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testo
“Noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera,
lasciata all’iniziativa privata e ai comuni.
La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola
è indipendente dal controllo dello Stato”
Antonio Gramsci, Grido del Popolo, 1918
martedì 17 ottobre 2017
venerdì 6 ottobre 2017
Pre-adolescenti, questi sconosciuti. Alberto Pellai: “Aspettatevi di tutto”
Presentato il nuovo libro di Alberto Pellai e Barbara Tamborini dedicato alla pre-adolescenza. Il libro, al titolo L’età dello tsunami. Come sopravvivere a un figlio pre-adolescente” (DeAgostini, 254 pagine, Eur 14,90) è presentato anche attraverso questa intervista rilanciata dal sito www.emiliaromagnamamma.it.
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Imprevedibili, incontrollabili. Dai pre-adolescenti, i genitori,
dovrebbero aspettarsi un po’ di tutto, nel bene e nel male,
contraddizioni comprese. Che chiedano, magari, di essere
lasciati a 300 metri dalla scuola perché si vergognano di farsi vedere
con mamma e papà e che poi, la sera, vogliano le coccole sul divano. Lo raccontano il medico e psicoterapeuta Alberto Pellai e la psicopedagogista Barbara Tamborini (che nella vita sono anche una coppia e hanno quattro figli) nel libro “L’età dello tsunami. Come sopravvivere a un figlio pre-adolescente” (DeAgostini).
Pellai, in che fase si deve collocare, la pre-adolescenza?
“Negli anni della scuola media. C’è chi inizia a manifestarne i segnali prima, chi supera la fase dopo. Quello che importa, sono i primi sintomi: i figli iniziano a non funzionare più come prima, hanno un pensiero su di sé divergente da quello dei genitori, le loro richieste di autonomia aumentano, il corpo cambia, si chiudono più spesso in bagno. E creano intorno a sé una zona di mistero, non raccontandoci più tutto”. Qual è la reazione dei genitori, in genere?
“I genitori smettono di essere, agli occhi dei figli, dei supereroi. Non hanno più la m e la p maiuscole. Vivono male, in genere, la rabbia che i figli manifestano nel tentativo di separarsi da loro: il pensiero critico, l’aggressività, le frasi a volte terribili che si sentono dire. Si aprono, per loro, nuove e innumerevoli sfide. La prima è capire che il modo che hanno avuto fino a quel momento di guardare e gestire i figli non va più bene”. Chi fa più fatica, i grandi o i piccoli?
“I grandi ne fanno sicuramente moltissima nel tentativo di inventarsi un nuovo modo di essere mamma e papà. Ma anche i pre-adolescenti ne fanno: le emozioni sono al massimo, si può essere felicissimi e disperatissimi. La tappa evolutiva che vivono è uno scalino grande. Insomma, nemmeno per loro è facile. Non riuscendo a valutare cosa è bene e cosa è male, cosa è giusto e cosa è sbagliato, rischiano di fare enormi pasticci”. Come entrano in gioco i limiti?
“Proprio qui. Il rischio è che i genitori liquidino la pre-adolescenza come un periodo che passerà. Così facendo, l’errore è aspettare che i figli attraversino questa fase senza un progetto di crescita. No, siccome i figli vivono sull’onda della spinta esplorativa e dell’emotività, è necessario che lo facciano in un territorio protetto da confini indicati in modo chiaro. La percezione del punto al quale possono arrivare e che non devono varcare dev’essere precisa. In questo senso, la pre-adolescenza assomiglia a quel periodo dei due/tre anni in cui i bambini allenano i figli alla resistenza, spostando sempre un po’ più in là il confine della loro pazienza, per sondare fino a dove possono spingersi. Solo che, questa volta, la sfida non si gioca più in casa”. Ci sono molte differenze, rispetto all’adolescenza vera e propria?
