Pubblichiamo lettera e conseguente risposta molto interessanti,uscite sul quotidiano Avvenire del 18/03/15.
Qui la versione originale:
Nel percorso di autonomia dei nostri figli come liberarsi da quello che
riteniamo, noi genitori, il loro bene, come capire che quella scelta è
espressione di loro stessi, come non viverla come una delusione? Come
imparare ad accettare il figlio diverso da come ce lo siamo immaginato, e
una volta fatto questo, come accettare che il figlio scelga un
percorso, uno stile che non ci assomiglia al punto da pensare «ma questo
figlio cosa centra con me?».
Barbara Stefanini Wetter
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Un
figlio che cresce non è un sogno che si realizza, e nemmeno un progetto
che arriva al suo termine. È una vita che si compie e che procede
secondo vie incalcolabili. Se c'è un ostacolo alla crescita del figlio è
proprio il doversi misurare con un ideale, presente nella testa dei
suoi maggiori. Nel confronto con il figlio ideale, quello reale sarà
sempre perdente, non sarà mai adeguato. E alla fine deluderà.
«Mi
hai deluso!»: quanto è insostenibile questa affermazione! Sui ragazzi ha
il potere di annichilirli. Hai deluso cosa, poi? Le aspettative che
avevo su di te.
Certo, noi desideriamo un futuro felice per i nostri
figli e li vorremmo realizzati secondo il nostro concetto di
realizzazione. Eppure, qualunque sia la nostra idea dobbiamo,
fortunatamente, fare i conti con loro. Con i loro desideri, le loro
aspettative, i loro errori anche.
Quando un figlio non ci corrisponde
c'è una domanda che conviene porre a noi stessi. Siamo così concentrati
sul nostro progetto da non vedere il buono che sta realizzando nella
sua vita, diverso da come lo avevamo preventivato, oppure si tratta
veramente di una situazione in cui sta lavorando a suo danno? Perché c'è
male laddove c'è un danno documentabile.
Guardiamolo sempre con uno
sguardo pieno di fiducia, però. Tale sguardo nasce dalla stima per il
suo pensiero e per la sua capacità di giudizio. Dentro questa
prospettiva anche l'eventuale errore non diventa fonte di scandalo,
perché esso stesso è frutto di competenza. Se ha messo qualcosa di suo
nel far andar male le cose potrà certamente mettere qualcosa di suo nel
farle andare bene. Si tratta della certezza che riprendere a pensare
bene, ossia pensare per il proprio profitto, è sempre possibile a
partire da un lavoro personale ed eventualmente comune.
«Ma questo
figlio cosa c'entra con me?» è una domanda da non chiudere troppo in
fretta. Se lo vedo solo frutto della mia opera educativa, o verrà
esibito come un trofeo nel caso le cose vadano bene o lo considererò una
vergogna, magari da nascondere, se vanno male. Ma per fortuna, esiste
la sua libertà.
Joseph Ratzinger, in entrata al Conclave precedente a
quello che lo avrebbe eletto Papa, ricevette una domanda da un
giornalista della televisione bavarese: è lo Spirito Santo il
responsabile dell'elezione del Papa? Avvenire pubblicò il testo della
sua risposta. «Non direi così, nel senso che sia lo Spirito Santo a
sceglierlo. Direi che lo Spirito Santo non prende esattamente il
controllo della questione, ma piuttosto da quel buon educatore che è, ci
lascia molto spazio, molta libertà, senza pienamente abbandonarci. Così
che il ruolo dello Spirito dovrebbe essere inteso in un senso molto più
elastico, non che egli detti il candidato per il quale uno debba
votare. Probabilmente l'unica sicurezza che egli offre è che la cosa non
possa essere totalmente rovinata. Ci sono troppi esempi di Papi che
evidentemente lo Spirito Santo non avrebbe scelto».
Ecco, con un
figlio ci è chiesto di essere buoni educatori, come lo Spirito Santo.
Lasciare molto spazio e molta libertà, senza pienamente abbandonarlo.
Non cosa c'entra con me, allora. Ma cosa c'entro io con lui. Non
rovinare la grandezza che già è, sarebbe un ottimo punto di partenza.
Anzi, il punto di partenza.