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testo

“Noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera,

lasciata all’iniziativa privata e ai comuni.

La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola

è indipendente dal controllo dello Stato”

Antonio Gramsci, Grido del Popolo, 1918

mercoledì 24 maggio 2017

Tredici: l’assordante vuoto d’amore in una serie TV

La serie tv “Tredici” grida il bisogno di relazioni vere: l’assordante vuoto di amore che spezza quelle vite fragili

 
Pubblichiamo qui l'articolo a firma di Alessandro D'Avenia pubblicato su "La Stampa" del 18/05/2017

Qui l'originale : articolo prof 2.0
 
 
Stavamo dialogando attorno al canto dell’Inferno dantesco dedicato al conte Ugolino, ed evidenziavo il fatto che Dante presenta un padre incapace di dare pane e parole ai suoi figli, condannati a morire da innocenti.
In un verso Dante descrive la tragedia della paternità sovvertita, quando Ugolino, guardando i volti dei quattro innocenti imprigionati con lui, dice di aver visto se stesso: sia perché vede in loro lo stesso dramma dell’inedia che li condanna a morte, sia perché vede in loro il frutto delle sue colpe. Moriranno a causa sua, e lui non se ne era reso conto, se non in quel momento, quando ormai è troppo tardi. Partendo da qui siamo arrivati a parlare di Thirteen reasons why: titolo di un fortunato libro negli Usa (Tredici in Italia), nonché di una ancora più fortunata serie televisiva che spopola tra i ragazzi e che, sollecitato da loro e interessato a capire dove cercano le parole e le immagini per raccontarsi, ho guardato nelle ultime settimane.
Una ragazza si suicida, ha 17 anni, ma prima di mettere in atto il suo gesto estremo, incide 13 audiocassette, dedicate ciascuna alle tredici ragioni che l’hanno portata a togliersi di mezzo, ogni ragione corrisponde all’amico o amica, a cui è dedicato quel nastro. Così a poco a poco emerge la verità di una storia di violenza verbale e fisica, ampliata anche da chi si riteneva innocente. Sorprende scoprire che solo l’ultima cassetta è dedicata a un adulto, lo psicologo della scuola, che aveva parlato con la ragazza il giorno stesso del suo suicidio e non era stato capace di andare oltre quanto richiesto dal codice del suo lavoro.
Il ritornello che caratterizza tutta la serie è che la verità non è sempre quella che ci costruiamo per giustificare le nostre azioni e che il male che commettiamo o il bene che tralasciamo di fare hanno lo stesso peso.
Tutto ciò avviene ad una ragazza a cui non manca niente per essere felice, ma una somma di gesti malvagi o di gesti omessi da chi le vuole bene fa crollare una identità in formazione e quindi fragile. Questo il fascino esercitato sul pubblico di adolescenti: la percezione della distanza tra come ci si sente e come è la realtà, due dati che nella vita di un ragazzo sono spesso molto distanti e che portano gli adulti a non capire, liquidando le loro sofferenze ora come «paturnie dell’età», ora come «cose che un giorno capirai», ora come «la vita è fatta così, impara a starci».
Nella serie infatti l’assordante assenza è quella degli adulti, distantissimi anche se vicini, a volte incapaci di ascolto o di capire come ascoltare (la famiglia del protagonista deve formulare il proposito di fare almeno un pasto insieme dopo tre settimane…), a volte incapaci loro stessi di essere adulti.
È il protagonista della serie, un diciassettenne, a dover dire in modo chiaro allo psicologo: «Dovremmo imparare a volerci bene, in modo migliore». Ha capito che non basta il rispetto, non bastano le regole, che il consumismo relazionale è un veleno e che per volersi bene bisogna conoscere gli altri, conoscere il bene per gli altri, perché una relazione è vera solo quando si impegna a realizzare il bene dell’altro e ad accogliere l’altro come bene, non basta vivere sotto lo stesso tetto (familiare, scolastico…). È l’adolescente protagonista che impara che il bene dell’altro va fatto, a ogni costo, ed è lui a dover educare gli adulti sul tema.
Sono gli effetti di una società individualista, in cui i ragazzi non si sentono più parte di una storia, ma si riducono ad atomi incapaci di comprendere la realtà, perché nessuno gliene offre le parole adatte, ci si limita a insegnare delle regole per la vita e non cosa ci sia di buono da fare nella vita e a cosa servano quelle regole. Lo spaesamento narrato in questa serie solleva sin dal primo minuto la ferita aperta della società di oggi, quella americana sicuramente più avanti della nostra, ma neanche tanto: in un tessuto sociale disgregato e utilitarista, l’individuo è solo e non vale nulla se non si procura da solo il suo valore. La vita inserita in un sistema di performance in cui si è tanto quanto si ha, fa, appare, non c’è il tempo per costruire sull’essere, cosa che potrebbe avvenire in famiglia, unico luogo in cui essere accettati per quello che si è e non per quelle altre tre cose. Ma la famiglia non ha tempo per fare questo, oppressa anche lei da un meccanismo soffocante. Non c’è tempo per le relazioni buone, il tempo che permette di far emergere le ferite e le gioie, che va a costruire quel nucleo forte di amore da cui un bambino ed un adolescente imparano a guardare ed affrontare il mondo.
Il tempo delle relazione è spesso riempito da oggetti, silenzi, altre performance… che non lasciano lo spazio e i minuti necessari ad abbassare le difese e ad aprirsi. Persino l’assurda moda della Blue Whale – un gioco perverso che si conclude con il suicidio del partecipante – può riempire il vuoto di senso della propria esistenza, tanto da trasformarla in una performance sino alla autodistruzione: ci sarebbe da chiedersi come mai neanche la scuola sia più in grado di offrire un orizzonte di senso a questi ragazzi che vi passano per tredici anni tre quarti delle mattine. Continuiamo a produrre «educazioni a» affollando la loro testa di altre regole, impossibili da vivere perché non c’è una vita interiore, personale, unica e irripetibile, una storia in cui inserirle. Gli individui non hanno storie, le storie le hanno i ragazzi quando sono figli, nipoti, alunni… La passione per questa serie da parte dei ragazzi la tradurrei così: «Insegnateci a voler bene davvero, ridateci relazioni significative e non consumistiche, trovate il tempo da impegnare per noi come la cosa più importante che vi è capitata nella vita, guardateci, andate oltre le apparenze, consegnatemi il testimone della vita perché io cominci la mia corsa e sappia perché sto correndo».
La ragazza che si suicida dopo aver parlato con lo psicologo si ferma fuori dalla porta a vetri di lui e rimane ferma sperando che lui la insegua, andando oltre lo stretto necessario della chiacchierata appena affrontata. Lei afferma nella sua registrazione che se lui fosse uscito non si sarebbe uccisa, ma lui risponde al cellulare che aveva squillato già più volte durante il colloquio, interrompendo l’attenzione totale dovuta ad una ragazza in crisi, e dimentica quello che lei gli ha appena confidato: la mia vita non vale niente. Sceglie ciò che sembra più urgente, invece di quello che è importante (quanto tempo rubato alle relazioni dalla nostra iper-connessione). Tredici sono le ragioni per cui una ragazza si toglie la vita: e sono persone, cioè relazioni. Una è la ragione che le unifica tutte: la mancanza d’amore. L’amore è dare valore alle persone, e il valore sì dà solo quando si dona il proprio tempo a curare la relazione con l’altro, costi quel che costi. Dare tempo quando si è in tempo, altrimenti come Ugolino vedremo sul volto dei ragazzi ciò che noi stessi, senza rendercene conto, abbiamo provocato. Ma sarà troppo tardi.

