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testo

“Noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera,

lasciata all’iniziativa privata e ai comuni.

La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola

è indipendente dal controllo dello Stato”

Antonio Gramsci, Grido del Popolo, 1918

mercoledì 6 settembre 2017

2017: il crepuscolo dell'educazione

Articolo originale : www.itenovas.com

di Luca Citroni


Quando si parla di adolescenza, di giovani, ma soprattutto di quello che è il disagio generale che interessa ora più che mai questa fascia di popolazione, non è possibile non fare qualche riferimento alle istituzioni che dovrebbero essere impegnate in prima linea nella battaglia contro ogni tipo di malessere giovanile.

Stiamo parlando naturalmente di scuola e famiglia. Dei due pilastri portanti del fare e del pensare pedagogico. Di quelle istituzioni che da sempre combattono una lunga e insidiosa guerra contro la difficoltà dell’essere giovane. Ciò nonostante qualcosa negli ultimi tempi sembra aver reso questa lotta giorno dopo giorno più fiacca e sempre meno incisiva.
Prendiamo in esame la scuola.
Al giorno d’oggi essa sembra essersi dimenticata di aver a che fare con quella fase precaria dell’esistenza che è l’adolescenza, in cui un giovane tra paure e incertezze cammina in equilibrio su di un filo sottile mosso dal vento, alla ricerca della propria identità.
Bisogna dire che per far sì che ciò accadesse la scuola si è fatta promotrice, in passato, di una formazione adeguata sul concetto di sé, di quella considerazione positiva che è necessario avere e che siamo soliti chiamare autostima, legata all’accoglimento degli aspetti positivi e di quelli negativi (più comunemente chiamata auto-accettazione), indispensabile per far fronte agli eventi avversi della vita.
Ma non tutto sembra essere andato per il verso giusto.
La scuola di questi tempi sembra non rispettare questi canoni e a supporto di questa ipotesi, e con dati alla mano, possiamo effettivamente affermare che qualcosa non funziona. Non è un segreto dichiarare dunque che i giovani, al giorno d’oggi, si allontanano sempre più da essa.
Secondo la Commissione Europea sui tassi di abbandono scolastico, sono sempre di più e in costante aumento i giovani che decidono di interrompere la propria carriera scolastica. Più specificamente si afferma che nell’anno scolastico 2007- 2008 si sono avute nella scuola secondaria di II grado italiana 93.747 interruzioni, di cui 30.419 al Sud, 18.463 nelle Isole, 17.859 nel Nord-Ovest. Questi dati indicano quindi che in media il 22,2% dei giovani italiani tra i 15 e i 19 rinuncia alla scuola ancor prima di conseguire il diploma.
Ma se consideriamo alta la percentuale dei giovani che non hanno un titolo di scuola superiore, è altrettanto alta la percentuale di italiani che non hanno conseguito l'obbligo di almeno otto anni di scolarità, come previsto dalle vigenti normative. Sono all’incirca 20 milioni. Per questo motivo l'Italia occupa uno tra gli ultimi posti nella classifica riguardante il livello di scolarizzazione in Europa, lasciandosi dietro di sé solo Turchia e Grecia. Questo disastro socio-scolastico può trovare spiegazione nel triste primato italiano del mancato investimento nella cultura e nell'istruzione, e di un progressivo disinteresse per le nuove generazioni.
Da questi dati emersi ormai da anni, una domanda quindi sorge spontanea: perché i giovani appaiono così disaffezionati alla scuola?
Coloro che si dichiarano soddisfatti del funzionamento della scuola in effetti sono solo il 7%, mentre la maggior parte dei ragazzi accusa la scuola, (secondo una ricerca del 2011 condotta da Telefono Azzurro-Eurispes, associazione che porta avanti da anni indagini sulla condizione dei giovani in Italia), di diverse mancanze come quella di un più efficace raccordo con il mondo del lavoro, oltre che l'assenza della funzione educativa, cioè la tendenza dell'istituzione scolastica a trasmettere solo nozioni e non valori. Senza dimenticare inoltre la mancata possibilità di socializzazione usufruendo nel tempo libero e degli spazi scolastici per poter praticare attività, e infine, ma non ultimo per importanza, la mancanza di insegnanti comprensivi.
Le cose, naturalmente, non migliorano se dovessimo intraprendere un discorso relativo all’università, dove secondo le stime di AlmaLaurea il 27% delle matricole non si iscrivono all'anno successivo, così che l'Italia risulta il Paese europeo con il minor tasso di laureati nonché quello che investe meno nella ricerca e nell'innovazione. La conseguenza è che tanti ragazzi rafforzano i propri vissuti di precarietà, spesso già presenti nella loro struttura di personalità, sviluppando stati d'animo oltremodo problematici intrisi di ansia e di depressivo scoraggiamento per il futuro.