“Nella pre-adolescenza si vedono le stesse sfide evolutive dell’adolescenza. Ma mentre in adolescenza il ragazzo chiude la porta, esce di casa e il genitore ‘se lo dimentica’, nella pre-adolescenza il ragazzo ha sempre un occhio puntato sull’adulto, da cui si aspetta sempre e comunque la supervisione, il controllo”. Pericolosi, questi pre-adolescenti?
“Da tenere sott’occhio. Se chiediamo loro perché hanno fatto una cosa che non avrebbero dovuto fare, spesso rispondono che non lo sanno, il perché. Noi grandi rimaniamo spiazzati. Ma davvero, il loro cervello il più delle volte non riesce a prevedere gli esiti di certe azioni”.
“Negli anni della scuola media. C’è chi inizia a manifestarne i segnali prima, chi supera la fase dopo. Quello che importa, sono i primi sintomi: i figli iniziano a non funzionare più come prima, hanno un pensiero su di sé divergente da quello dei genitori, le loro richieste di autonomia aumentano, il corpo cambia, si chiudono più spesso in bagno. E creano intorno a sé una zona di mistero, non raccontandoci più tutto”. Qual è la reazione dei genitori, in genere?
“I genitori smettono di essere, agli occhi dei figli, dei supereroi. Non hanno più la m e la p maiuscole. Vivono male, in genere, la rabbia che i figli manifestano nel tentativo di separarsi da loro: il pensiero critico, l’aggressività, le frasi a volte terribili che si sentono dire. Si aprono, per loro, nuove e innumerevoli sfide. La prima è capire che il modo che hanno avuto fino a quel momento di guardare e gestire i figli non va più bene”. Chi fa più fatica, i grandi o i piccoli?
“I grandi ne fanno sicuramente moltissima nel tentativo di inventarsi un nuovo modo di essere mamma e papà. Ma anche i pre-adolescenti ne fanno: le emozioni sono al massimo, si può essere felicissimi e disperatissimi. La tappa evolutiva che vivono è uno scalino grande. Insomma, nemmeno per loro è facile. Non riuscendo a valutare cosa è bene e cosa è male, cosa è giusto e cosa è sbagliato, rischiano di fare enormi pasticci”. Come entrano in gioco i limiti?
“Proprio qui. Il rischio è che i genitori liquidino la pre-adolescenza come un periodo che passerà. Così facendo, l’errore è aspettare che i figli attraversino questa fase senza un progetto di crescita. No, siccome i figli vivono sull’onda della spinta esplorativa e dell’emotività, è necessario che lo facciano in un territorio protetto da confini indicati in modo chiaro. La percezione del punto al quale possono arrivare e che non devono varcare dev’essere precisa. In questo senso, la pre-adolescenza assomiglia a quel periodo dei due/tre anni in cui i bambini allenano i figli alla resistenza, spostando sempre un po’ più in là il confine della loro pazienza, per sondare fino a dove possono spingersi. Solo che, questa volta, la sfida non si gioca più in casa”. Ci sono molte differenze, rispetto all’adolescenza vera e propria?
“Nella pre-adolescenza si vedono le stesse sfide evolutive dell’adolescenza. Ma mentre in adolescenza il ragazzo chiude la porta, esce di casa e il genitore ‘se lo dimentica’, nella pre-adolescenza il ragazzo ha sempre un occhio puntato sull’adulto, da cui si aspetta sempre e comunque la supervisione, il controllo”. Pericolosi, questi pre-adolescenti?
“Da tenere sott’occhio. Se chiediamo loro perché hanno fatto una cosa che non avrebbero dovuto fare, spesso rispondono che non lo sanno, il perché. Noi grandi rimaniamo spiazzati. Ma davvero, il loro cervello il più delle volte non riesce a prevedere gli esiti di certe azioni”.
mercoledì 13 settembre 2017
"Tu sei il sogno di Dio" (5 minuti con Alessandro D'Avenia)
guarda il video
"Siamo chiamati ad essere ritratto di Dio...
la libertà sta nel decidere se prestare o no i colori a Dio!