martedì 2 maggio 2017

Come crescere bambini altruisti: 4 consigli da un esperto

Pubblchiamo un articolo estratto da www.famigliaok.it sull'educzione all'altruismo.

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L’altruismo è diventato poco comune nella società odierna. Se i genitori non si prefiggono di crescere bambini altruisti, molto probabilmente i loro figli saranno degli egoisti.
L’educatrice, autrice e speaker Michele Borba, Ed.D. ha condiviso alcuni suggerimenti (da PREGNANCY) su come infondere l’altruismo nei bambini. Questi consigli si prefiggono di aiutare a crescere bambini altruisti, generosi e premurosi.
1. Non tollerare comportamenti egoisti in famiglia
Tutto inizia in famiglia. Se si permette che i propri bambini abbiano un comportamento egoista, essi penseranno che questo tipo di comportamento sia accettabile. Se si vuole che i propri bimbi diventino altruisti è importante agire in modo fermo e coerente nel reprimere atteggiamenti egoisti.
 2. Incoraggiare l’empatia in casa
I genitori dovrebbero insegnare sempre ai loro figli a pensare a come le altre persone si potrebbero sentire in determinate situazioni, dovrebbero pertanto cercare le più svariate occasioni per aiutare i loro figli a comprendere i punti di vista degli altri. E’ infatti opportuno fare in modo che i bambini comprendano di non essere al centro dell’universo. I bambini dovrebbero essere consapevoli dei bisogni, diritti e sentimenti degli altri e dovrebbe essere insegnato loro come rispettarli.
3. Lascia che i tuoi figli conoscano i loro limiti
Molti bimbi che ottengono sempre ciò che vogliono diventano egoisti. La Dr.ssa Borba ha dato su PREGNANCY alcuni consigli: “Mettere chiari limiti e attaccarsi ad essi come la colla”, “Non cedere al piagnucolare, al muso, ai capricci, alle frasi che scatenano sensi di colpa del tipo ‘Siete i peggiori genitori del mondo.’”
4. Essere un buon modello di comportamento per i propri figli
I figli imitano le azioni dei loro genitori più delle loro parole. “Praticare ciò che si predica” è un dovere per ogni genitore.
“Se vuoi che i tuoi figli siano sinceri, anche tu devi essere sincero. Se vuoi che imparino le buone maniere, dovete parlarvi con il dovuto rispetto” (consigliato su Parentous). Imparare a crescere figli altruisti è solo il primo passo. Agire in modo fermo e coerente nell’insegnare questa virtù è persino più importante.

giovedì 27 aprile 2017

Perché la vita con gli adolescenti sembra sempre un estenuante tiro alla fune? Quello che gli adolescenti non dicono

Perché la vita con gli adolescenti sembra sempre un estenuante tiro alla fune? Possibile che i genitori siano sempre sbagliati ai loro occhi? 
Questa lettera è stata scritta da Gretchen L Schmelzer, una psicologa e scrittrice statunitense, e dovrebbe essere inserita tra le letture obbligatorie del manuale del genitore dell’adolescente.

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Caro Genitore,

Questa è la lettera che vorrei poterti scrivere.

Questo conflitto in cui siamo, ora. Ne ho bisogno. Ho bisogno di questa lotta. Non te lo posso dire perché non ho il lessico per farlo e comunque non avrebbe senso quello che direi. Ma ho bisogno di questa lotta. Disperatamente. Ho bisogno di odiarti ora, e ho bisogno che tu sopravviva a questo odio. Ho bisogno che tu sopravviva al mio odiare te, e al tuo odiare me. Ho bisogno di questo conflitto anche se pure io lo detesto. Non importa neanche su cosa stiamo litigando: l’ora di rientro a casa, i compiti, i panni sporchi, la mia stanza incasinata, uscire, restare a casa, andare via di casa, vivere in famiglia, ragazzo, ragazza, non avere amici, avere cattivi amici. Non importa. Ho bisogno di lottare con te su queste cose e ho bisogno che tu lo faccia con me.