In base a queste premesse è possibile trarre un interessante spunto di riflessione per ragionare su quanto la scuola sia impegnata nella sua missione educativa, mettendo il punto sugli atteggiamenti spesso fuori luogo di insegnanti, che troppe volte non sono in grado di ricoprire il ruolo di educatore.  Ruolo che sta alla base della professione dell’insegnante. A dar manforte a questa tesi, il pedagogista e sociologo lombardo Umberto Galimberti ci dice che l’autostima e l’auto-accettazione nei giovani spesso vengono confuse dagli insegnanti come atteggiamenti di arroganza e presunzione e spinge questi ultimi a mettere in atto atteggiamenti ostili nei confronti degli alunni che presentano queste particolarità necessarie. Al contrario nei ragazzi che non presentano questi aspetti, spesso il professore si sente assolutamente assolto nel suo ribadire con voti e giudizi negativi quel nulla che lo studente avverte già per conto suo dentro di sé.
E così, a causa di simili considerazioni che fioriscono dalle labbra apparentemente innocue dei professori, si allarga e si approfondisce quella dimensione del vuoto che talvolta porta a gesti irreversibili.
Quando ciò accade il disinteresse lascia spazio alla meraviglia per quello che è capitato. Non ci si meraviglia mai della propria disattenzione ma dell’imprevedibilità di simili gesti in ragazzi che apparentemente potevano sembrare vivaci e allegri.
Questo perché, nonostante nella letteratura che si studia vengano descritte nei minimi particolari le pieghe dell’anima, molti inseganti ancora non sanno distinguere nel riso di un giovane lo spunto della gioia o la smorfia della tragedia imminente.
Tutto quello di disastroso che può accadere nasce dal fatto che a oggi sono troppo pochi gli insegnanti che considerano l’istruzione una diretta conseguenza dell’educazione e non il contrario, e che prima di istruire, o meglio, prima che ciò sia possibile, bisogna provvedere alla costruzione di un identità del giovane al quale si vogliono impartire nozioni. E non identità intesa con il semplice fatto che essi sono in classe e occupano un determinato spazio, ma intesa come riconoscimento di sé e soprattutto dell’altro. Se questo riconoscimento dovesse mancare, allora l’identità di un giovane si costruirà in altro modo, in altri luoghi fuori dalla scuola dove è possibile sentirsi riconosciuti. Ed è per questo che devianze di ogni tipo appaiono come forme adeguate di identificazione.
Questo sembra essere un valido motivo per i giovani di rifuggire dalla scuola.
Questi atteggiamenti si manifestano con vere e proprie fughe dalla realtà, coadiuvate dall’assunzione di sostanze illecite, o con la frustrazione che annulla ogni tipo di identità. Questa fuga spesso non viene presa in considerazione nelle scuole, e viene interpretata come pigrizia, come disinteresse dell’alunno per le lezioni, senza prendere in considerazione l’ipotesi che dietro la loro distrazione ristagna un problema serio che troppo spesso è legato all’annullamento di sé e all’annichilimento.
La scuola, l’istituzione pedagogica per antonomasia, la quale dovrebbe conferire senso alla vita di un giovane, nel corso del tempo sembra esser venuta meno al proprio ruolo, oltre che essersi dimenticata che istruire è possibile solo se si è in grado di educare, ed educare significa acquisizione del riconoscimento di sé.
Nelle scuole sembra non esistere una vera educazione alle emozioni, e per questo molti studenti sono spinti ad abbandonare e ad abbandonarsi agli eccessi di una vita dissipata al di fuori di una realtà educativa che può e deve salvare dal perdersi.
La scuola si mostra a noi oggi con quel volto irresponsabile di chi si tiene fuori dai problemi connessi ai processi di crescita. Di chi non si prende cura della soggettività dei giovani, perché mettervi le mani non garantisce di poterle tirar fuori immacolate.
È superfluo sottolineare infine quanto la scuola sia composta da professionisti di prim’ordine impegnati effettivamente nel duro conflitto educativo, ma è altrettanto superfluo chiarire che questi ultimi costituiscono una triste minoranza in un contesto sempre più bisognoso di figure decise a sposare la causa pedagogica.
Per salvarci e per salvare le nuove generazioni in bilico sul ciglio di un dirupo, sarebbe necessario dunque riflettere con più attenzione sull’importanza da conferire alla scuola, intesa non più come covo alternativo alle quattro mura casalinghe, ma come luogo in cui è possibile e necessario prendere parte al fondamentale processo di costruzione di noi stessi.
Sarebbe un peccato, anche in questo caso, dare tutto per scontato.