Lasciatevi attraversare da quello sguardo"
(Alessandro D'Avenia, prof 2.0)
venerdì 8 settembre 2017
Ricordando l'amato Card. Carlo Caffarra
La mattina di mercoledì 6 settembre è salito alla Casa del Padre il Card. Carlo Caffarra. Per noi è stato un padre premuroso e affettuoso che ci ha sempre voluto bene e non ha mai mancato un'occasione per farci arrivare il Suo incoraggiamento. Vogliamo ricordarlo con il messaggio che ci inviò nel settembre 2012, in occasione dell'avvio delle attività educative.
“Carissimi genitori,
in primo luogo voglio dirvi il mio grazie per il gesto di profonda fiducia che
avete compiuto verso la
Chiesa. Avete infatti affidato ad essa la cura educativa di
ciò che avete di più caro: i vostri figli.
Siate certi che li avete depositati in buone mani: sono duemila anni che la Santa Madre Chiesa
educa gli uomini.
La Madre di Dio, che svolse il sublime compito di “insegnare” al Figlio di Dio
a vivere umanamente, vi assista.
Vi benedico con grande stima ed affetto”
+ Carlo Card. Caffarra
Messaggio di S.E. in occasione dell’avvio
delle attività educative.
Anno scolastico 2012/13, 10 settembre 2012
Anno scolastico 2012/13, 10 settembre 2012
mercoledì 6 settembre 2017
2017: il crepuscolo dell'educazione
Articolo originale : www.itenovas.com
di Luca Citroni
Quando si parla di adolescenza, di giovani, ma soprattutto di quello
che è il disagio generale che interessa ora più che mai questa fascia di
popolazione, non è possibile non fare qualche riferimento alle istituzioni che dovrebbero essere impegnate in prima linea nella battaglia contro ogni tipo di malessere giovanile.
Stiamo parlando naturalmente di scuola e famiglia.
Dei due pilastri portanti del fare e del pensare pedagogico. Di quelle
istituzioni che da sempre combattono una lunga e insidiosa guerra contro
la difficoltà dell’essere giovane. Ciò nonostante qualcosa negli ultimi
tempi sembra aver reso questa lotta giorno dopo giorno più fiacca e
sempre meno incisiva.
Prendiamo in esame la scuola.
Al giorno d’oggi essa sembra essersi dimenticata di aver a che fare
con quella fase precaria dell’esistenza che è l’adolescenza, in cui un
giovane tra paure e incertezze cammina in equilibrio su di un filo
sottile mosso dal vento, alla ricerca della propria identità.
Bisogna dire che per far sì che ciò accadesse la scuola si è fatta promotrice, in passato, di una formazione adeguata sul concetto di sé, di quella considerazione positiva che è necessario avere e che siamo soliti chiamare autostima, legata all’accoglimento degli aspetti positivi e di quelli negativi (più comunemente chiamata auto-accettazione), indispensabile per far fronte agli eventi avversi della vita.
Bisogna dire che per far sì che ciò accadesse la scuola si è fatta promotrice, in passato, di una formazione adeguata sul concetto di sé, di quella considerazione positiva che è necessario avere e che siamo soliti chiamare autostima, legata all’accoglimento degli aspetti positivi e di quelli negativi (più comunemente chiamata auto-accettazione), indispensabile per far fronte agli eventi avversi della vita.
Ma non tutto sembra essere andato per il verso giusto.
La scuola di questi tempi sembra non rispettare questi canoni e a
supporto di questa ipotesi, e con dati alla mano, possiamo
effettivamente affermare che qualcosa non funziona. Non è un segreto
dichiarare dunque che i giovani, al giorno d’oggi, si allontanano sempre
più da essa.