Ho disperatamente bisogno che tu mantenga l’altro capo della corda. Che ti ci aggrappi forte mentre io strattono il capo dalla mia parte, mentre cerco di trovare appigli per vivere questo mondo nuovo cui sento di affacciarmi. Prima sapevo chi fossi io, chi fossi tu, chi fossimo noi. Ma ora, non lo so più. In questo momento sto cercando i miei confini, e a volte riesco a trovarli solo quando tiro questa fune. Quando spingo tutto quello che conoscevo al suo limite. Allora io mi sento di esistere, e per un minuto riesco a respirare. E lo so che ti manca tantissimo il bambino dolce che ero. Lo so, perché manca anche a me quel bambino, e a volte questa nostalgia è quello che rende tutto doloroso per me al momento.

Ho bisogno di questa lotta e ho bisogno di vedere che, non importa quanto tremendi o esagerati i miei sentimenti siano, non distruggeranno me, né te. Ho bisogno che tu mi ami anche quando sono pessimo, anche quando sembra che io non ti ami. Ho bisogno che tu ami te stesso, e me, che tu ci ami entrambi e per conto di tutti e due. Lo so che fa male essere antipatici, avere etichette di quello marcio. Anche io provo la stessa cosa dentro, ma ho bisogno che tu lo tolleri, e che ti faccia aiutare da altri adulti per farlo. Perché io non posso in questo momento. Se vuoi stare insieme ai tuoi amici adulti e fare un “gruppo-di-mutuo-supporto-per-sopravvivere-al-tuo-adolescente”, fa’ pure. O parlare di me alle mie spalle, non ho problemi. Basta che non rinunci a me, che non rinunci a questo conflitto. Ne ho bisogno.

Questo è il conflitto che mi insegnerà che la mia ombra non è più grande della mia luce. Questo è il conflitto che mi insegnerà che i sentimenti negativi non significano la fine di una relazione. Questo è il conflitto che mi insegnerà come ascoltare me stesso, anche quando sono una delusione per gli altri.

E questo conflitto particolare, finirà. Come ogni tempesta, sarà spazzata via. E io dimenticherò, e tu dimenticherai. E poi tornerà da capo. E io avrò bisogno che tu regga la corda di nuovo. Di nuovo e di nuovo, per anni.

Lo so che non c’è nulla di intrinsecamente soddisfacente in questa situazione per te. Lo so che probabilmente non ti ringrazierò mai per questo, o neanche te ne darò credito. Anzi probabilmente ti criticherò per tutto questo duro lavoro. Sembrerà che niente che tu faccia sia mai abbastanza. Eppure, io faccio affidamento interamente sulla tua capacità di restare in questo conflitto. Non importa quanto io polemizzi, non importa quanto io mi lamenti. Non importa quanto mi chiuda in silenzio.

Per favore, resta dall’altro capo della fune. E lo so che stai facendo il lavoro più importante che qualcuno possa mai fare per me in questo momento.

Con amore, il tuo teenager.

© 2015 Gretchen L Schmelzer PhD


venerdì 21 aprile 2017

Ciò che mi sta a cuore è la tua felicità.Volersi bene, volere il bene dell'altro.



Rilanciamo qui un articolo pubblicato da Saverio Sgroi sul suo blog "La Sfida Educativa" (qui leggi originale completo: www.lasfidaeducativa.it)