sabato 12 agosto 2017

“Abbiamo tutti una diagnosi, l’importante è andare oltre". Parola del prof. Andrea Canevaro

Sul boom delle diagnosi – Dsa, Adhd e compagnia – il ravennate Andrea Canevaro, docente di Pedagogia all’Università di Bologna e padre del sostegno scolastico, ha un’idea precisa: “Abbiamo tutti una diagnosi. Io, per esempio, ho problemi di equilibrio. E stare al cellulare mi causa dolori. Ma non mi fermo. E provo a stare bene”.
Il docente, che a gennaio ha tenuto l’incontro“Questione di sguardi” per il ciclo “Confronti educativi” organizzati da “L’isola di Peter Pan” di Cesena (via Orsini 22/24), sa che guardare i bambini fuori dalle gabbie mentali che, sul loro conto, ci siamo costruiti, per gli adulti è una sfida enorme: “Anche prima che vengano al mondo, ci creiamo delle aspettative che, per quanto umane, rischiano di essere troppo rigide. La capacità di accogliere l’inaspettato è un’occasione fondamentale, da non perdere. Ci può restituire solo cose belle”.

Un discorso che, a suo dire, non vale solo per la disabilità: “Un certificato o un’idea troppo fissa di quello che, quel bambino o quella bambina, sarà, sono controproducenti. I più piccoli hanno bisogno, fondamentalmente, di due cose: essere stimati da qualcuno che, possibilmente, apprezza il bello e avere delle basi sicure, quindi allargabili all’esterno. Tutto questo serve ad andare avanti, a vedere in quel bambino un futuro”.

Un esempio? La sindrome di Down: “Conosco almeno quaranta persone che ce l’hanno. Ma sono diversissime l’una dall’altra. Se pensassi, come lo stereotipo vuole, che quelli con la sindrome di Down sono paffutelli e sempre sorridenti, sbaglierei: ce ne sono altrettanti magri, irritabili e permalosi. La diagnosi è solo un punto di partenza, il resto è tutto da esplorare e da capire. Lo sguardo dev’essere bifocale: guardare il punto in cui sono e l’orizzonte, al tempo stesso. Per chi ha a che fare con chi deve crescere, è fondamentale”.

Ci vorrebbe, ragionando per assurdo, uno zio materno: “Nella cultura subsahariana è colui che ci rivela ciò che non riusciamo a vedere, che entra in scena a farci vedere il bello. Perché alla fine, quello che succede non corrisponde mai esattamente a quello che avremmo pensato”.

Articolo estratto dal sito www.emiliaromagnamamma.it

venerdì 28 luglio 2017

Film d'estate da guardare insieme: Il Drago Invisibile


Proponiamo un altro film da guardare insieme in famiglia: saimo di fronte ad un film che, utilizzando l'amcizia tra un bambino ed un animale onirico, affronta temi seri e importanti: si va dal senso della famiglia al potere dell'amicizia, alla crescita interiore e alla percezione del diverso.

Qui il teaser : Il drago invisibile - promo

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Liberamente ispirato a un altro film Disney per ragazzi del 1977, Elliot il drago invisibile, Pete’s Dragon si presenta come la rivisitazione contemporanea di una amicizia senza tempo tra un bambino orfano e indifeso e una creatura leggendaria, contro cui vige più di un pregiudizio. Se nella versione anni '70 la Disney puntava sulla tecnica mista, mettendo insieme live action e animazione, e inserendo frequenti momenti musical, nella versione odierna vengono completamente estromessi i riferimenti musicali e nel realizzare il drago si fa affidamento solo alla computer grafica. Le sembianze fumettistiche del drago nella vecchia versione, che già nell’aspetto rivelavano la sua natura bonacciona, sono qui abbandonate in favore di una connotazione “ferale”, più vicina all’immaginario collettivo cui è tradizionalmente legato questo animale mitologico. Nonostante l’aspetto, però, fin da subito la natura di Elliot si rivela per quello che è, dimostrando la propria amicizia nei confronti di Pete e prendendosi cura di lui, e manifestando atteggiamenti ostili solo per difendersi da quegli “adulti” che, dando per scontato che egli sia una creatura pericolosa e malvagia, si gettano d’istinto contro di lui nel tentativo di catturarlo.
L’umanità che ritroviamo ne Il Drago Invisibile non è tanto divisa tra buoni e cattivi, né tra bambini e adulti, quanto tra coloro che mantengono il cuore spalancato e la mente sgombra da pregiudizi, e coloro che invece hanno perso la semplicità e la fiducia dei bambini e si fidano solo di se stessi. Nel primo schieramento ritroviamo Pete e gli adulti che prestano fede alle sue parole, disposti a guardare la realtà da una prospettiva diversa da ciò che sembra; del secondo invece fanno parte coloro che non si fidano, e guardano a Elliot solo come a un mostro. Tale distinzione però si dimostra nel finale non del tutto infrangibile: di fronte all’evidente bontà del drago anche i più convinti sostenitori della sua pericolosità possono cambiare idea.
Il film, pur con qualche debolezza a livello di intreccio (in alcuni punti manca di originalità, in altri di verosimiglianza), si presenta come un prodotto curato e piacevole, non solo per i più piccoli. Anche gli adulti infatti da un lato godranno delle manifestazioni di stupore dei bambini di fronte ai volteggi di Elliot e Pete, dall’altro verranno probabilmente colti da una commossa nostalgia, al ricordo (abbastanza prevedibile e non casuale) del volo di Atreiu in groppa a Falkor, il drago volante della Storia Infinita, un cult del genere fantastico degli anni '80.