Secondo la Commissione Europea sui tassi di abbandono scolastico,
sono sempre di più e in costante aumento i giovani che decidono di
interrompere la propria carriera scolastica. Più specificamente si
afferma che nell’anno scolastico 2007- 2008 si sono avute nella scuola
secondaria di II grado italiana 93.747 interruzioni, di cui 30.419 al
Sud, 18.463 nelle Isole, 17.859 nel Nord-Ovest. Questi dati indicano
quindi che in media il 22,2% dei giovani italiani tra i 15 e i 19 rinuncia alla scuola ancor prima di conseguire il diploma.
Ma se consideriamo alta la percentuale dei giovani che non hanno un
titolo di scuola superiore, è altrettanto alta la percentuale di
italiani che non hanno conseguito l'obbligo di almeno otto anni di
scolarità, come previsto dalle vigenti normative. Sono all’incirca 20 milioni.
Per questo motivo l'Italia occupa uno tra gli ultimi posti nella
classifica riguardante il livello di scolarizzazione in Europa,
lasciandosi dietro di sé solo Turchia e Grecia. Questo disastro
socio-scolastico può trovare spiegazione nel triste primato italiano del
mancato investimento nella cultura e nell'istruzione, e di un
progressivo disinteresse per le nuove generazioni.
Da questi dati emersi ormai da anni, una domanda quindi sorge spontanea: perché i giovani appaiono così disaffezionati alla scuola?
Coloro che si dichiarano soddisfatti del funzionamento della scuola
in effetti sono solo il 7%, mentre la maggior parte dei ragazzi accusa
la scuola, (secondo una ricerca del 2011 condotta da Telefono Azzurro-Eurispes,
associazione che porta avanti da anni indagini sulla condizione dei
giovani in Italia), di diverse mancanze come quella di un più efficace
raccordo con il mondo del lavoro, oltre che l'assenza della funzione
educativa, cioè la tendenza dell'istituzione scolastica a trasmettere solo nozioni e non valori.
Senza dimenticare inoltre la mancata possibilità di socializzazione
usufruendo nel tempo libero e degli spazi scolastici per poter praticare
attività, e infine, ma non ultimo per importanza, la mancanza di
insegnanti comprensivi.
Le cose, naturalmente, non migliorano se dovessimo intraprendere un discorso relativo all’università, dove secondo le stime di AlmaLaurea
il 27% delle matricole non si iscrivono all'anno successivo, così che
l'Italia risulta il Paese europeo con il minor tasso di laureati nonché
quello che investe meno nella ricerca e nell'innovazione. La conseguenza
è che tanti ragazzi rafforzano i propri vissuti di precarietà, spesso
già presenti nella loro struttura di personalità, sviluppando stati
d'animo oltremodo problematici intrisi di ansia e di depressivo
scoraggiamento per il futuro.
In base a queste premesse è possibile trarre un interessante spunto
di riflessione per ragionare su quanto la scuola sia impegnata nella sua
missione educativa, mettendo il punto sugli atteggiamenti spesso fuori
luogo di insegnanti, che troppe volte non sono in grado di ricoprire il
ruolo di educatore. Ruolo che sta alla base della professione dell’insegnante.
A dar manforte a questa tesi, il pedagogista e sociologo lombardo
Umberto Galimberti ci dice che l’autostima e l’auto-accettazione nei
giovani spesso vengono confuse dagli insegnanti come atteggiamenti di
arroganza e presunzione e spinge questi ultimi a mettere in atto
atteggiamenti ostili nei confronti degli alunni che presentano queste
particolarità necessarie. Al contrario nei ragazzi che non presentano
questi aspetti, spesso il professore si sente assolutamente assolto nel
suo ribadire con voti e giudizi negativi quel nulla che lo studente
avverte già per conto suo dentro di sé.
E così, a causa di simili considerazioni che fioriscono dalle
labbra apparentemente innocue dei professori, si allarga e si
approfondisce quella dimensione del vuoto che talvolta porta a gesti
irreversibili.
