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testo

“Noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera,

lasciata all’iniziativa privata e ai comuni.

La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola

è indipendente dal controllo dello Stato”

Antonio Gramsci, Grido del Popolo, 1918

venerdì 16 agosto 2019

Dieci semplici consigli per una buona estate in famiglia

Gloria Gratacós è direttrice dell'Area Istruzione e Psicologia del Centro Universitario di Villanueva (Spagna). Le sue linee di ricerca si concentrano su argomenti come la motivazione degli insegnanti, la leadership educativa e il coinvolgimento dei genitori nell'educazione. Ci indica oggi alcuni semplici consigli per utilizzare al meglio questo periodo di vacanza in famiglia.

Flessibilità, ma rispettando un ordine stabilito.
Anche se siamo in vacanza, è importante non perdere del tutto le abitudini acquisite durante l’inverno. Perciò bisogna stabilire un orario, pur con una certa flessibilità e adeguati margini: siamo in una nuova situazione, in un contesto diverso.

Fare delle attività in famiglia. 
Ciascuno avrà propri gusti e programmi personali, è però importante trovare il tempo per fare tutti insieme alcune cose: cucinare, passeggiare, andare in bicicletta, fare gite, visitare la nostra città, ecc.

Gratitudine. 
Il clima disteso dell’estate è adattissimo a favorire la gratitudine, che a volte per la fretta rimane un po’ dimenticata. Saper ringraziare gli altri per un gesto gentile, per i progetti o per aver fatto piacevolmente qualche cosa insieme.

Godere delle piccole cose. 
Il programma perfetto non ha ragione di essere costoso o stravagante. Dobbiamo insegnare fin da bambini a godere di piccole cose come, per esempio, vedere un tramonto, prendere un gelato, ecc.

Aprirsi agli altri. 
Stare tutto il giorno noi con noi stessi a lungo andare può non arricchire più di tanto. L’estate è il periodo perfetto per aprirci agli altri: prendi l’iniziativa invitando i tuoi amici a casa e insegna ai tuoi figli a fare lo stesso.

Piccole attività culturali. 
Educare il gusto dei più piccoli non ha motivo di essere una cosa noiosa se si fanno buone scelte e si preparano bene: studia le occasioni culturali della tua zona e visitate alcuni musei, monumenti o mostre.

Tempo per leggere.
La lettura cartacea è un viaggio gratuito che nutre i neuroni di grandi e piccini: romanzi di avventure, biografie, racconti... Cerca una biblioteca vicino casa un buon libro e... a leggere!

Far visita agli altri. 
Durante l’anno, sia per il poco tempo che per le distanze, a volte è difficile far visita ai familiari: nonni, cugini, zii... Inoltre, si può far visita a qualche persona malata o più bisognosa.

Un pò di lingua straniera. 
Metti da parte i formati più accademici e abitua l’intera famiglia a vedere alcuni film in versione originale, specialmente de in inglese; vediamo chi capisce prima!

Rendere grazie a Dio perché stiamo bene e siamo tutti insieme.
Non dimenticare mai, a fine giornata, di ringraziare Nostro Signore per i doni che stiamo ricevendo dallo stare tutti insieme in famiglia

venerdì 2 agosto 2019

"Monsieur Lazhar", un film da non perdere

“Si limiti a insegnare piuttosto che educare”. Questa è la frase che colpisce in modo particolare nella vicenda di questo maestro “improvvisato” ma di grande umanità.
In una scuola elementare di Montreal, dopo il suicidio di una maestra, avvenuto proprio in classe, la preside non riesce a trovare nessuno come supplente. 
Alla fine accetta di affidare la classe a Bashir Lazar, un immigrato algerino in fuga dal suo Paese e con un tragico passato. Il maestro riuscirà a costruire un legame con i bambini scossi dalla tragedia. 
Nel suo essere insegnante saprà conciliare la morte e la vita, senza accettare l’imperativo delle famiglie che vorrebbero “far sparire” il problema del suicidio. 
Accompagnerà la classe a comprendere che la vita è fatta di gioia e dolore, di fragilità e forza. Ad aiutarli la letteratura, anche se, a detta dei colleghi, sembra essere troppo alta per i i bambini.