giovedì 6 luglio 2017

Piero Angela "In Italia non si premia il merito, il valore, l’autentica capacità"

Estraiamo da una lunga intervista di Piero Angela sul "Corriere della Sera" (qui la versione completa: Piero Angela intervista) la parte di cui il conduttore parla di scuola.

Piero Angela: «Un pacchetto per il futuro di un Paese come il nostro dovrebbe essere composto da innovazione, tecnologia, educazione e valori. Può consentire uno sviluppo equilibrato e civile: la storia dimostra che i Paesi che hanno adottato tale formula sono quelli che stanno meglio. Anche l’informazione è importante: ma purtroppo, in Italia, segue troppo le lotte politiche dimenticando che la vera ricchezza è il benessere del Paese»
 
Cosa è che non va nella politica italiana?
«Facciamo l’esempio della scuola. Si parla continuamente di precari, di scuola laica o cattolica, di sicurezza degli edifici. Ma rarissimamente del vero problema: cioè come migliorare il livello e la qualità dell’insegnamento.  Il risultato? Francesco Giavazzi lo ha spiegato molto bene giorni fa sul Corriere della Sera: se la produttività è l’indice dell’efficienza di un Paese, ebbene l’Italia è ferma da quindici anni. Altri Paesi, con gli stessi mezzi, hanno saputo fare ben di più e assai meglio. Da cittadino vedo l’incapacità della politica italiana di far emergere le mille potenzialità che ha il nostro Paese, pieno di gente in gamba».

Manca un sistema Paese?
«Nel libro dico che l’Italia è ricca di straordinarie intelligenze ma manca del tutto un’intelligenza di sistema».

(continua >>>>)