Quando ciò accade il disinteresse lascia spazio alla meraviglia per
quello che è capitato. Non ci si meraviglia mai della propria
disattenzione ma dell’imprevedibilità di simili gesti in ragazzi che
apparentemente potevano sembrare vivaci e allegri.
Questo perché, nonostante nella letteratura che si studia vengano
descritte nei minimi particolari le pieghe dell’anima, molti inseganti
ancora non sanno distinguere nel riso di un giovane lo spunto della
gioia o la smorfia della tragedia imminente.
Tutto quello di disastroso che può accadere nasce dal fatto che a
oggi sono troppo pochi gli insegnanti che considerano l’istruzione una
diretta conseguenza dell’educazione e non il contrario, e che prima di
istruire, o meglio, prima che ciò sia possibile, bisogna provvedere alla
costruzione di un identità del giovane al quale si vogliono impartire
nozioni. E non identità intesa con il semplice fatto che essi sono in
classe e occupano un determinato spazio, ma intesa come riconoscimento
di sé e soprattutto dell’altro. Se questo riconoscimento dovesse
mancare, allora l’identità di un giovane si costruirà in altro modo, in
altri luoghi fuori dalla scuola dove è possibile sentirsi riconosciuti.
Ed è per questo che devianze di ogni tipo appaiono come forme adeguate
di identificazione.
Questo sembra essere un valido motivo per i giovani di rifuggire dalla scuola.
Questi atteggiamenti si manifestano con vere e proprie fughe dalla
realtà, coadiuvate dall’assunzione di sostanze illecite, o con la
frustrazione che annulla ogni tipo di identità. Questa fuga spesso non
viene presa in considerazione nelle scuole, e viene interpretata come
pigrizia, come disinteresse dell’alunno per le lezioni, senza prendere
in considerazione l’ipotesi che dietro la loro distrazione ristagna un
problema serio che troppo spesso è legato all’annullamento di sé e
all’annichilimento.
La scuola, l’istituzione pedagogica per antonomasia, la quale
dovrebbe conferire senso alla vita di un giovane, nel corso del tempo
sembra esser venuta meno al proprio ruolo, oltre che essersi dimenticata
che istruire è possibile solo se si è in grado di educare, ed educare significa acquisizione del riconoscimento di sé.
Nelle scuole sembra non esistere una vera educazione alle emozioni, e
per questo molti studenti sono spinti ad abbandonare e ad abbandonarsi
agli eccessi di una vita dissipata al di fuori di una realtà educativa
che può e deve salvare dal perdersi.
La scuola si mostra a noi oggi con quel volto irresponsabile di chi
si tiene fuori dai problemi connessi ai processi di crescita. Di chi non
si prende cura della soggettività dei giovani, perché mettervi le mani
non garantisce di poterle tirar fuori immacolate.
È superfluo sottolineare infine quanto la scuola sia composta da
professionisti di prim’ordine impegnati effettivamente nel duro
conflitto educativo, ma è altrettanto superfluo chiarire che questi
ultimi costituiscono una triste minoranza in un contesto sempre più
bisognoso di figure decise a sposare la causa pedagogica.
Per salvarci e per salvare le nuove generazioni in bilico sul ciglio
di un dirupo, sarebbe necessario dunque riflettere con più attenzione
sull’importanza da conferire alla scuola, intesa non più come covo
alternativo alle quattro mura casalinghe, ma come luogo in cui è
possibile e necessario prendere parte al fondamentale processo di
costruzione di noi stessi.
Sarebbe un peccato, anche in questo caso, dare tutto per scontato.
sabato 12 agosto 2017
“Abbiamo tutti una diagnosi, l’importante è andare oltre". Parola del prof. Andrea Canevaro
Sul boom delle diagnosi – Dsa, Adhd e compagnia – il ravennate Andrea Canevaro, docente di Pedagogia all’Università di Bologna e padre del sostegno scolastico, ha un’idea precisa: “Abbiamo
tutti una diagnosi. Io, per esempio, ho problemi di equilibrio. E stare
al cellulare mi causa dolori. Ma non mi fermo. E provo a stare bene”.