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Che cosa vuol dire “generative occasioni di crescita”? Che cosa dovrebbero essere in grado di generare queste occasioni?
Possiamo trovare la risposta a queste domande a partire proprio dall’etimologia del verbo generare, dal latino genus, che significa nascita, stirpe, discendenza. Chiara Giaccardi e Mauro Magatti, nel loro libro Generativi di tutto il mondo, unitevi!, scrivono: “Generare fa parte di un insieme di termini quali ‘generosità’, ‘genialità’, ‘genitore’ che condividono la stessa radice genus (genere), la quale rimanda a significati quali partorire, germogliare, fabbricare. In sostanza, mettere al mondo. O, più estensivamente, dare vita, far essere.”
Se generare ha questo significato, un’occasione generativa è allora un’occasione capace di far nascere nuove risorse, di dare vita nel senso più ampio del termine, ma soprattutto di dare un tipo di vita che porta in sé quella pienezza di senso capace di realizzare l’umano che c’è in ogni persona. E qual è quella realtà che rappresenta per l’uomo la più grande occasione di generatività, se non la relazione? È nella relazione infatti che l’uomo si realizza, incontrando e conoscendo pienamente se stesso, attraverso la conoscenza e l’incontro con l’altro: “Io divento io dicendo tu”, scrive il filosofo Martin Buber.
Pensiamo a quelle relazioni che per noi sono particolarmente significative, come l’amicizia o l’amore; non costituiscono forse le esperienze principali attraverso le quali impariamo ad amare? Oppure pensiamo, in negativo, alla solitudine, che rappresenta l’antitesi della relazione e che probabilmente è la realtà peggiore che una persona possa sperimentare. Il pedagogista Antonio Bellingreri, per spiegare l’importanza dell’empatia, quella qualità che permette di comprendere e sentire il mondo interiore altrui come se fosse il nostro, usa delle parole molto belle che ci aiutano a capire quanto la relazione sia essenziale per una persona: “Se nessuno conoscesse i nostri pensieri e comprendesse il nostro sentire, saremmo consegnati ad una solitudine insuperabile”.
La relazione ci rende pienamente umani, fa fiorire l’umano che c’è in ogni persona. È l’origine stessa della parola che ce lo rivela: relazione deriva dal latino relatus, participio passato del verbo referre, che significa portare indietro, riportare. Essa ci restituisce, attraverso l’altro, qualcosa di noi che solo l’altro può darci e che costituisce un elemento fondamentale per la costruzione della nostra identità. La relazione, tuttavia, ci umanizza solo se è fondata sull’amore, l’unica realtà capace di fare di noi un dono totale e gratuito a un’altra persona, condizione imprescindibile perché una relazione sia generativa.
Quali sono i risvolti di queste considerazioni sul piano dell’educazione, ed in particolare dell’educazione all’amore?
Riprendiamo il titolo dell’incontro ai genitori, che è pure il titolo di queste righe, ed entriamo nel merito di alcune parole che lo compongono: volersi bene, volere il bene. Che cosa significano concretamente queste frasi?
Qualche anno fa chiesi ad un gruppo di ragazzi di dirmi ciò che li aiutava nel rapporto che avevano con i loro genitori; la maggior parte delle risposte furono abbastanza ovvie e scontate: mi trattano da grande, mi danno fiducia, posso parlare con loro di qualunque cosa, credono in me, non mi giudicano, e via dicendo. Solo una ragazza diede una risposta fuori dagli schemi: volersi bene ed essere affettuosi tra loro.
Effettivamente, se ci pensiamo, noi impariamo ad amare nella misura in cui vediamo l’amore nelle persone care che ci stanno accanto e soprattutto se lo sperimentiamo a partire da qualcuno che ci ama incondizionatamente, solitamente i genitori. Sono i genitori – inizialmente la madre, poi il padre – che sono in grado di trasmetterci la certezza che la vita è bella e merita di essere vissuta fino in fondo. È l’abbraccio accogliente dei genitori che ci fa sperimentare l’unicità di essere chiamati per nome ad avere un ruolo attivo nei confronti della realtà. E se “il volersi bene” dei nostri genitori, e quindi la qualità della loro relazione reciproca, è un elemento fondamentale perché noi possiamo comprendere l’essenza dell’amore e integrarla nella nostra vita, è altrettanto vero che la nostra capacità di saper amare è condizionata inevitabilmente dalla relazione che i genitori intrattengono con noi. Quest’ultimo aspetto è di particolare importanza oggi, di fronte allo scoraggiamento che a volte prende i genitori quando la sorgente primaria dalla quale scaturisce l’educazione dei figli – la relazione tra di essi, il loro volersi bene – sia stata inquinata dalla ferita relazionale di quell’amore che ha permesso loro di mettere al mondo i figli. Sono sempre di più le famiglie toccate dalla ferita del divorzio o della separazione, ferita che lascia un segno non solo nella coppia ma anche nei figli, che subiscono la separazione dei genitori quasi sempre senza poter fare nulla per impedirla. Ma, pur nella sofferenza che un’esperienza del genere comporta, una relazione coniugale ferita o in alcuni casi addirittura morta non annulla mai la funzione genitoriale, che rimane per sempre: nessun essere umano sarà necessariamente padre o madre, marito o moglie, fratello o sorella, ma tutti, questo sì, siamo figli di qualcuno che ci ha messo al mondo, di qualcuno che ci ha generati, di qualcuno a partire dal quale prende forma, sempre, la costruzione del senso della nostra vita.
Queste riflessioni valgono particolarmente per l’educazione dell’affettività e della sessualità, che spetta innanzitutto ai genitori; perché non si tratta di dare “istruzioni per l’uso” sul come fare l’amore, ma di educare all’amore, di aiutare i figli a cogliere il nesso che esiste tra l’amore e la sessualità all’interno di una cornice di senso che solo chi li ha generati può illuminare pienamente. È evidente che, se i genitori sono separati, i figli faranno più fatica a comprendere fino in fondo questa cornice di senso; sarebbe ingenuo e non realistico ignorarlo. Ma anche nei casi più difficili e segnati dalla sofferenza il ruolo dei genitori rimane insostituibile, perchè essi sono per i figli la sorgente dalla quale è scaturito l’amore che li ha generati; l’esperienza comune dimostra quasi sempre come, anche se la sorgente fosse ormai asciutta o inquinata da tempo, ignorarla o peggio rifiutarla lascerebbe dentro di sé un vuoto più grande di quello che si sperimenterebbe cercando comunque di trovare un senso a questa situazione problematica e dolorosa.
Volersi bene, quindi, è il presupposto di ogni intervento educativo da parte dei genitori; solo dopo viene il voler bene. Ciò significa che un figlio deve vedere che l’amore tra i genitori viene prima dell’amore che essi hanno per lui; deve comprendere che i genitori prima di essere tali sono coppia e che l’amore per lui è comunque il risultato della sovrabbondanza dell’amore che c’è stato e che c’è tra di essi; la generatività si trasmette tanto più facilmente quanto più chi genera vive in prima persona la dimensione del dono.
Ma “volersi bene” è una frase che si può anche interpretare in senso riflessivo, cioè come il “voler bene a sé stessi”, che è la condizione fondamentale perché si sviluppi la capacità di voler bene agli altri: nessuno potrà amare un’altra persona se prima non ama se stesso, se non raggiunge quella pienezza e quell’equilibrio affettivo nei confronti di se stesso che gli permetterà di vivere relazioni sane e non segnate dal tarlo della dipendenza dall’altro, della ricerca del consenso dell’altro, del bisogno patologico dell’amore dell’altro.
Questo secondo significato delle parole “volersi bene” è altrettanto gravido di conseguenze educative: quanto è importante aiutare i figli a volersi bene, a credere in se stessi, ad acquisire quella sicurezza necessaria per affrontare non solo le relazioni con gli altri ma la vita in generale, il rapporto con la realtà!
Soltanto dopo il “volersi bene” possiamo spendere due parole sulla parte finale del titolo, quel “volere il bene” che rivela tutta la nostra capacità di amare un’altra persona.
Se è vero, come abbiamo visto, che impariamo ad amare solo se qualcuno ci ha amati per primi, ci rendiamo conto di quanto “volere il bene” dei figli influisca sulla loro personalità. Tanto ci sarebbe da dire sul nostro modo di trattare i ragazzi: la loro reazione è spesso condizionata dallo sguardo che poniamo su di loro, da come manifestiamo loro fiducia, in definitiva dal nostro modo di amarli. San Tommaso definisce l’amore una passione, nel senso che si riceve passivamente: noi siamo capaci di amare solo come risposta ad una prima presenza amorosa dell’altro in noi.
Volere il bene dei figli si può manifestare in mille modi, ma la cosa più importante rimane l’impegno messo nell’investire su quelle due dimensioni costitutive della relazione – e l’educazione è sempre una relazione – che sono lo spazio ed il tempo che condividiamo con loro. È difficile pensare di riuscire nel nostro compito educativo se non valorizziamo la dimensione dello spazio, che vuol dire stare con i ragazzi, condividere luoghi fisici ma anche personali – il nostro cuore, la nostra intimità – con loro. E ancora di più, non possiamo educare senza fare affidamento sulla dimensione del tempo: un bravo educatore, come un buon contadino con le sue piante, sa che le persone hanno bisogno di tempo e di cura per maturare; sa attendere che il seme attecchisca e che dia frutto a tempo debito, rispettando i tempi e la libertà di coloro che gli vengono affidati.
Nell’educazione, quindi, dovremmo costantemente rivalutare lo spazio ed il tempo. È vero che queste due dimensioni sono il palcoscenico dove vanno in scena, inevitabilmente, i nostri limiti ma è altrettanto vero che spazio e tempo sono anche la misura dell’amore: è solo donando il nostro spazio ed il nostro tempo che saremo capaci di amare i ragazzi che la vita ci mette accanto perché li accompagniamo lungo la strada del diventare adulti.