"Monsieur Lazhar" di Philippe Falardeau, Francia 2001

 

sabato 13 luglio 2019

Daniela Lucangeli: il senso di colpa e il diritto all'errore

"Non c’è soltanto l’alto funzionamento cognitivo
ma c’è l’alta sensibilità umana
e in questa alta sensibilità 
possiamo trovare una grandissima saggezza
che ci è stata tramandata"

(Daniela Lucangeli)




mercoledì 3 luglio 2019

“Superpotere”, parla di Beatrice e di tutti quelli che si sono sentiti diversi ed incompresi a scuola

Beatrice è una ragazza che ha talento, cuore e testa in un corpo di 18 anni: canta, suona, compone e recita con intensità. Condividiamo la sua canzone unita alla lettera di presentazione:


“Ciao a tutti, mi chiamo Beatrice Lambertini, ho 18 anni e abito a Bologna. Fin dalle scuole elementari facevo molta fatica in matematica e ricordo che quando la maestra entrava in classe mi veniva ansia, non riuscivo quasi a respirare, per paura che mi chiamasse alla lavagna e mi sgridasse davanti a tutti. Facevo nuoto agonistico, quando andavo ad allenamento non riuscivo a leggere il cronometro e non riuscivo a partire quando mi veniva richiesto. Gli allenatori mi dovevano sempre dare il via.

Alle medie ho fatto dei test orali e scritti, ed è risultato che sono discalculica. All’inizio mi sentivo un errore e mi si è abbassata l’autostima. Avevo paura di andare alle superiori e avevo paura di come mi avrebbero giudicato i miei nuovi compagni. Infatti sono stati anni difficili perchè io ed altri ragazzi venivamo emarginati e presi in giro, io non volevo più andare a scuola. I disturbi specifici dell’apprendimento possono influenzarti non solo a scuola, ma anche nella vita di tutti i giorni. Per ognuno è diverso, ma per me è difficile avere cognizione del tempo, infatti perdo sempre l’autobus. Ma questo non vuol dire essere stupidi, anzi. Le persone con DSA sono intelligenti come gli altri ed ognuno di noi ha il proprio talento.

Nella musica ho trovato un mondo bellissimo in cui posso essere me stessa. Una delle canzoni che ho scritto si intitola “Superpotere”, parla di me e di tutti coloro che si sono sentiti diversi ed incompresi. Spero che questa canzone possa aiutare bambini, ragazzi, genitori e chiunque stia attraversando un periodo difficile. A volte ciò che crediamo siano i nostri punti deboli, possono essere invece le nostre più grandi forze e doti. Possono essere i nostri superpoteri.”


mercoledì 26 giugno 2019

Compiti per le mancanze (Letti da rifare 65, Alessandro D'Avenia)

Molto interessante l'articolo pubblicato da Alessandro D'Avenia lunedì 24 giugno all'interno della sua rubrica "Letti da Rifare"  (ogni lunedì su "Corriere della Sera".

Ne pubblichiamo una sintesi, mentre l'intero articolo è leggibile qui


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Le «mancanze» di creatività, generosità, iniziativa, sono strettamente collegate alla mancanza di «sentimento della vita» e non uso «sentimento» per indicare un’emozione, ma la relazione profonda di cuore e testa, uniti, con l’essenziale. Siamo l’unico essere al mondo che «si sente vivere», cioè capace di dire: quello a cui accade questa cosa sono io. Quindi più entro in contatto profondo con «i materiali della vita» più si approfondisce il mio sentirmi vivere, cioè il senso della mia vita, l’unica cosa capace di renderci felici perché ci strappa dall’indifferenza, il cancro della vita spirituale. Non dimenticherò mai le fughe dalla finestra nell’ora del coprifuoco pomeridiano durante la villeggiatura al mare. Avevo sei o sette anni e mi obbligavano a riposare per recuperare le forze prosciugate dal sole e dal sale ma, quando calava il silenzio, aprivo cautamente la serranda e sgattaiolavo fuori. Camminavo senza meta, esplorando la natura circostante e mi spingevo fino alle dune che nascondevano il mare, mi sembrava tutto pericoloso e straordinario. Studiavo ogni cosa: rumori, animali, reperti; inseguivo lucertole, scarabei e farfalle; inventavo giochi, avventure e tesori. Mentre scrivo questi ricordi sento gli odori e vedo i colori, tanto sono impressi nella mia memoria. Qualche estate dopo, tredicenne, in quella stessa stanza ci rimanevo volentieri perché mio fratello mi aveva prestato un libro che rapiva le ore del coprifuoco pomeridiano. Mi immergevo nelle 1.200 pagine del Signore degli Anelli con lo stesso stupore con cui anni prima scappavo per esplorare il mondo frastornato dalla calura e dalle cicale. Nell’uno e nell’altro caso si trattava di due ore, come quelle di Calvin, dedicate alla scuola dello stupore: la parola scuola viene dal greco scholè, che significava «tempo libero». La densità di ciò che mi veniva incontro era tale che si trattava di veri e propri «eventi», cioè quei fatti che si impongono all’attenzione perché talmente «traboccanti di significato» da diventare chiamate alla vita. In quelle ore ho maturato un profondo «sentimento della vita»: avventura, esplorazione, silenzio, osservazione, lettura, stupore, paura, solitudine buona… Ho imparato a incontrare le cose semplici ed essenziali, e a cercarle in tutto ciò che faccio. Questo mi ripara da quella artificiosa complicazione oggi spacciata per intelligenza e profondità e che, spesso, è il contrario: pigrizia di fronte alla verità che si offre ai nostri occhi. Per esempio, a scuola, abbiamo sotto gli occhi l’essenziale, il traboccante di significato: i ragazzi, e invece di occuparci di loro, siamo più preoccupati da programmi, burocrazia e chissà cos’altro, per poi nasconderci dietro analisi raffinatissime sul perché i giovani d’oggi siano ridotti così… Una vera rivoluzione non comincia mai dalla distruzione ma da un rinnovato atto di comprensione dell’evidente: com-prendere vuol dire «prendere insieme» qualcosa, testa e cuore uniti. Dovremmo ricordarlo noi italiani, che possiamo indicare, con un unico verbo, sia l’azione di capire qualcosa («ho compreso il punto») sia quella del sentirne la vita («ti comprendo»).