Il docente, che a gennaio ha tenuto l’incontro“Questione di sguardi” per il ciclo “Confronti educativi” organizzati da “L’isola di Peter Pan” di Cesena (via Orsini 22/24), sa che guardare i bambini fuori dalle gabbie mentali che, sul loro conto, ci siamo costruiti, per gli adulti è una sfida enorme:
“Anche prima che vengano al mondo, ci creiamo delle aspettative che,
per quanto umane, rischiano di essere troppo rigide. La capacità di
accogliere l’inaspettato è un’occasione fondamentale, da non perdere. Ci
può restituire solo cose belle”.
Un discorso che, a suo dire, non vale solo per la disabilità: “Un certificato o un’idea troppo fissa di quello che, quel bambino o quella bambina, sarà, sono controproducenti.
I più piccoli hanno bisogno, fondamentalmente, di due cose: essere
stimati da qualcuno che, possibilmente, apprezza il bello e avere delle
basi sicure, quindi allargabili all’esterno. Tutto questo serve ad
andare avanti, a vedere in quel bambino un futuro”.
Un esempio? La sindrome di Down: “Conosco almeno quaranta persone che ce l’hanno. Ma sono diversissime l’una dall’altra. Se
pensassi, come lo stereotipo vuole, che quelli con la sindrome di Down
sono paffutelli e sempre sorridenti, sbaglierei: ce ne sono altrettanti
magri, irritabili e permalosi. La diagnosi è solo un punto di
partenza, il resto è tutto da esplorare e da capire. Lo sguardo
dev’essere bifocale: guardare il punto in cui sono e l’orizzonte, al
tempo stesso. Per chi ha a che fare con chi deve crescere, è
fondamentale”.
Ci vorrebbe, ragionando per assurdo, uno zio materno:
“Nella cultura subsahariana è colui che ci rivela ciò che non riusciamo
a vedere, che entra in scena a farci vedere il bello. Perché alla fine,
quello che succede non corrisponde mai esattamente a quello che avremmo
pensato”.
Articolo estratto dal sito www.emiliaromagnamamma.it
Articolo estratto dal sito www.emiliaromagnamamma.it
venerdì 28 luglio 2017
Film d'estate da guardare insieme: Il Drago Invisibile
Proponiamo un altro film da guardare insieme in famiglia: saimo di fronte ad un film che, utilizzando l'amcizia tra un bambino ed un animale onirico, affronta temi seri e importanti: si
va dal senso della famiglia al potere dell'amicizia, alla crescita
interiore e alla percezione del diverso.
Qui il teaser : Il drago invisibile - promo
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Liberamente ispirato a un altro film Disney per ragazzi del 1977, Elliot il drago invisibile, Pete’s Dragon
si presenta come la rivisitazione contemporanea di una amicizia senza
tempo tra un bambino orfano e indifeso e una creatura leggendaria,
contro cui vige più di un pregiudizio. Se nella versione anni '70
la Disney puntava sulla tecnica mista, mettendo insieme live action e animazione, e inserendo frequenti momenti musical,
nella versione odierna vengono completamente estromessi i riferimenti
musicali e nel realizzare il drago si fa affidamento solo alla computer
grafica. Le sembianze fumettistiche del drago nella vecchia versione,
che già nell’aspetto rivelavano la sua natura bonacciona, sono qui
abbandonate in favore di una connotazione “ferale”, più vicina
all’immaginario collettivo cui è tradizionalmente legato questo animale
mitologico. Nonostante l’aspetto, però, fin da subito la natura di
Elliot si rivela per quello che è, dimostrando la propria amicizia nei
confronti di Pete e prendendosi cura di lui, e manifestando
atteggiamenti ostili solo per difendersi da quegli “adulti” che, dando
per scontato che egli sia una creatura pericolosa e malvagia, si gettano
d’istinto contro di lui nel tentativo di catturarlo.