giovedì 15 giugno 2017

Film d'estate da vedere insieme: Hugo Cabret

Da questa settimana parte una rubrica dedicata a film che è possibile vedere tutti insieme: sia in famiglia, che in più gruppi di famiglie insieme magari inventando una sorta di "cineform da vacanze". Partiamo proponendo un film del 2011 con la regia di Martin Scorsese: il bellissimo "Hugo Cabret"
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Un treno, in arrivo alla Gare de Montparnasse non riesce a fermarsi. Esce dai suoi binari, inizia a spazzare via tutto ciò che incontra, chioschi di giornali, negozi, tavolini, infine sfonda la grande vetrata circolare della stazione; la locomotiva resta per un momento sospesa a mezz’aria e infine precipita rovinosamente a terra.
E’ un sogno; si è trattato di un sogno del piccolo Hugo (una sequenza che è costata mesi di lavorazione) ma in fondo ce lo potevamo aspettare, in questo film che è tutto un omaggio al fascino delle immagini in movimento: Scorsese ha forse voluto riprodurre, aggiornandola, l’emozione degli spettaori del primo film dei fratelli Lumière, quando l’immagine di un treno che avanzava in direzione degli spettatori li fece sobbalzare per lo spavento.
La nostalgia dei primi anni del cinema è la corda emotiva del film: quella breve stagione che ha avuto come protagonista Georges Méliès, che partendo da una innovazione che appariva poco più di una curiosità tecnica, riuscì a mostrare le infinite possibilità inventive del nuovo mezzo, a cui fece seguito un repentino oblio quando lo scoppio della prima guerra mondiale rese di colpo fuori registro i giochi d’illusione delle sue opere.
Scorsese gioca di rimando e stabilisce un ponte con quell’epoca cercando di osare anche lui, in modo da farci recuperare, quasi cent’anni dopo, lo stupore del cinema: ha quindi impiegato (per lui è la prima volta) il 3D e le ricostruzioni in CG di una favolosa Parigi anni ’30, grazie anche alle curatissime scenografie di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo (sicuramente da Oscar).
Gli occhi azzurri ma tristi del dodicenne Hugo Cabret (Asa Butterfield, già apprezzato in Il bambino con il pigiama a strisce) sono l’altra attrazione del film: un ragazzo orfano che vive negli spazi lasciati liberi dai grandi ingranaggi dell’orologio della stazione, che sogna,di far funzionare un pupazzo meccanico lasciato incompiuto dal padre nella speranza di scoprire qualche messaggio che forse gli ha voluto lasciare.
Il mondo intorno gli è ostile ma lui coglie una speranza, percepisce una provvidenza che sicuramente finirà per occuparsi anche di lui : “Immagino che tutto i mondo sia come un enorme meccanismo. Le macchine non hanno mai dei pezzi in più. Hanno sempre l’esatto numero che serve. Così ho pensato che se tutto il mondo è una enorme macchina io non posso essere in più. Io debbo essere qui per qualche motivo”.
Nonostante i due protagonisti abbiano dodici anni, a stento il film si può definire per ragazzi: apprezzare le sbiadite e tremolanti immagini dei film di Méliés vuol dire avere una buona cultura cinematografica; manca la scena clou, sempre presente in film di questo genere, spesso una divertente e concitata sequenza di inseguimento ma in particolare manca una vera dialettica fra i due protagonisti, un confronto/contrasto di caratteri, lo sviluppo interiore della loro amicizia. Se conosciamo bene la storia di Hugo, ben poco sappiamo di Isabelle (veniamo sbrigativamente informati che è orfana anch’essa) e il personaggio resta di semplice spalla a quello di Hugo. Infine l’aggancio fra le vicissitudini del robot meccanico e le opere cinematografiche di Méliés appare un po’ forzato.
E’ stato detto che l’idea di realizzare questo film è venuta in mente a Scorsese mentre leggeva a sua figlia dodicenne l’omonima graphic novel di Brian Selznick .
E’ bello pensare che sia avvenuto proprio così: il regista ha colto l’occasione per manifestare tutta la sua passione per il cinema dei primi tempi ma al contempo ha voluto trasmettere a sua figlia, nei due giovani protagonisti, l’amore per il cinema (Hugo) e per la lettura (Isabelle).

La scheda del film
paese: USA
anno: 2011
regia: Martin Scorsese  
sceneggiatura: John Logan
durata: 125'
interpreti: Asa Butterfield, Ben Kingsley, Sacha Baron Cohen, Emily Mortimer, Ray Winstone, Jude La

sabato 10 giugno 2017

"Ma una cosa la sanno, anche se ogni volta sembrano scordarsene”

