europa con uno zaino, una penna e tanta voglia di stupore. Il suo romanzo d’esordio "Eppure cadiamo felici" è stato il libro rivelazione del 2017 e ha vinto il Premio internazionale Città di Como come miglior opera prima. Nel 2018 ha pubblicato  "Tutta la vita che vuoi" . Ora    torna in libreria, sempre con Garzanti, con "Più forte di ogni addio", un romanzo che mostra perché ogni momento è importante. Soprattutto quello in cui dire alle persone che amiamo cosa significano per noi.

venerdì 26 aprile 2019

"Decalogo antifragilità educativa per genitori" di Daniele Novara


Daniele Novara è pedagogista e autore di molti libri sui temi dell'educazione. Nel 1989 ha fondato e tuttora dirige il CPP, istituto orientato alla formazione e ai processi di apprendimento nelle situazioni di conflittualità. Conosce molto bene le tematiche legate alle difficoltà educative e ha di recente ha redatto "Il decalogo antifragilità educativa", realizzato per il convegno "Dalla parte dei genitori" tenutosi il 13 aprile 2019 a Piacenza.


Il decalogo in originale è leggibile qui
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L’emergenza educativa degli ultimi anni? Senz’altro una certa diffusa fragilità dei genitori. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: aumento esponenziale delle certificazioni neuro-psichiatriche infantili; uso di schermi digitali già a 2 o 3 anni di età con successivo sviluppo di forme di dipendenza dai videogiochi; difficoltà sistematiche nelle autonomie di base come per esempio vestirsi, preparare la cartella, andare a dormire. Ma anche fenomeni come la dispersione scolastica o l’assenza di obiettivi di studio o di lavoro, altre due gravi conseguenze con cui dobbiamo fare i conti. Cambiare direzione, però, è possibile. E le linee guida da seguire non possono che essere queste:


1 Liberarsi dall’ansia da prestazione
I genitori perfetti non esistono, quindi inutile angosciarsi: quelli che si sentono tali rischiano di fare più danni in assoluto. Ciò che ciascuno di noi può invece fare è cercare di migliorarsi e per farlo può soprattutto concentrarsi sul fronte dell’organizzazione: educare bene i figli, infatti, è sostanzialmente un fatto organizzativo.


2 Tenere vivo il dialogo con l’altro genitore
Oggi si assiste a una strana tendenza: parlare tantissimo, troppo, con i figli e pochissimo con il marito o la moglie. Al contrario, quando si diventa genitori il dialogo nella coppia dovrebbe intensificarsi, non diminuire. È parlando che si possono prendere le giuste decisioni, stabilire le regole educative condivise.

 
3 Dare (insieme) le giuste regole
Una regola non andrebbe mai data da un solo genitore (in genere la mamma) perché questo può creare equivoci. Per esempio il bambino può credere che quella regola non valga con l’altro genitore, che non ci sia accordo e che ci sia margine per ribellarsi o fingere di non aver capito.


 
4 Essere concreti
Fino agli 11-12 anni i bambini hanno bisogno di chiarezza, sono individui molto concreti, non hanno bisogno di fiumi di parole e spiegazioni sul perché e il percome si deve andare a dormire alle 9 o il gelato prima di cena non va bene. A un bambino non interessano le spiegazioni.



5 Favorire le esperienze sensoriali
Una buona educazione passa anche dalla gestione della dimensione digitale che deve essere centellinata e rimandata all’età giusta. Lo sviluppo cogntivo di un bambino, infatti, ha soprattutto bisogno di esperienze sensoriali, tattili, olfattive, uditive e così via. Esperienze che può fare nella natura, giocando con i compagni, ma anche leggendo un libro.

6 Non urlare
Urlare non serve a nulla se non a dimostrare tutta la fragilità emotiva dell’adulto. Un genitore organizzato, anche nell’inevitabile momento critico, non alza la voce e non ricorre alla violenza o ai castighi.

7 Uscire dal mito dell’ascolto
Una lamentela ricorrente di tante mamme? “Mio figlio non mi ascolta mai!” Invece l’idea dell’ascolto non ha a che fare con l’organizzazione. A mamma e papà non deve importare di essere ascoltati o ringraziati dai figli, ma solo che questi facciano la cosa giusta, da lavarsi le mani prima di cena a spegnere il telefonino prima di andare a dormire. I figli ci chiedono di essere pratici, non di sentirsi ripetere mille volte la stessa cosa.

8 Non chiedere il suo parere
A un bambino non si chiede “a che ora vuoi andare a dormire?”, “cosa vuoi mangiare per cena?”, “Quando ti va di fare i compiti?” come se fosse un adulto in miniatura. Il primo a non volerlo è il bambino stesso, che ha bisogno di regole, non di prendere decisioni al posto di mamma e papà.

9 Accompagnarlo all’autonomia
Un altro punto critico? La preparazione dello zaino che, in molte famiglie, diventa un esercizio di stile, ordine e organizzazione per fare bella figura con le maestre. Peccato che, se lo zaino lo fa la mamma, il bambino non diventerà mai utonomo nell’organizzazione del suo impegno scolastico. E avrà sempre bisogno di aiuto. Stesso discorso per i compiti, che sono affare esclusivo dei figli non della mamma, del papà o dei nonni: gli adulti devono creare le condizioni di tranquillità e ordine affinché il bambino possa lavorare tranquillo, ma non sedersi accanto a lui o, peggio, sostituirsi.