Saverio Sgroi, educatore e giornalista pubblicista. Si occupa da oltre 20 anni di attività educative con gli adolescenti, che incontra frequentemente nelle scuole per parlare di educazione dell’affettività e di orientamento universitario. Svolge conferenze e incontri per educatori (genitori e docenti) sul mondo degli adolescenti, sull’affettività, sulla comunicazione genitori-figli e sui social network. Dal 2008 ha fondato e dirige il portale per teenagers www.cogitoetvolo.it

venerdì 14 aprile 2017

I nostri auguri di buona Santa Pasqua



“In questo Santo Giorno diffondete la lieta novella della resurrezione di Gesù non solo con le parole. In ogni istante della nostra esistenza abbiamo il dovere di testimoniare la novella seguendo gli insegnamenti di nostro Signore ed aiutando il prossimo. E’ grazie a questi piccoli gesti ma sinceri che potremmo davvero rendere partecipe il mondo della Resurrezione di Gesù Cristo”

(papa Francesco)

sabato 8 aprile 2017

«Imparate a fare il bene» (Papa Francesco)

Dall'omelia di Papa Francesco in Santa Marta ( 14 marzo 2017)

Qui la versione ufficiale: vatican.va

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La conversione che viene richiesta a ogni cristiano, in particolar modo nel periodo quaresimale, è un percorso impegnativo ma con «regole» molto «semplici» che occorre far proprie «non a parole», bensì nella concretezza della vita. Ed è, soprattutto, un cammino nel quale nessuno è solo: basta lasciarsi «prendere per mano» dal «Padre che ci vuole bene».
Punto di partenza della meditazione è stato l’invito che il profeta Isaia (1, 10.16-20) fa nel passo proposto dalla liturgia della parola: «Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male: imparate a fare il bene. Cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova».
Due espressioni, ha sottolineato il Pontefice, «attirano l’attenzione» in questo brano: «allontanatevi dal male e imparate a fare il bene». Di fatto, ha detto, è proprio questo «il cammino della conversione: è semplice».
Questa indicazione prende le mosse da ciò che ogni persona vive sulla propria pelle: «Ognuno di noi — ha infatti spiegato Francesco — ogni giorno fa qualcosa di brutto: la Bibbia dice che il più santo pecca sette volte al giorno... Ma il problema sta nel fatto di non abituarsi a vivere nelle cose brutte». Così, ha proseguito, «se io faccio una cosa brutta me ne accorgo e ho voglia di allontanarmi». Dice in proposito Isaia: «Allontanatevi dal male», da «quello che avvelena l’anima, che rimpicciolisce l’anima, che ti fa malato». Quindi ecco il primo atteggiamento richiesto: «allontanarsi dal male».
Ma non basta. Perché poi si legge: «Imparate a fare il bene». E, ha riconosciuto il Papa, «non è facile fare il bene: dobbiamo impararlo, sempre». Fortunatamente c’è il Signore che «insegna». Perciò gli uomini devono fare «come i bambini» e «imparare». Ciò significa che «nella strada della vita, della vita cristiana si impara tutti i giorni. Si deve imparare tutti i giorni a fare qualcosa, a essere migliori del giorno prima». Questa è quindi «la regola della conversione: allontanarsi dal male e imparare a fare il bene». Ha spiegato il Pontefice: «Convertirsi non è andare da una fata che con la bacchetta magica ci converta: no! È un cammino. È un cammino di allontanarsi e di imparare». È un cammino che richiede «coraggio, per allontanarsi» dal male, e «umiltà per imparare» a fare il bene. E che, soprattutto, ha bisogno di «cose concrete».
A questo punto, dopo avere individuato cosa fare nel cammino della conversione, il Papa è passato a riflettere sul “come” agire. E, sempre seguendo la lettura del brano di Isaia, si è innanzitutto soffermato su una «bella parola» detta dal Signore: «Su, venite, discutiamo». Il Signore, cioè, «prima, ci invita, dopo, ci aiuta». E usa la parola “su”, ovvero «la stessa parola che ha detto ai paralitici: “Su, alzati. Prendi la tua barella e vattene”. Su. La stessa parola che ha detto alla figlia di Giairo, la stessa parola che ha detto al figlio della vedova alla porta di Naim: su».
Dio sempre invita ad alzarsi, ma sempre «ci dà la mano per andare su». E lo fa, ha detto il Pontefice, con la caratteristica dell’umiltà. Nel passo di Isaia si legge: «Venite e discutiamo». Cioè: Dio «si abbassa, come uno di noi, il nostro Dio è umile». Ecco quindi la logica che porta alla conversione: «prima l’invito, poi l’aiuto, il camminare insieme per aiutarci, per spiegarci le cose, per prenderci per mano e portarci per mano». E «il risultato di questo», ha sottolineato Francesco, «è una cosa meravigliosa: “Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve”». Il Signore, cioè, «è capace di fare questo miracolo», quello «di cambiarci. Non da un giorno all’altro: no, no, no! Con la strada. Nella strada».
Questa quindi, ha suggerito il Papa, «è la strada della conversione quaresimale. Semplice. È un Padre che parla, è un Padre che ci vuole bene, ci vuole bene bene. E ci accompagna». L’unica cosa che ci viene richiesta è «di essere umili». Gesù infatti dice: «Chi si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato». Perciò, ha concluso il Pontefice: «Se tu lasci che il Signore ti prenda per mano e ti porti avanti, su, e ti alzi e vai con lui, con questo gesto di umiltà sarai esaltato, sarai perdonato, sarai reso bianco». Così, ha detto, «cresceremo come buoni cristiani».