Il vescovo li vide arrivare, una folla di persone dall’aria decisa. Sospirando, si girò verso di loro.
“Che cosa volete, figlioli?”
Quello che era evidentemente il loro capo si fece avanti: “Vogliamo che la Chiesa…”
Il santo vescovo li ascoltò pazientemente, poi ad un certo punto alzò la mano. “Sì, sì, credo di avere capito. A questo punto penso che sia meglio che queste che cose le chiediate direttamente a Dio”.
Si levò un mormorio di sorpresa. “Ma… disturbarlo per…” Ma il vescovo fece un cenno con la mano a liquidare l’obiezione e si avviò con passo deciso. Gli altri lo seguirono.
Dio stava potando delle viti nel suo giardino. “Sì, un attimo, ho quasi finito.” Recise un ultimo ramo e poi si sedette su un muretto. “Allora, forza, parlate” disse, con fare affabile.
Si fece avanti il capo del gruppo. “Signore, ecco, noi… vorremmo che permettessi l’uso di anticoncezionali…”. Disse, quasi farfugliando.
Dio scambiò un’occhiata con il vescovo. “Certo, lo permetto”.
Un mormorio di sorpresa si levò tra i presenti, che cominciarono a scambiarsi pacche sulle spalle.
“C’è altro, vero?” disse Dio.
“Ecco, vorremmo che fossero permessi anche i rapporti omosessuali…”
“Sono permessi”, disse Dio.
Da alcuni degli astanti si levarono degli “Olè”.
“E anche i rapporti al di fuori del matrimonio…”
“Accordàti”, fece Dio.
“La masturbazione…”
“Certo”
“L’aborto…”
“Come no. Ma aspettate, è inutile che vi sforziate di esprimerlo in parole, tanto lo posso leggere in voi cosa vorreste fare”.
Li guardò, uno per uno. “Vorreste fare del sesso quando vi va e con chi vi va? Lo permetto. Anche con dei bambini? Sì, lo permetto. Vorreste impossessarvi dei beni di chi secondo voi ha troppo? Lo permetto. Della donna, dell’uomo di un altro? Lo permetto. Anche con la forza? Con la menzogna? Lo permetto. Volete uccidere chi non sopportate? Permetto anche questo”.
Man mano che Dio parlava, tutti ad uno ad uno tacquero.
Dio si alzò. “Io permetto tutte queste cose. Le permetto già. E dovreste saperlo, visto che già le fate. Tutte”.
Si avvicinò, e fissò negli occhi il loro capo. “Ma quello che non posso fare è dire che tutte queste cose vi renderanno felici. Non posso proprio farvele bastare. Perché io ho fatto voi uomini in un’altra maniera.” Mentre parlava sorrideva, un sorriso triste.
“Non solo il fare tutte queste azioni non vi basterà, ma vi renderà ancora più infelici, perché sono proprio il contrario del modo in cui vi ho fatto”.
Il leader del gruppo abbassò lo sguardo. Dio gli posò una mano sulla spalla. “Vi ho fatti in una certa maniera, e nemmeno io posso farvi in maniera diversa senza disfarvi del tutto. Nel fondo del vostro cuore voi non volete le cose che avete chiesto: chiedete delle cose che pensate colmino quella sete che avete, ma non sono le cose giuste. Sono le cose che qualcuno che odia voi e me vi ha suggerito proprio sapendo cosa vi succederebbe”.
Si rivolse a quelli dietro. “Voi, che già le fate, ditemi, vi hanno resi felici, o ancora più disperati e famelici? Cosa è successo, come conseguenza di quelle azioni? Quale tristezza e schifo hanno generato?” Nessuno parlò. “E quindi,” proseguì Dio, “cosa vorreste che io facessi? Che, nonostante quello che siete, quello che è, io vi dessi il permesso di sentirvi giustificati qualsiasi cosa facciate? In maniera da accusarmi anche di questo? Bene, il permesso di farlo ve l’ho dato. E ve l’ho dato fin dal principio. Si chiama libertà. Ma avete anche qualcosa d’altro, dentro, cioè la conoscenza di cosa sia bene e cosa sia male. E nemmeno io posso togliervela, perché ve la siete presa assieme alla libertà”.
Si accostò al vescovo, passò il braccio attorno alle sue spalle bianche e lo strinse a sé. “Il vostro vescovo vi può ricordare cosa io stesso ho detto ai vostri padri. Cos’è che può rendervi felici. Ma, se non lo posso io, neanche lui può cambiare la vostra natura”.
“Cos’è che può renderci felici, allora?” Chiese il capo del gruppo.
“Già lo sai.” Disse Dio “stare qui assieme a me”.
A questo punto, il silenzio era totale. Neanche si sentivano più gli uccellini tra i rami del giardino. Poi, uno ad uno, i presenti si voltarono e se ne andarono.
Alla fine rimasero solo Dio e il vescovo. Il vescovo sospirò.
“Credi che l’abbiano capito, stavolta?” Chiese, rivolgendosi a Dio.
Dio si strinse le spalle. “Come tutte le altre volte. Ma una cosa la sanno, anche se ogni volta sembrano scordarsene”.
Il vescovo si girò verso Dio. “E qual è?”
Rispose Dio “Che io li amo”. 


Dal sito : berlicche

mercoledì 24 maggio 2017

Tredici: l’assordante vuoto d’amore in una serie TV

La serie tv “Tredici” grida il bisogno di relazioni vere: l’assordante vuoto di amore che spezza quelle vite fragili

 
Pubblichiamo qui l'articolo a firma di Alessandro D'Avenia pubblicato su "La Stampa" del 18/05/2017