giovedì 13 giugno 2019

La famiglia, l'educazione familiare, é scuola di realismo

Tratto dal libro "Educazione e insegnamento - statalismo o libertà" di Estanislao Cantero Nuñez (Ed. Speiro, Madrid 1972) riportiamo qui la prima parte del capitolo II ("A chi spetta insegnare")

(intera traduzione del libro qui - tradizione di David Botti)

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Michel Creuzet ha esposto con perfetta chiarezza le ragioni per cui é alla famiglia che compete l’educazione dei figli, ponendo in risalto quattro ordini di motivi:
- il perfezionamento della vita umana,
- l’attitudine naturale dei genitori ad educare,
- il naturale equilibrio dell’ambiente familiare,
- la prova dei fatti.
L’uomo, dal momento della nascita, si muove nell’ambiente familiare; appartiene alla famiglia. E’ vero che fa anche parte di una società, di una nazione e che é suddito di uno Stato; ma é la famiglia - di fatto e di diritto - dove prima vive e si sviluppa. L’istinto di conservazione e, in genere, le qualità che gli animali hanno sin dall’infanzia, sono completamente assenti dal bambino. Egli necessita delle cure della famiglia, in particolare della madre, per i suoi primi anni. La famiglia é incaricata dalla natura stessa di badare e guidare il bambino nel corso della sua crescita e formazione: é in essa che prima e primordialmente acquisisce quegli abiti che l’educazione gli deve impartire.
Il bambino acquisisce le prime conoscenze in famiglia. Come scrive Michel Creuzet "il primo risveglio del suo spirito ha come centro la famiglia. I genitori non sempre possiedono la capacità di elevare il livello delle sue conoscenze di molto. In ciò potranno venire aiutati da altre comunità. Ma il fatto é che, normalmente, é nella famiglia in cui si assorbono le prime conoscenze, soprattutto stando vicino alla madre. Ivi si acquisisce il senso della realtà, il buon senso, di cui il giovane avrà tanto bisogno nel momento della sua formazione intellettuale, se vuole rimanere equilibrato".
E’ nella famiglia in cui "si acquisisce, normalmente, il senso della verità. I genitori degni di questo nome combattono le bugie sin dall’infanzia. Siccome amano i propri figli e figlie, non tollerano che la visione soggettiva delle cose, i sogni, prendano il sopravvento sulla realtà" (3).
La famiglia, l'educazione familiare, é scuola di realismo. Non può acconsentire, e non acconsente, a che l'utopia s'imponga sulla realtà. E' in essa che la natura - cioè le abitudini e la ragione, che sono elementi dell'educazione - ottiene il miglior sviluppo per il bambino, in quanto mezzo più naturale.
Nella famiglia si raggiunge il perfezionamento della vita umana in modo molto migliore che al di fuori di essa, per quanto "perfezionati" siano i centri nei quali si "rinchiudano" i bambini, perché una delle caratteristiche della famiglia é l'amore che unisce i suoi membri.
Quest'amore rende possibile la salvaguardia da possibili carenze ed é la base dell'educazione dell'infanzia e dell'adolescenza: non c'è nulla di meglio per una buona educazione. I genitori, volendo educare i figli nella verità, insegnano loro sin da piccoli che non si deve mentire e li riprendono con soavità quando ciò accade; volendoli educare al bene, li avvertono di non cercare altro che questo e li allontanano da tutto ciò che é nocivo. I figli accettano la volontà dei genitori per l'affetto che loro portano, per quell'amore che fa sì che quanto dicono i genitori sia sempre vero e fa sì che per essi i genitori rappresentino la sapienza e la bontà.