L’umanità che ritroviamo ne Il Drago Invisibile
non è tanto divisa tra buoni e cattivi, né tra bambini e adulti, quanto
tra coloro che mantengono il cuore spalancato e la mente sgombra da
pregiudizi, e coloro che invece hanno perso la semplicità e la fiducia
dei bambini e si fidano solo di se stessi. Nel primo schieramento
ritroviamo Pete e gli adulti che prestano fede alle sue parole, disposti
a guardare la realtà da una prospettiva diversa da ciò che sembra; del
secondo invece fanno parte coloro che non si fidano, e guardano a Elliot
solo come a un mostro. Tale distinzione però si dimostra nel finale non
del tutto infrangibile: di fronte all’evidente bontà del drago anche i
più convinti sostenitori della sua pericolosità possono cambiare idea.
Il film, pur con qualche debolezza a livello di
intreccio (in alcuni punti manca di originalità, in altri di
verosimiglianza), si presenta come un prodotto curato e piacevole, non
solo per i più piccoli. Anche gli adulti infatti da un lato godranno
delle manifestazioni di stupore dei bambini di fronte ai volteggi di
Elliot e Pete, dall’altro verranno probabilmente colti da una commossa
nostalgia, al ricordo (abbastanza prevedibile e non casuale) del volo di
Atreiu in groppa a Falkor, il drago volante della Storia Infinita, un cult del genere fantastico degli anni '80.
giovedì 6 luglio 2017
Piero Angela "In Italia non si premia il merito, il valore, l’autentica capacità"
Estraiamo da una lunga intervista di Piero Angela sul "Corriere della Sera" (qui la versione completa: Piero Angela intervista) la parte di cui il conduttore parla di scuola.
Piero Angela: «Un pacchetto
per il futuro di un Paese come il nostro dovrebbe essere composto da
innovazione, tecnologia, educazione e valori. Può consentire uno
sviluppo equilibrato e civile: la storia dimostra che i Paesi che hanno
adottato tale formula sono quelli che stanno meglio. Anche
l’informazione è importante: ma purtroppo, in Italia, segue troppo le
lotte politiche dimenticando che la vera ricchezza è il benessere del
Paese»
Cosa è che non va nella politica italiana?
«Facciamo l’esempio della scuola. Si parla continuamente di precari, di scuola laica o cattolica, di sicurezza degli edifici. Ma rarissimamente del vero problema: cioè come migliorare il livello e la qualità dell’insegnamento. Il risultato? Francesco Giavazzi lo ha spiegato molto bene giorni fa sul Corriere della Sera: se la produttività è l’indice dell’efficienza di un Paese, ebbene l’Italia è ferma da quindici anni. Altri Paesi, con gli stessi mezzi, hanno saputo fare ben di più e assai meglio. Da cittadino vedo l’incapacità della politica italiana di far emergere le mille potenzialità che ha il nostro Paese, pieno di gente in gamba».
«Facciamo l’esempio della scuola. Si parla continuamente di precari, di scuola laica o cattolica, di sicurezza degli edifici. Ma rarissimamente del vero problema: cioè come migliorare il livello e la qualità dell’insegnamento. Il risultato? Francesco Giavazzi lo ha spiegato molto bene giorni fa sul Corriere della Sera: se la produttività è l’indice dell’efficienza di un Paese, ebbene l’Italia è ferma da quindici anni. Altri Paesi, con gli stessi mezzi, hanno saputo fare ben di più e assai meglio. Da cittadino vedo l’incapacità della politica italiana di far emergere le mille potenzialità che ha il nostro Paese, pieno di gente in gamba».
Manca un sistema Paese?
«Nel libro dico che l’Italia è ricca di straordinarie intelligenze ma manca del tutto un’intelligenza di sistema».
«Nel libro dico che l’Italia è ricca di straordinarie intelligenze ma manca del tutto un’intelligenza di sistema».
(continua >>>>)
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