Qui l'originale : articolo prof 2.0
 
 
Stavamo dialogando attorno al canto dell’Inferno dantesco dedicato al conte Ugolino, ed evidenziavo il fatto che Dante presenta un padre incapace di dare pane e parole ai suoi figli, condannati a morire da innocenti.
In un verso Dante descrive la tragedia della paternità sovvertita, quando Ugolino, guardando i volti dei quattro innocenti imprigionati con lui, dice di aver visto se stesso: sia perché vede in loro lo stesso dramma dell’inedia che li condanna a morte, sia perché vede in loro il frutto delle sue colpe. Moriranno a causa sua, e lui non se ne era reso conto, se non in quel momento, quando ormai è troppo tardi. Partendo da qui siamo arrivati a parlare di Thirteen reasons why: titolo di un fortunato libro negli Usa (Tredici in Italia), nonché di una ancora più fortunata serie televisiva che spopola tra i ragazzi e che, sollecitato da loro e interessato a capire dove cercano le parole e le immagini per raccontarsi, ho guardato nelle ultime settimane.
Una ragazza si suicida, ha 17 anni, ma prima di mettere in atto il suo gesto estremo, incide 13 audiocassette, dedicate ciascuna alle tredici ragioni che l’hanno portata a togliersi di mezzo, ogni ragione corrisponde all’amico o amica, a cui è dedicato quel nastro. Così a poco a poco emerge la verità di una storia di violenza verbale e fisica, ampliata anche da chi si riteneva innocente. Sorprende scoprire che solo l’ultima cassetta è dedicata a un adulto, lo psicologo della scuola, che aveva parlato con la ragazza il giorno stesso del suo suicidio e non era stato capace di andare oltre quanto richiesto dal codice del suo lavoro.
Il ritornello che caratterizza tutta la serie è che la verità non è sempre quella che ci costruiamo per giustificare le nostre azioni e che il male che commettiamo o il bene che tralasciamo di fare hanno lo stesso peso.
Tutto ciò avviene ad una ragazza a cui non manca niente per essere felice, ma una somma di gesti malvagi o di gesti omessi da chi le vuole bene fa crollare una identità in formazione e quindi fragile. Questo il fascino esercitato sul pubblico di adolescenti: la percezione della distanza tra come ci si sente e come è la realtà, due dati che nella vita di un ragazzo sono spesso molto distanti e che portano gli adulti a non capire, liquidando le loro sofferenze ora come «paturnie dell’età», ora come «cose che un giorno capirai», ora come «la vita è fatta così, impara a starci».
Nella serie infatti l’assordante assenza è quella degli adulti, distantissimi anche se vicini, a volte incapaci di ascolto o di capire come ascoltare (la famiglia del protagonista deve formulare il proposito di fare almeno un pasto insieme dopo tre settimane…), a volte incapaci loro stessi di essere adulti.
È il protagonista della serie, un diciassettenne, a dover dire in modo chiaro allo psicologo: «Dovremmo imparare a volerci bene, in modo migliore». Ha capito che non basta il rispetto, non bastano le regole, che il consumismo relazionale è un veleno e che per volersi bene bisogna conoscere gli altri, conoscere il bene per gli altri, perché una relazione è vera solo quando si impegna a realizzare il bene dell’altro e ad accogliere l’altro come bene, non basta vivere sotto lo stesso tetto (familiare, scolastico…). È l’adolescente protagonista che impara che il bene dell’altro va fatto, a ogni costo, ed è lui a dover educare gli adulti sul tema.
Sono gli effetti di una società individualista, in cui i ragazzi non si sentono più parte di una storia, ma si riducono ad atomi incapaci di comprendere la realtà, perché nessuno gliene offre le parole adatte, ci si limita a insegnare delle regole per la vita e non cosa ci sia di buono da fare nella vita e a cosa servano quelle regole. Lo spaesamento narrato in questa serie solleva sin dal primo minuto la ferita aperta della società di oggi, quella americana sicuramente più avanti della nostra, ma neanche tanto: in un tessuto sociale disgregato e utilitarista, l’individuo è solo e non vale nulla se non si procura da solo il suo valore. La vita inserita in un sistema di performance in cui si è tanto quanto si ha, fa, appare, non c’è il tempo per costruire sull’essere, cosa che potrebbe avvenire in famiglia, unico luogo in cui essere accettati per quello che si è e non per quelle altre tre cose. Ma la famiglia non ha tempo per fare questo, oppressa anche lei da un meccanismo soffocante. Non c’è tempo per le relazioni buone, il tempo che permette di far emergere le ferite e le gioie, che va a costruire quel nucleo forte di amore da cui un bambino ed un adolescente imparano a guardare ed affrontare il mondo.
Il tempo delle relazione è spesso riempito da oggetti, silenzi, altre performance… che non lasciano lo spazio e i minuti necessari ad abbassare le difese e ad aprirsi. Persino l’assurda moda della Blue Whale – un gioco perverso che si conclude con il suicidio del partecipante – può riempire il vuoto di senso della propria esistenza, tanto da trasformarla in una performance sino alla autodistruzione: ci sarebbe da chiedersi come mai neanche la scuola sia più in grado di offrire un orizzonte di senso a questi ragazzi che vi passano per tredici anni tre quarti delle mattine. Continuiamo a produrre «educazioni a» affollando la loro testa di altre regole, impossibili da vivere perché non c’è una vita interiore, personale, unica e irripetibile, una storia in cui inserirle. Gli individui non hanno storie, le storie le hanno i ragazzi quando sono figli, nipoti, alunni… La passione per questa serie da parte dei ragazzi la tradurrei così: «Insegnateci a voler bene davvero, ridateci relazioni significative e non consumistiche, trovate il tempo da impegnare per noi come la cosa più importante che vi è capitata nella vita, guardateci, andate oltre le apparenze, consegnatemi il testimone della vita perché io cominci la mia corsa e sappia perché sto correndo».
La ragazza che si suicida dopo aver parlato con lo psicologo si ferma fuori dalla porta a vetri di lui e rimane ferma sperando che lui la insegua, andando oltre lo stretto necessario della chiacchierata appena affrontata. Lei afferma nella sua registrazione che se lui fosse uscito non si sarebbe uccisa, ma lui risponde al cellulare che aveva squillato già più volte durante il colloquio, interrompendo l’attenzione totale dovuta ad una ragazza in crisi, e dimentica quello che lei gli ha appena confidato: la mia vita non vale niente. Sceglie ciò che sembra più urgente, invece di quello che è importante (quanto tempo rubato alle relazioni dalla nostra iper-connessione). Tredici sono le ragioni per cui una ragazza si toglie la vita: e sono persone, cioè relazioni. Una è la ragione che le unifica tutte: la mancanza d’amore. L’amore è dare valore alle persone, e il valore sì dà solo quando si dona il proprio tempo a curare la relazione con l’altro, costi quel che costi. Dare tempo quando si è in tempo, altrimenti come Ugolino vedremo sul volto dei ragazzi ciò che noi stessi, senza rendercene conto, abbiamo provocato. Ma sarà troppo tardi.