giovedì 30 marzo 2017

"Se i docenti diventano indecenti" di Alessandro D'Avenia

Chiedete ad un ragazzo di oggi quali lezioni frequenta volentieri: vi citerà il docente che li mette alla prova, che li sfida, che dà molto ed esige molto, che si occupa della loro crescita e non solo dei loro voti, il docente che amano e odiano, e che sceglierebbero autonomamente, se fosse loro consentito.

Leggi qui l'originale: oggiscuola.it
di Alessandro D'Avenia


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Un libro li definisce «sdraiati». I ragazzi di oggi. Una generazione che non sa tenere la schiena dritta, ma spalma sulla vita la propria spina dorsale liquida. Avrei la schiena come la loro se mi avessero dotato di una comodissima sedia a sdraio, dalla quale avrei mandato a quel paese chi dopo averla fornita ora, pentito, la rivuole indietro. Moralismo. Nostalgia del tempo andato. Paternalismo sornione.

Gli sdraiati invece li vedo tendersi quando offri loro qualcosa di cui non possono fare a meno e che abbiamo sostituito con surrogati tecnologici, assenza di «no» e limiti, ma soprattutto di mete non autoreferenziali e narcisistiche.

Raddrizzano la schiena quando al moralismo sostituisci la morale: facendo loro toccare cosa è bene e cosa è male, non a parole; quando alla nostalgia del tempo andato sostituisci la nostalgia del futuro, sudando lo stesso loro sudore, non metaforico; quando al paternalismo sostituisci la paternità, difendendoli dalle paure ma sfidando le loro risorse migliori, dedicando loro tempo al di fuori di quello stabilito.

La spina dorsale cresce dritta a chi è teso verso la luce, come quelle piante a cui mia nonna metteva accanto un bastone fissato con uno spago, che le lasciava abbastanza libere da slanciarsi verso l’alto e non troppo libere da curvarsi su se stesse. Come si slanciavano verso il sole affondando proporzionalmente le loro radici! Dopo un po’, eliminati spago e bastone, rimanevano dritte, perché la fisica vuole che più ti slanci in alto più hai bisogno di radici profonde. Incolpare la pianta di non avere radici salde è incolpare se stessi, ma questo è duro da ammettere, e la colpa finisce sempre per cadere fuori dal recinto della responsabilità personale: loro, la tv, il consumismo, la scuola, la playstation (che abbiamo comprato con la sdraio).

Solo la vita e l’esempio educano, le parole non bastano. Non basta dire tieni su la schiena, se non additiamo il panorama da guardare oltre la soglia. Il nostro modo di vivere autoreferenziale lancia spesso proclami contraddittori rispetto alla schiena dritta che esigiamo. I bambini allo stadio fanno lo stesso che fanno i padri: e ci scandalizziamo pure? O li multiamo?

C’è però chi reagisce, cito da una delle tante lettere di contenuto analogo che ricevo: Mi dica, le piace essere un professore? Pensa che abbia ancora un valore, per un professore, essere tale? Io sinceramente odio la scuola e non perché non ami studiare, imparare cose nuove, ma perché mi sento soffocare, quando la prospettiva è entrare in classe ed ascoltare passivamente persone che nel loro mestiere non mettono impegno, che sembrano sempre sull’orlo di una crisi isterica, che non fanno amare ciò che si vantano di insegnare.

Ho solo diciotto anni, che ne so io della vita, di come si svolge un mestiere? Potrebbe chiedermi e dirmi che tutto ciò è una scusa per giustificare il fatto che di studiare non mi va. Sì è vero, non mi va di studiare un argomento che non mi appassiona. Ma non dovrebbe essere proprio quello, il ruolo del professore? Far amare la cultura? Far amare lo studio? No, perché quello che nel mio liceo si fa è imparare a memoria. Ma a Lei non sembrano sbagliati i verbi che vengono usati per capire se si è studiato o meno? Interrogare e ripetere. Io li odio questi due verbi, Professore, perché interrogare ha perso il suo significato latino, è diventata una minaccia, e alla domanda «La misoginia nella Medea di Euripide» – che neanche è una domanda a dirla tutta – si deve ripetere, come un automa, quello che il professore ha «pazientemente» dettato in classe per un’ora (50 minuti, nei primi dieci era a prendere il caffè col collega di turno) e le altre cinquanta pagine che invece avresti dovuto imparare a memoria a casa.