Quest'amore, per il quale si sopportano gli oneri più pesanti con pazienza, non dura solo i primi anni, ma - con forza maggiore o minore - si estingue solo con la morte.
Le possibili eccezioni non valgono a smentire quanto é universalmente provato nei fatti di generazione in generazione.
Se proprio ai nostri giorni l'amore familiare tra genitori e figli non sembra così forte, è perché, in un modo o nell'altro, si é smesso l'esercizio dei doveri che esso esige, sia per la negligenza dei genitori (che abbastanza frequentemente si sono abituati a portare i figli nei collegi, senza preoccuparsi dell'educazione che vi viene impartita), che a causa di dottrine pedagogiche - politiche o pretestuosamente religiose - che, per difendere la cosiddetta formazione autonoma della personalità infantile, lo abbandonano a se stesso, specialmente nell'ambito morale, rompendo i legami che precedentemente univano genitori e figli, facendo allontanare i genitori e raffreddandone l'amore.
Non é l'amore, ma piuttosto sua la mancanza a provocare certe situazioni. L'amore presuppone il rispetto e la sopportazione, il riprendere e il castigare quando é necessario. Se queste cose mancano oppure senza vero amore, come sarà possibile una buona educazione?
E' proprio la mancanza di vita familiare che fa crescere il bambino maleducato. Dove manca la famiglia, la delinquenza, ad esempio, é proporzionalmente maggiore.
Alcune teorie sostengono che debba essere lo Stato ad occuparsi dell'educazione dei bambini, il che costituisce un autentico attentato contro la natura: lo Stato non é né padre né madre. Lo Stato non ama: in qualche caso ci potrà essere amore verso determinati bambini da parte di alcuni suoi funzionari, ma mancherà l'amore basilare di cui ogni bimbo ha bisogno e che riceve nella sua famiglia.
Il bambino fa parte della famiglia, partecipando di quanto essa é e di quanto in essa esiste. Come segnala Creuzet, il bambino é un erede: erede di un retaggio morale, spirituale e materiale, "eredi, i bambini non si trovano nella famiglia, ma sono della famiglia. Non sono corpi estranei, ma rami dello stesso albero destinati a crescere ricevendo la stessa linfa di saggezza" (4).
Nella famiglia, il bambino cresce in modo equilibrato, perché si sviluppa nell'ambiente più naturale; in essa apprende a conoscere e ad amare quanto lo circonda, dando vita ai legami sociali più durevoli, stabili e più necessari alla vit.
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Note :  Cfr. Michel Creuzet, L’Enseignement, Club du livre civique, Parigi 1965, pp. 10-23.

lunedì 20 maggio 2019

Scuole in Coro: venerdì 31 maggio al Teatro Manzoni la rassegna canora in ricordo di Mariele Ventre

La Fondazione Mariele Ventre, in collaborazione con la Casa Editrice ELI-La Spiga di Loreto, organizza annualmente “Scuole in coro per Mariele”, rassegna di Cori Scolastici del territorio nazionale, nell’ambito del più ampio progetto didattico-educativo “Sulle note di Mariele” rivolto ai bambini della scuola Primaria e dell’Infanzia, la cui attuazione prevede l’organizzazione di laboratori di canto corale in numerose scuole di tutto il territorio nazionale, la condivisione di strumenti didattici operativi e di intenti valoriali, la scelta di un repertorio comune pensato per l’infanzia e anche la formazione degli insegnanti. La Rassegna di Cori Scolastici rappresenta il gioioso momento conclusivo di tale progetto, e si svolgerà 

venerdì 31 maggio 2019  dalle ore 15.30
Teatro Manzoni
Via de' Monari 1/2
centro storico, Bologna
Presenta Lorena Bianchetti