martedì 2 maggio 2017

Come crescere bambini altruisti: 4 consigli da un esperto

Pubblchiamo un articolo estratto da www.famigliaok.it sull'educzione all'altruismo.

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L’altruismo è diventato poco comune nella società odierna. Se i genitori non si prefiggono di crescere bambini altruisti, molto probabilmente i loro figli saranno degli egoisti.
L’educatrice, autrice e speaker Michele Borba, Ed.D. ha condiviso alcuni suggerimenti (da PREGNANCY) su come infondere l’altruismo nei bambini. Questi consigli si prefiggono di aiutare a crescere bambini altruisti, generosi e premurosi.
1. Non tollerare comportamenti egoisti in famiglia
Tutto inizia in famiglia. Se si permette che i propri bambini abbiano un comportamento egoista, essi penseranno che questo tipo di comportamento sia accettabile. Se si vuole che i propri bimbi diventino altruisti è importante agire in modo fermo e coerente nel reprimere atteggiamenti egoisti.
 2. Incoraggiare l’empatia in casa
I genitori dovrebbero insegnare sempre ai loro figli a pensare a come le altre persone si potrebbero sentire in determinate situazioni, dovrebbero pertanto cercare le più svariate occasioni per aiutare i loro figli a comprendere i punti di vista degli altri. E’ infatti opportuno fare in modo che i bambini comprendano di non essere al centro dell’universo. I bambini dovrebbero essere consapevoli dei bisogni, diritti e sentimenti degli altri e dovrebbe essere insegnato loro come rispettarli.
3. Lascia che i tuoi figli conoscano i loro limiti
Molti bimbi che ottengono sempre ciò che vogliono diventano egoisti. La Dr.ssa Borba ha dato su PREGNANCY alcuni consigli: “Mettere chiari limiti e attaccarsi ad essi come la colla”, “Non cedere al piagnucolare, al muso, ai capricci, alle frasi che scatenano sensi di colpa del tipo ‘Siete i peggiori genitori del mondo.’”
4. Essere un buon modello di comportamento per i propri figli
I figli imitano le azioni dei loro genitori più delle loro parole. “Praticare ciò che si predica” è un dovere per ogni genitore.
“Se vuoi che i tuoi figli siano sinceri, anche tu devi essere sincero. Se vuoi che imparino le buone maniere, dovete parlarvi con il dovuto rispetto” (consigliato su Parentous). Imparare a crescere figli altruisti è solo il primo passo. Agire in modo fermo e coerente nell’insegnare questa virtù è persino più importante.