Io invece vorrei che un professore mi chiedesse: «Ma tu della Medea cosa hai capito?», «Ma perché secondo te Manzoni ha rinnovato completamente il genere del romanzo?», «Ma quindi a te cosa è rimasto di Hegel?», e vorrei lo facesse con quella luce che si ha negli occhi quando si fa qualcosa che si ama, per guidarci verso la maturità, quella vera, verso la capacità di guardare con occhio critico la realtà, quella luce che fa scattare dentro la curiosità, una volta a casa, di aprire il libro e capire «Ma quindi cosa voleva trasmettermi D’Annunzio, con tutta ’sta pioggia?».

Io guardo i miei professori e in loro vedo tante cose, tranne l’amore verso il proprio mestiere. Più che odiare la scuola, io odio i miei professori. Preferisco passare i pomeriggi a scrivere o visitare una mostra che hanno appena allestito o andare in quella libreria, un po’ nascosta tra le vie del centro, dove posso comprare un libro e sedermi a leggerlo.

Lei la vede intorno a sé la voglia di insegnare, di trasmettere qualcosa a coloro ci si aspetta siano il futuro del nostro Paese? Le vede le loro anime accese, vive, piene di voglia di fare, di dire? Questa non è una lettera sdraiata, ma la lettera ben dritta di una ragazza all’ultimo anno di liceo, delusa, polemica, in uscita con un cumulo di nozioni in testa e la certezza di sapere chi non diventare. Eppure ne voleva di cultura, di quella che trasforma la vita, cultura indicata infatti come «luce che fa scattare». Non basterà rispondere che la vita è la fatica di fare «anche» ciò che non appassiona, perché lei la passione non l’ha vista proprio e le sembra di dover fare «solo» ciò che non appassiona, la morte in vita per chiunque, figuriamoci per un diciottenne.

Chiedete ad un ragazzo di oggi quali lezioni frequenta volentieri: vi citerà non l’«in-decente» (professore amicone, complice, che parla di sé e non fa lezione), non l’«in-docente» (colto ma freddissimo), ma il docente che li mette alla prova, che li sfida, che dà molto ed esige molto, che si occupa della loro crescita e non solo dei loro voti, il docente che amano e odiano, e che sceglierebbero autonomamente, se fosse loro consentito. I ragazzi si sdraiano nella scuola degli «in-decenti», e odiano quella degli «in-docenti» (letteralmente coloro che non-in-segnano anche se conoscono in modo ineccepibile la materia). L’in-docenza si nasconde dietro la ripetizione, la formula vuota, il dovere per il dovere, evita la vita, non la seduce, non per portare gli sdraiati verso noi stessi (triste e inutile beffa), ma per raccontare loro il sole, attraverso la luce di occhi posati sì sulle carte ma altrettanto sulle vite, perché raggiungano – singolarmente e insieme – la loro altezza. Prima di discettare sul ridurre di un anno la scuola italiana, per uniformarci (verso il basso) al resto dei Paesi europei (se la sognano una scuola con contenuti come la nostra), dovremmo provare a costruire scuole in cui sia consentito scegliere insegnanti decenti e docenti, come prova a fare qualsiasi mamma che vuole iscrivere il figlio in prima elementare.

sabato 4 marzo 2017

Educare, non solo istruire. Contro il buonismo di Stato

Questa scuola sommamente democratica, che da troppo tempo ha smesso di pretendere, è una scuola sempre più classista. Chi può, infatti, già da tempo manda i figli negli istituti privati, se non all’estero; chi ha meno possibilità ma è consapevole della catastrofe, supplisce con l’impegno personale