È confermata la partecipazione di numerosi cori provenienti da istituti scolastici di ogni parte del territorio nazionale, con una presenza di circa 1000 persone (tra bambini, insegnanti e accompagnatori) tra cui quello della nostra scuola.
La Rassegna sarà un'esperienza importante che permetterà a grandi e piccini una gioiosa condivisione nel vivo ricordo dell'intuizione artistica e spirituale di Mariele Ventre, anima dello Zecchino d’Oro nonché fondatrice e direttrice del Piccolo Coro dell'Antoniano di Bologna.
L'ingresso è libero e gratuito con invito ritirabile presso la nostra scuola.

mercoledì 1 maggio 2019

Enrico Galiano: "Scrivere di disabilità mi ha insegnato che è un errore parlare dei disabili come 'disabili'"

"Scrivere di disabilità mi ha insegnato che è un errore parlare dei disabili come 'disabili': e non c'entra niente il politicamente corretto o le etichette. C'entra il fatto che è sbagliato qualsiasi punto di vista che non veda prima la persona. La sua vita, le sue ansie, i suoi difetti, i suoi sogni...".  

Enrico Galiano è in libreria con il suo terzo romanzo, e per l'occasione si racconta su ilLibraio.it

Questo libro parla di un ragazzo non vedente. Cioè, il protagonista è Michele, un diciottenne che a tredici anni ha perso la vista. Potrei descriverlo così, certo. E, forse, quando le prime parole sono finite sullo schermo, l’idea era un po’ quella.
Poi, però, la faccenda è cambiata. Mano a mano che la storia proseguiva, e soprattutto quando Michele incontrava Nina e ne seguiva la scia, mi rendevo conto che la cecità non era il centro. Che non stavo parlando di un cieco: stavo parlando di un ragazzo.

Credo sia un po’ come nel mio lavoro da insegnante: quando hai in classe ragazzi con disabilità, o dislessici, o ragazzi che hanno un qualsiasi bisogno educativo speciale, la prospettiva cambia totalmente quando ti rendi conto che dietro quei muri di carta, quei pacchi di certificazioni, sigle, ci sono solo due occhi, un cuore e tanta paura.
La chiave, quando la trovi, ha quasi sempre la forma di un’emozione e tutta la distanza che c’è scritta su quei fogli, molto spesso si azzera nel momento in cui trovi quello di cui tutti abbiamo bisogno, ciechi, vedenti, abili, disabili: le parole giuste.

Scrivere di disabilità mi ha insegnato quello che davvero non mi aspettavo di imparare, e cioè che non è molto interessante raccontare ciò che le persone non riescono a fare. Nelle storie come nella vita, è noioso e anche un po’ triste stare lì a fissare l’ostacolo, fermi a concentrarsi su quante cose sono andate storte, ma è molto più bello immaginare cosa c’è oltre. E poi, con coraggio, vedere che succede a provarlo a scavalcare.

Scrivere di disabilità mi ha insegnato che è un errore parlare dei disabili come “disabili”: e non c’entra niente il politicamente corretto o le etichette. C’entra il fatto che è sbagliato qualsiasi punto di vista che non veda prima la persona. La sua vita, le sue ansie, i suoi difetti, i suoi sogni. E, quando il punto di vista è quello, poi sparisce perfino il concetto di disabilità: Michele è un cieco, sì, ma dopo un po’ di pagine riesci a scordarti che lo sia. È solo un ragazzo che si innamora di una ragazza in un treno, annusando il suo profumo.

Alla fine, le storie che scrivi, un po’ come i tuoi studenti se sei un professore, iniziano con te che credi di insegnare, ma finiscono con te che ti rendi conto che hai ancora tutto da imparare.



Enrico Galiano sa come parlare ai ragazzi, in classe come sui social, dove è molto seguito. Nato a Pordenone nel 1977 è insegnante in una scuola di periferia e ha creato la webserie "Cose da prof" che ha superato i dieci milioni di visualizzazioni su Facebook. Nel 2015 è stato inserito nella lista dei 100 migliori insegnanti d’Italia dal sito Masterprof.it. Il segreto di un buon insegnante per lui è «Non ti ascoltano, se tu per primo non li ascolti». Ogni tanto prende la sua bicicletta e se ne va in giro per l’Europa con uno zaino, una penna e tanta voglia di stupore. Il suo romanzo d’esordio "Eppure cadiamo felici" è stato il libro rivelazione del 2017 e ha vinto il Premio internazionale Città di Como come miglior opera prima. Nel 2018 ha pubblicato  "Tutta la vita che vuoi" . Ora    torna in libreria, sempre con Garzanti, con "Più forte di ogni addio", un romanzo che mostra perché ogni momento è importante. Soprattutto quello in cui dire alle persone che amiamo cosa significano per noi.