10 Liberare gli adolescenti dal controllo
Man mano che crescono i ragazzini si vogliono smarcare dal controllo materno e hanno bisogno della figura paterna che, senza accudirli, faccia da sponda negoziando gli orari, la paghetta o le uscite, creando la giusta resistenza che permetta allo stesso tempo al figlio di fare i primi passi fuori dal nido.

lunedì 22 aprile 2019

I bambini, oltre che di amore, hanno bisogno di regole



I bambini hanno indubbiamente bisogno di amore e affetto ma non bisogna sottovalutare l’importanza delle regole. Anch’esse, infatti, permettono loro di poter crescere diventando adulti sicuri e felici.
Educare i propri figli nel modo migliore è l’obiettivo, per niente facile, di tutti i genitori.
Come per ogni cosa, le strade che si possono intraprendere sono diverse anche se esistono alcuni punti fermi come ad esempio il fatto che i più piccoli abbiano bisogno di regole a cui attenersi.
La maggior parte dei genitori ha difficoltà a dettare regole e mettere limiti ai bambini, a volte per debolezza (indubbiamente dire no, soprattutto in alcuni casi è faticoso), un po’ perché non sanno bene come farlo o per la difficoltà di tenere il punto di fronte agli inevitabili capricci che ne conseguono.
Anche in questo caso l’empatia è la base da cui partire. Conoscere le proprie emozioni ed empatizzare con quelle dei bambini è fondamentale per trovare il modo giusto per far passare ai piccoli il concetto di regola. Questo non significa però che siccome si è entrati in sintonia con le emozioni dei propri figli questi siano autorizzati a comportarsi come meglio credono.I bambini infatti hanno bisogno di avere dei limiti e regole ma, cosa fondamentale, queste devono essere poche e molto chiare.
Perché le regole sono importanti

Anche se inizialmente non li accettano, regole e limiti per i bambini sono importanti a dar loro sicurezza in quanto gli permettono di vivere situazioni che già conoscono e che in questo modo risultano prevedibili. Il bambino sa dunque come comportarsi di fronte a ciò che gli accade e impara a muoversi nel mondo.
L’importante è che le regole non siano troppe (e dunque generino al contrario confusione nel bambino) e che vengano ripetute con coerenza e costanza da parte di entrambi i genitori e dagli adulti di riferimento.
Al contrario bambini senza regole sono bambini stressati e questo può avere come conseguenza la comparsa di reazioni molto forti o esagerate di fronte alle situazioni che non sanno come affrontare. Non avendo infatti gli strumenti, manca la sicurezza necessaria a far sì che ne possano uscire al meglio.
Spesso dire di no ai propri figli è difficile ma è una parte importante della relazione. Come dice anche il titolo di un noto libro, i no aiutano a crescere ed evitano che il bambino sia troppo auto-centrato o si creda onnipotente. 
Come ci ricorda anche lo psicologo Luca Mazzucchelli:
“Un no non è necessariamente un rifiuto dell’altro o una prevaricazione, ma può invece dimostrare la fiducia nella sua forza e nelle sue capacità. E’ il necessario corollario del dire sì: entrambi sono importantissimi”.
Ma per i genitori il compito non è semplice perché possono entrare in ballo anche emozioni del passato.
“Prima di essere genitori si è figli. I nostri bambini nei loro atteggiamenti e nelle loro modalità relazionali evocano in noi sentimenti, emozioni e vissuti legati alla nostra infanzia. Questo ci porta nella nostra relazione con i figli a mettere in campo quell’aspetto di noi che l’analisi transazionale chiama il nostro “Io bambino”. Quel lato di noi che ha assorbito emozioni, stati d’animo, vissuti legati alla “pancia”, che portano movimento dentro di noi”.
Consigli per insegnare il rispetto delle regole ai bambini
Come abbiamo già detto, è fondamentale che le regole siano poche e chiare. Richieste vaghe non vengono ben comprese dai più piccoli che hanno bisogno che i genitori siano pratici e si spieghino bene. Ad esempio dire “fai il bravo” (frase che spesso pronunciamo) è una richiesta abbastanza senza senso dal punto di vista del bambino.
Importante poi considerare l’età e valutare se la regola è adeguata. Come ci ricorda la psicoterapeuta Giuliana Franchini, esperta di età evolutiva e sostegno alla famiglia:
“Il bambino è forza attiva, 'argento vivo' e va normato ma ogni regola deve avere senso in base all'età del bimbo e occorre prestare attenzione al numero di quelle stabilite. Per un piccolo di tre anni, le regole possono essere cinque-sei, quelle minime, che riguardano la sua vita quotidiana... Certo, non 20!”.

Chi stabilisce le regole 
Le regole devono essere stabilite da mamma e papà e portate avanti con fermezza da entrambi. Inoltre i genitori devono essere modelli positivi, difficile chiedere ai nostri figli di rispettare regole che noi stessi bypassiamo. La coerenza, insomma, è fondamentale.
Altra cosa utile a fare in modo che la regola sia accettata è non urlare al bambino anche se inizia a farlo lui per primo. Al contrario abbassare il tono di voce è ciò che potrebbe spiazzarlo e convincerlo ad ascoltarvi.
E' bene poi non utilizzare paragoni con altri bambini o ricatti per ottenere quello che si vuole. Importante anche sottolineare il suo impegno nel rispettare le regole quando questo avviene con successo. Come ricorda la dottoressa Franchini:
“Quando un bambino rispetta una regola, occorre sottolinearlo, questo atteggiamento agisce come rinforzo e trasmette al bambino un messaggio chiaro e positivo rispetto a quello che ha fatto. Così avrà voglia di ripeterlo in modo spontaneo. In questo modo, lui sente che ha reso felice il genitore e iesca un meccanismo per cui avrà voglia di replicare quel comportamento. Non dimentichiamo che i bambini ci amano più di quanto facciamo noi adulti e loro desiderano renderci felici”.
Tutto questo è più facile a dirsi che a farsi. L’unica cosa certa è che il mestiere dei genitori è il più difficile al mondo!