di Susanna Tamaro
da articolo : www.corriere.it
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Non so quanti spettatori abbia avuto il nuovo reality della Rai Il Collegio. Non essendo un’esperta di format non so dire quanto di quello che ho visto sia reale o sia invece frutto di una forzatura drammaturgica degli sceneggiatori. Certo che ad assistere alle prestazioni scolastiche di questo drappello di simpatici adolescenti c’è da rimanere davvero turbati. Davanti a una cartina muta dell’Italia, le Marche sono state scambiate per la Puglia e le città citate qua e là senza cognizione alcuna della loro reale posizione. Per non dire della lezione di storia, in cui i ritratti di Mazzini e Cavour risultavano praticamente sconosciuti ai più, o della lezione di matematica in cui un problema di quinta elementare degli anni 60 è stato risolto solo da una ragazza che ha ammesso di amare la matematica. Che questa non sia finzione ma triste realtà ce lo confermano le statistiche internazionali che ci hanno visto precipitare nelle graduatorie Ocse di due punti in un solo anno, relegandoci al 34° posto su 70 paesi. Ci difendiamo a stento nella matematica, mentre nel campo delle lettere e delle scienze l’ignoranza risulta pressoché assoluta. Del resto anche i dati nazionali ci confermano che il numero di persone capaci di leggere un testo e di capirne il significato sia calato di anno in anno in maniera esponenziale. 
Si è parlato molto della Buona Scuola come di una riforma determinante, purtroppo — posto che tutte le riforme sono un segno di buona volontà e perfettibili — non sembra per il momento essere riuscita ad intaccare la degradata fossilizzazione del nostro sistema educativo. Introdurre i tablet, le mitiche lavagne interattive, facendo credere che l’àncora di salvezza stia nella modernizzazione informatica è un po’ come mettere del cerone su un volto ormai devastato dalle rughe. E inoltre, come ben spiega Adolfo Scotto di Luzio nel suo bel saggio Senza educazione, per non far sì che le nostre aule si trasformino in un museo del modernariato l’informatizzazione richiederebbe un enorme impegno economico, impossibile da sostenersi senza il contributo di realtà esterne.
È indubbio che il primo passo verso questo inarrestabile degrado sia da far risalire alla riforma compiuta negli anni ottanta del secolo scorso. Fu allora che la scuola elementare, in omaggio al mondo anglosassone, venne trasformata in primaria, avviandola verso una rapida «liceizzazione», abolendo l’insegnante unica per venire incontro ai sindacati, da sempre gli unici veri interlocutori del Ministero. Così i pensierini sono stati sostituiti dall’analisi del testo, la grammatica — «sul qui e sul qua l’accento non va», ricordate? — è stata rimpiazzata da schede prestampate; al posto delle ciliegie da sommare e delle torte da frazionare sono comparse le corrispondenze biunivoche e le entità equipotenti. Per non parlare del riassunto e del ripetere un testo a memoria: cancellati con un colpo di spugna in quanto richiedevano troppo sforzo. In un mondo che insegue ormai unicamente ciò che è fluido, l’idea che esistano dei principi fondanti nel sapere — gli elementi, appunto, cioè qualcosa di universale e stabile nel tempo — non può che venir considerata obsoleta e anacronistica.
Il disastro dei ragazzi che confondono le Marche con la Puglia, che scrivono, come mi è capitato di leggere in una tesi di laurea «s’eppure» oppure «io, vado, a casa,» e che davanti ad una foto di Mussolini balbettano incerti sul nome. «Maurizio?» e poi si giustificano dicendo, a pochi mesi dalla maturità, «veramente non l’abbiamo mai fatto…» è un disastro partorito da un sistema che, in nome del lassismo, della demagogia, del vivi e lascia vivere «tanto l’importante è il pezzo di carta», ha costantemente abbassato il livello delle pretese. È anche colpa di un sistema politico che ha sempre considerato il Ministero dell’Istruzione come un jolly da tirar fuori dal cappello nei momenti di bisogno, una botta ai sindacati, una botta ai concorsi, un po’ di fumo soffiato in faccia alle famiglie per mascherare che sotto il fumo non c’era nessun arrosto e avanti così, inventando pompose rivoluzioni che, alla prova dei fatti, si sono mostrate, per lo più, drastiche involuzioni. Delle famose tre «I» — Informatica, Inglese, Impresa — che cos’è rimasto? Aule intasate di computer obsoleti e generazioni di ragazzi che dopo tredici anni di studio della lingua e grammatica inglese sono totalmente incapaci di sostenere anche una minima conversazione dell’agognato idioma. La «I» di impresa non la cito neppure perché il più delle volte la sua stessa realizzazione è stata falciata sul nascere da una burocrazia ottusamente elefantiaca e dai capestri delle banche.
Diciamolo una volta per tutte. Questa scuola sommamente democratica, che da troppo tempo ha smesso di pretendere dai suoi studenti — e dunque di educare — è una scuola sempre più classista. Chi può, infatti, già da tempo manda i figli negli istituti privati, se non all’estero; chi ha meno possibilità ma è consapevole della catastrofe, supplisce con l’impegno personale — ripetizioni, corsi estivi, etc. Per tutti gli altri non c’è che la deriva del ribasso, l’andare avanti di inerzia con la costante consapevolezza che impegnarsi o non impegnarsi in fondo sia la stessa cosa.
L’educazione è la vera e grande emergenza nazionale. Non essere gravemente allarmati e non fare nulla per risolverla vuol dire condannare il nostro Paese ad una sempre maggior involuzione economica e sociale. Che adulti, che cittadini, che lavoratori saranno infatti i ragazzi di queste generazioni abbandonate alla complessità dei tempi senza che sia stato loro fornito il sostegno dei fondamenti? Sono stati cresciuti con il mito della facilità, del tirare a campare, ma la vita, ad un certo punto, per la sua stessa natura pretenderà qualcosa da loro e gli eventi stessi inevitabilmente li porranno davanti a delle realtà che di facile non avranno nulla. Allora, forse, rimpiangeranno di non vere avuto insegnanti capaci di prepararli, di educarli.
Già, educare! Termine reietto, spauracchio dell’abuso e della diseguaglianza. Non sarà per questo che in Italia il nostro Ministero, diversamente che in Inghilterra, è chiamato dell’Istruzione non dell’Educazione? Sono la stessa cosa? Non proprio, perché istruire - cito il dizionario della lingua italiana — vuol dire «far apprendere qualcuno le nozioni di una disciplina» mentre educare vuol dire «formare, con l’insegnamento e con l’esempio, il carattere e la personalità dei giovani, sviluppando le facoltà intellettuali e le qualità morali secondo determinati principi». Educare richiede l’esistenza di un principio di autorità, principio ormai scomparso da ogni ambito della vita civile. Chi educa oggi? Le poche famiglie che caparbiamente si intestardiscono a farlo si trovano a vivere come salmoni controcorrente. Il «vietato vietare», con la rapidità osmotica dei principi peggiori, ormai è penetrato ovunque, distruggendo in modo sistematico tutto ciò che, per secoli, ha costituito il collante della società umana.
Dalle maestre chiamate per nome, ai professori ai quali si risponde con sboccata arroganza, al rifiuto di compiere qualsiasi sforzo, all’incapacità emotiva di reggere anche una minima sconfitta: tutto il nostro sistema educativo non è altro che una grande Caporetto. Agli insegnanti validi — e ce ne sono tanti — viene pressoché impedito di fare il loro lavoro, anche per l’aureo principio, tipicamente italiano, per cui un eccellente ombreggia i mediocri che non vogliono essere messi in discussione nella loro quieta sopravvivenza. Abbiamo il corpo insegnante più anziano d’Europa, il gran caos demagogico dei concorsi ha paralizzato il naturale ricambio generazionale e la miserabile retribuzione della categoria ha trasformato l’insegnamento in una sorta di sine cura per molti.
In realtà insegnare è un lavoro altamente usurante, richiede energie enormi, intelligenza della mente e del cuore, passione per la materia e una visione costruttiva del futuro. Fin da subito dunque migliori risorse economiche andrebbero destinate proprio alla classe docente, cominciando a restituire agli insegnanti, oltre alla dignità, l’autorità necessaria per educare veramente le giovani generazioni. Solo così la scuola tornerà ad essere una possibilità di crescita offerta a tutti, e non solo ai pochi privilegiati che si possono permettere la fuga dal demagogico lassismo dello Stato.